Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

The Player

Vita e miracoli di Jay-Z, leader e imprenditore travestito da rapper: «I'm not a businessman, I'm a business, maaan!». Un artista che è diventato brand.

Siccome ha cominciato la sua carriera come spacciatore a Brooklyn, zona Bed-Stuy, Marcy Projects, compagno di scuola del re del gangsta rap Biggie Smalls/Notorius B.I.G. (1972-1997), sembra assolutamente fondamentale cominciare a raccontare Jay-Z dalla “foto col sindaco”: è il 2010 e Shawn “Jay-Z” Carter, l’ex spacciatore di crack, classe ‘69, babyface, vocina gentile quando parla, rapper e imprenditore, teorico del successo via lavoro duro come vera livella che rivela la sostanziale eguaglianza di qualunque impresa dallo spaccio di crack alla vendita di vestiti e dischi, è a tavola con il sindaco di New York Michael Bloomberg. Con loro, il miliardario russo Mikhail Prokhorov, della generazione – quasi coetanea di Jay-Z – venuta sulla scena con Putin. Il magnate russo e il geniale afro-americano, in un esaltante rispecchiamento di estetiche (ognuno sembra trovare irresistibile l’altro e a lui volersi ispirare), sono proprietari dei New Jersey Nets, seconda squadra di basket dell’area di New York, e la stanno trasportando dalle grigie rampe autostradali del Jersey al miscuglio aspirational di downtown Brooklyn, dove potranno allo stesso tempo regalare un passatempo ai ricchi bianchi dei quartieri gentrificati e un monumento alla realizzazione personale ai neri. Se lo Yes I can di Obama ha perso quota, è perché la politica è estranea agli interessi americani. Il vero Obama è Jay-Z, che, anche se dei Nets è soltanto socio di minoranza, è la vera faccia del successo e del riscatto nella sola versione possibile in America: quella che passa per il capitale e la libertà assoluta di fare i propri interessi.

Se nei prossimi mesi vi trovate a New York, risalite Flatbush Avenue dal Manhattan Bridge fino all’incrocio con Atlantic e vedrete di persona il monumento: il cantiere dell’arena che ospiterà la squadra (oggi terminato, ndR). Sui cartelloni della zona si legge lo slogan pubblicitario dei Nets: “Game recognizes game”. Una frase da player, puro Jay-Z, una frase in slang che significa che chi ce l’ha riconosce chi ce l’ha. Non posso spiegarla meglio di così. Il senso è che Jay-Z il player, dominatore del game, dopo aver conquistato tutto è tornato a Brooklyn come Ulisse e ha imposto il suo linguaggio sempre nero su un quartiere sempre più bianco.

L’unico problema, nel raccontare tutto ciò, è che Jay-Z è maestro di un’arte, il rap, che ha come argomento fondamentale il raccontare i propri successi e il superamento delle difficoltà. Fa sentire ridondante l’autore di un suo profilo.

Nel suo ultimo disco solista, The Blueprint III, del 2009, nella canzone “Hate”, dedicata a tutti quelli che non riescono a sopportare il suo successo: «I’m running New York, I got the Mayor on my pager / You can’t fade us, you haters / I need you, stay back, I breathe you / Like air-ah, air-ah, air-ah, / Where are my haters I love all my haters / Love all my haters, I love all my haters». Ho in mano New York, ho il sindaco sul cercapersone… Non ci potete fermare, haters. Ho bisogno di voi, vi respiro come aria. Amo chi mi odia.

In “N**ggas in Paris”, dal recente Watch the Throne: «What’s 50 grand to a muhfucka like me / Can you please remind me? / (…) If you escaped what I’ve escaped / You’d be in Paris getting fucked up too / (…) I’m movin’ the Nets to BK» Cosa sono 50 mila dollari per un figlio di puttana come me? Me lo potete ricordare? Se anche voi foste scampati a quello cui sono scampato io, anche voi sareste a Parigi a sfasciarvi. Sto spostando i Nets a Brooklyn.

 

Dal neorealismo al reality

La stagione in cui l’hip-hop diventa onnipresente è quella del gangsta. Già abbastanza presente dagli anni ottanta, il rap diventa vero mainstream negli anni novanta con Dre, Snoop Dogg, Tupac, Biggie Smalls, Sean Puffy Combs. La guerra tra West Coast e East Coast non è solo simbolica e artistica come quella tra Beatles e Rolling Stone: prevede anche la pratica di minacce verbali nei testi, l’esibizione reciproca di pistole, la minaccia continua della guerra aperta.

Se l’autocelebrazione nel mondo del reality è quasi sempre ridicola, i rapper che emergono alla distanza tendono ad avere molti talenti. E così abbiamo il caso incredibili di figure con il senso degli affari di Trump e il senso delle parole di Dylan.

Non si sa bene come, alla fine muoiono ammazzati proprio i due personaggi principali delle due scene, Tupac per la West Coast e Biggie per la East Coast. I dischi del giovane Biggie Smalls si chiamano Ready to Die e Life After Death, e nei suoi dischi e negli altri dei grandi degli anni Novanta vediamo il punto di passaggio tra il neorealismo e l’era del reality: un genere che attira innanzitutto per il racconto spietato e secco di vite dure, difficili, pericolose, di storie di povertà, padri assenti, spaccio e armi, tracima poi, specialmente dove arriva il successo, nella celebrazione della ricchezza. I video si riempiono di ville e champagne e macchinoni e culi, i testi celebrano l’opulenza conquistata: dichiarando che fare i soldi con lo spaccio o con la musica in fondo è uguale, se sei un player.

Intanto, alla fine degli anni Novanta, in televisione cominciano ad arrivare i reality: dove si racconta l’ascesa, per lo più dal basso anche se mai troppo, di gente comune che, con uno schema consolidato nel decennio successivo, in sostanza trova un pulpito da cui parlare della propria voglia di conquistare quel pulpito e tutti i vantaggi economici e psicologici che ne seguono. Il linguaggio dell’autocelebrazione diventa perciò la norma. Se però questa autocelebrazione nel mondo del reality è quasi sempre ridicola, i rapper che emergono alla distanza tendono ad avere molti talenti. E così abbiamo il caso incredibili di figure con il senso degli affari di Trump e il senso delle parole di Dylan. Jay-Z è la figura più rotonda di rapper imprenditore, quello che nato alla fine dell’era gangsta riesce a conservarne il fascino superandone i pericoli.

 

Curriculum

Proverei più entusiasmo a raccontare la sua vita se non lo facesse già lui in ogni canzone. La lista dei successi di Shawn Jay-Z Carter comincia sempre dal matrimonio – con recente annuncio di gravidanza – con Beyoncé. Poi, in breve, a parte i Nets è proprietario dello Spotted Pig, elegante bar del Village, e di diversi club in giro per l’America, chiamati 40/40. È stato presidente di una delle etichette più importanti dell’hip-hop, la Def Jam. Ha lanciato artisti come Kanye West e Rihanna.

Ha pubblicato un libro in cui commenta i propri testi e fa prediche sul successo e il duro lavoro, dallo spaccio all’imprenditoria, e l’ha presentato alla New York Public Library, suscitando l’ammirazione del New Yorker.

È stato headliner al festival di Glastonbury nonostante Noel Gallagher degli Oasis fosse contrario a un rapper su un palco solitamente rock (in cambio, Jay-Z ha attaccato il concerto cantando “Wonderwall”). Lo si dice amico di Bono e Bill Clinton. Vendendo il suo marchio di abbigliamento Rocawear ha incassato 204 milioni di dollari. Ha pubblicato un libro in cui commenta i propri testi e fa prediche sul successo e il duro lavoro, dallo spaccio all’imprenditoria, e l’ha presentato alla New York Public Library, suscitando l’ammirazione del New Yorker che ha dedicato una pagina al racconto dell’evento.

È una questione di metodo più che di fortuna. Quando a metà anni Novanta il giovane rapper attira l’attenzione di Def Jam, etichetta che ha lanciato Run DMC, Beastie Boys e Public Enemy, invece di accettare qualunque proposta, Jay-Z si presenta nell’ufficio con i due amici Damon Dash e Biggs Burke e dichiara: «Non faccio rap per un’etichetta. Io la possiedo un’etichetta». I tre infatti hanno fondato Roc-A-Fella, casa discografica in potenza che su ispirazione del nome simbolo della ricchezza, Rockefeller, li guiderà al successo. Invece di firmare subito un contratto, aspettano di guadagnare maggior potere contrattuale girando un video e facendolo girare. Tornano più avanti da Def Jam e firmano per una joint venture in cui i proventi sono divisi alla pari. È suo il primo vero successo imprenditoriale legale.

 

I’m not a rapper, I’m a hustler.

Più di quindici anni dopo quel singolo, la carriera musicale di Jay-Z ha il suo capitolo più recente in Watch the Throne, disco in collaborazione col pupillo Kanye West – già produttore dell’album migliore di Jay-Z, The Blueprint, e poi artista di enorme successo da solo. Se il disco è una mossa intelligente di Jay-Z per approfittare della recente fortuna di critica e pubblico di Kanye, ormai considerato un innovatore pop tout court, quasi fuori dall’hip-hop, tutto preso dalla moda e dall’arte (la copertina di Watch the Throne è di Riccardo Tisci di Givenchy), e dunque rilanciarsi come artista attivo dopo diversi anni di stanca, l’operazione getta una luce sul rapporto arte/imprenditoria secondo Jay-Z: per l’album si è decisa una strategia promozionale che nell’agosto del 2011 permette a iTunes e ai negozi della catena americana BestBuy di cominciare a vendere l’edizione deluxe del disco una decina di giorni prima di tutti gli altri. La rete di negozi indipendenti che ha creato il Record Store Day (evento mondiale che pubblicizza il ruolo dei negozi indipendenti nella diffusione della musica con serie speciali in vinile e apparizioni di musicisti nei negozi) si è fatta sentire scrivendo ai due rapper una lettera affezionata con il seguente messaggio: «Ci sembra sia una strategia miope, e che le vostre decisioni danneggeranno parecchio oltre 1700 negozi di dischi indipendenti: negozi che hanno sostenuto voi e la vostra musica per anni».

Si manifesta in questa circostanza un problema fondamentale: i negozianti chiedono rispetto nel nome dell’aiuto che hanno dato alle carriere dei due artisti. Non è un dettaglio: è la stima di negozi e riviste indipendenti ad aver mantenuto una buona parte della credibilità dei due.

La mail continua: «Sappiamo che siete occupati, che mettete il grosso delle energie nella creazione di grande musica, ma vi scriviamo nella speranza che ci ascolterete e cambierete idea». Una lettera ingenua o provocatoria? Jay-Z è impegnato a capire dove va l’economia e dove va il mercato almeno quanto è impegnato a creare grande musica.

Mi assumo il rischio di un paragone delicato: se prendiamo Grizzlyman, il documentario di Werner Herzog su Timothy Treadwell, il fricchettone amante non ricambiato dei grizzly, morto sbranato dai grizzly, provo a dire nella maniera più ponderata possibile che Jay-Z e Kanye sono i grizzly e i negozianti indipendenti sono il fricchettone amante dei grizzly. Il tema del documentario è come Treadwell ritenesse ci sia empatia fra uomo e grizzly, mentre tutti sanno che non c’è. Herzog, voce narrante: «Su tutti i volti di tutti gli orsi ripresi da Treadwell non ho mai visto affinità, comprensione o pietà. Vedo solo la travolgente indifferenza della natura.  Questo sguardo vuoto suggerisce solo una ricerca quasi meccanica di cibo. Ma per Timothy Treadwell quest’orso era un amico, un salvatore». Kanye e Jay-Z non sono fatti per stare in armonia con i negozianti indipendenti, e li sbranano appena possono.

 

Showdown

Questo tema dell’affermazione, del non farsi fregare dagli altri, del rinfacciare agli haters il successo, mi è risultato finalmente chiaro e avvincente grazie al libro The Big Payback – The History of the Business of Hip-Hop (New American Library), storia dell’hip-hop americano come imprenditoria nera.

L’hip-hop è una grande telenovela scritta bene che unisce gossip infinito, verve, il tema dell’emancipazione, quello del successo e del denaro. Leggendo il libro finalmente ho potuto dare il giusto peso all’aspetto imprenditoriale. Quella dell’hip-hop è una storia di emancipazione non politica: perfettamente capitalista. Non di diritti acquisiti con lotte, ma di diritti arrivati come fringe benefits in seguito a vittorie economiche e di immagine.

Ecco due meravigliosi aneddoti su Jay-Z presi quasi alla lettera da The Big Payback.

La coltellata: dicembre ‘99, all’Irving Plaza, locale in zona Union Square, festa per l’ascolto del disco di Jay-Z Vol. 3, Life and Times of S. Carter, in uscita a breve. Gira voce che il disco sia già stato piratato e già si trovi per strada. Damon Dash, il socio di Jay-Z, sale sul palco e grida: «Fuck the bootleggers!»

Poi i due vanno al Kit Kat Club alla festa per il disco solista di Q-Tip, ex Tribe Called Quest, grande gruppo appena sciolto. Jay-Z è convinto di sapere chi ha messo in giro il suo disco prima del tempo: un certo Lance “Un” Riviera, già manager di Notorius BIG e ora titolare di un’etichetta presso Sony. Nel privé del club, Jay-Z gli va incontro. «Mi hai spezzato il cuore», gli dice, come Al Pacino nel Padrino II.

Segue parapiglia. Quando Jay se ne va, Riviera è a terra sanguinante per una coltellata. Un “famoso rapper della east coast”, che rimane anonimo, racconta a Newsweek di aver visto Jay-Z, “spingere qualcosa” nel corpo di Riviera.

Jay-Z per sicurezza si consegna alla polizia.

Nel suo libro Decoded, racconta: «La cosa esilarante, se si può trovare qualcosa di divertente in questa storia, è che il piumino Rocawear che portavo quando mi hanno fatto sfilare davanti alle telecamere ha cominciato ad andare a ruba a tre settimane dal Natale».

La presunta coltellata del ‘99 riporta a pochi anni prima, all’escalation di violenza del gangsta, alla guerra tra East e West Coast, un’epoca di neorealismo e reality insieme in cui era normale che nei testi si minacciasse di morte qualcuno o si parlasse della propria vita violenta, e poi si finisse sulla stampa per le armi e le sparatorie: sia in versione estetizzante sulla rivista Vibe, sia sulla cronaca. Ma dopo aver rischiato la prigione, Jay-Z, che andava al liceo con Biggie Smalls e aveva rappato su Life After Death, capisce che va abbandonato nella sostanza ogni comportamento gangsta, a prescindere da cosa si canti. Mentre si dedica a consolidare il suo regno, le battaglie in rima non escono dai testi, e la diatriba con Nas per chi è il miglior rapper dell’est dopo l’omicidio di Biggie Smalls si risolve in testi fulminanti, senza passare alle vie di fatto.

Quella dell’hip-hop è una storia di emancipazione non politica, ma perfettamente capitalista.

Nel 2001, su Blueprint, il pezzo “Takeover” contiene una serie di insulti a Nas: «Had a spark when you started but now you’re just garbage / Fell from top ten to not mentioned at all / (…) That’s why your lame career come to a end / There’s only so long fake thugs can pretend / Nigga; you ain’t live it you witnessed it from your folks pad / You scribbled in your notepad and created your life / … / Four albums in ten years nigga? I can divide / That’s one every let’s say two, two of them shits was due / One was – NAHHH, the other was “Illmatic” / That’s a one hot album every ten year average». Cioè più o meno: «Hai avuto una scintilla all’inizio ma ora fai schifo. Eri nella top ten ora neanche ti nominano. Per questo la tua squallida carriera è arrivata alla fine. Si può fingere di essere delinquenti solo fino a un certo punto. Non l’hai vissuta, l’hai vista da casa dei tuoi. Hai scribacchiato appunti su un blocco e ti sei creato una vita. Quattro dischi in dieci anni? Due facevano schifo, uno era bah, l’altro era “Illmatic”: praticamente un album bello in dieci anni». Nel 2005, Jay-Z organizza un concerto dal titolo “I Declare War”. Il tema è il potere e la sua leadership di CEO e Presidente di Def Jam. Prepara un palco a forma di Stanza Ovale. Durante lo show, colpo di scena, invita Nas sul palco e i due rappano insieme e fanno pace. Subito dopo Jay-Z fa un contratto a Nas, che diventa un artista della sua Roc-A-Fella. Il disco è primo in classifica, rilancia Nas.

Coltellata figurata

Ma ci sono anche le coltellate figurate, e una scena memorabile da The Payback è dove si racconta come Jay-Z si separa dal suo socio Damon Dash.

Il rapporto fra Damon Dash e Jay-Z, co-fondatori di Roc-A-Fella insieme a Biggs Burke, assomiglia a quello fra i due gangster di The Wire Avon Barksdale e Stringer Bell. Il primo, tutto durezze e legami fortissimi, assomiglia a Damon Dash; il secondo, che studia economia, ha il sangue freddo e vuole diversificare sia il business che le proprie maniere, emancipandosi dallo stile del ghetto, assomiglia molto a Jay-Z.

Se in The Wire i rapporti fra i due si decideranno in stile da gangster, contrariamente ai desideri di Stringer, nella Roc-A-Fella vincono le maniere “ripulite” di Jay-Z.

Ecco la scena: dopo sempre più numerosi dissapori fra i due su modi e direzioni dell’azienda, nel 2004 troviamo la Roc-A-Fella in scadenza di contratto con l’etichetta Def Jam Island. Def Jam intende esercitare l’opzione per l’acquisto del 50 percento di Roc-A-Fella: denaro che i tre fondatori di Roc-A-Fella, Dash, Burke, Jay-Z, divideranno alla pari. L’idea è che Burke e Dash rimangano a gestire l’etichetta e Jay-Z se ne vada alla Warner, consumando il divorzio, aprendo una propria nuova etichetta indipendente dentro una major rivale di Island Def Jam e del gruppo Universal di cui fa parte. Per trattenerlo, Island Def Jam offre a Jay-Z nientemeno che la presidenza e il posto di CEO. A questo punto Jay-Z decide di tenere per sé il nome Roc-A-Fella, impedendo a Dash di gestire lui il futuro dell’ormai storico marchio.

I due si incontrano al ristorante Da Silvano, sulla Sesta Avenue. Dash chiede a Jay-Z se le voci che girano – il rapper intenderebbe tenersi il marchio Roc-A-Fella nonostante i loro accordi – sono vere.

Jay-Z risponde alla Jay-Z: «It’s just business».

«Ma tu non vuoi più lavorare in Roc-A-Fella, io e Biggs sì».

Jay-Z risponde che cederà il nome dell’etichetta solo se loro gli cedono i master del suo primo disco, Reasonable Doubt, pubblicato prima che Roc-A-Fella facesse l’accordo con Def Jam. Un longseller, una fonte costante di denaro.

Dash rifiuta. Jay-Z dunque terrà il nome, e con ciò l’orgoglio e il cuore di Dash.
Quella sera Dash è vestito da cerimonia: più tardi deve andare alla prima di un film di cui è produttore: The Woodsman, un dramma con Kevin Bacon e Mos Def. «Beh…» sospira, «almeno puoi venire alla prima?»

«Naa», risponde Jay-Z. «Sei tutto in ghingheri».

Pochi giorni dopo, Universal compra Roc-A-Fella per quasi dieci milioni, che vengono spartiti fra Kareem Biggs Burke, Damon Dash e Jay-Z.

Poco prima, con il Black Album del 2003, Jay-Z aveva annunciato il suo ritiro dal rap attivo, presumibilmente per consolidare le sue varie attività, per fare l’imprenditore a tempo pieno. Dopo la promozione, Jay-Z torna con un disco, Kingdom Come, in cui si proclama il salvatore dell’hip-hop, e provvede lui a cantare le lodi che avrei potuto cantare io ma che a questo punto dette da me risulterebbero ridondanti.

«Got to admit a little bit I was sick of rap / But despite that the boy is back / And I’m so evolved I’m so involved / I’m showing growth, I’m so in charge / I’m C.E.O. and yeah going god / (…) I should have been deaded / Selling blow in the park (…) / Now I’m so enlightened I might glow in the dark…», cioè «Devo ammettere che ero stanco del rap, ma ciononostante il ragazzo è tornato. E sono così evoluto, sono così coinvolto, sono cresciuto, ho il controllo, sono CEO e quasi un dio. … Dovevo essere morto a quest’ora, a vendere coca al parco… ora sono così illuminato che brillo nel buio…»

Sarà anche il salvatore dell’hip-hop, ma questo ritorno sembra dettato molto più dalla mente dell’imprenditore che dall’anima del rapper: splendida e rivelatrice la rima «Got to admit a little bit I was sick of rap». Detta con apparente understatement, finisce col descrivere bene la situazione: sono presidente di un’etichetta il cui artista di maggior successo sono io. Meglio se pubblico un mio disco. Non che mi vada.

Nell’intro del disco lo ammette, sempre con apparente understatement, ma secondo me con realismo: «But I’m just a hustler disguised as a rapper…» Hustler, quello che si sbatte, che lavora duro, che cerca i lavoretti, che va al sodo, che arriva, che non si stanca, che non demorde, che trova il modo di guadagnare ed emergere.

Come dopo la coltellata a Riviera e la lite con Nas è l’acquisizione di Nas nell’etichetta a segnare la sua genialità, anche dopo la drammatica fine del sodalizio con Damon Dash c’è una storia successiva che dà senso alla vicenda e rende evidente la grandezza del Jay-Z imprenditore: dopo tre anni di presidenza della Def Jam, Jay-Z non si fa rinnovare il contratto. Non rimane dunque abbagliato dal risultato formalmente impareggiabile di essere CEO e Presidente di un marchio storico dell’hip-hop: l’industria sta cambiando e Jay-Z sa che le vendite dei dischi non ne sono più l’aspetto centrale: fa quindi un accordo con l’organizzatore di concerti Live Nation (che ha U2 e Madonna come clienti) per la gestione della carriera propria e del suo roster di artisti, decidendo di volta in volta con chi distribuire i dischi, e ricalibrando le attività musicali sulla gestione dei diritti di edizione e sull’organizzazione di eventi e concerti.

Gli farei i complimenti, ma se l’è già cantata da solo: «I went from pauper to the President / Every deal I made said set precedent / Niggas thought I’d fall without old buddy / Oh buddy, what I do is make more money». «Sono passato da povero a Presidente. Ogni mio contratto stabilisce un precedente. Pensavano sarei caduto senza il mio vecchio socio. Amico mio, invece faccio ancora più soldi».

 

Dal numero 4 di Studio
Illustrazione di Marco Klefisch


54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg