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The Lady non va visto: va vissuto

È una "web series", è di Lory Del Santo ed è indefinibile. Amori intensi, dialoghi inediti all'umanità, Costantino Vitagliano e la bellezza intrinseca delle pause. Fuori concorso.

Scovare ogni settimana un argomento cinematografico rilevante, qualcosa che interessi allo stesso modo il sottoscritto, il redattore Pietro Minto e i potenziali lettori di Studio, è un’impresa piuttosto difficile. Bisogna sapere stare con gli occhi aperti: capire qual è il film, la serie televisiva, il progetto del momento. Si cerca di arrivare per primi o, nel caso ci siano già altri articoli sull’argomento scelto, si tenta di avere un taglio differente, inedito. Ci sono settimane in cui bisogna inventarsi un approfondimento sul cinema serbo, ce ne sono altre in cui la bacchetta da rabdomante del redattore cinematografico punta evidentemente in una e una sola direzione. Questa volta sentivo che il destino urlava a gran voce Interstellar. Il titolo più atteso dell’anno, il film di cui tutti stanno parlando da giovedì scorso. Per cui, subito dopo la visione del film (che per la cronaca mi è piaciuto molto), ho cominciato a immaginarmi dei possibili titoli per il mio pezzo: Matthew McCounaghey post-Oscar. Nolan, Kip Thorne e i buchi neri. Le tempeste di sabbia di Furore e i campi di grano di The Sign. Perché Anne Hathaway ancora lavora? Poi però il destino, sotto forma di web series, s’è intromesso in questo matrimonio già organizzato e tutto ha preso una direzione diversa.

Anni fa, quando conducevo dISPENSER – Il Distributore Automatico di Radio 2, entrai come tutte le mattine nel palazzo della Rai di Corso Sempione. Ero in ascensore e stavo per schiacciare il pulsante del mio piano quando, come in una commedia rosa vista e stravista, entra una donna di corsa. Le chiedo a che piano va. Schiaccio i pulsanti e si chiudono le porte. Guardo la mia compagna di viaggio e dentro alla mia testa suona un piccolo campanello. Guarda che la conosci, è un viso familiare, concentrati che ce la fai. Niente. Si aprono le porte, lei educatamente saluta ed esce. Nel momento in cui le porte si richiudono, il mio cervello riesce finalmente a fornirmi un nome da associare a quel volto visto per pochi secondi: Lory Del Santo. Ero in ascensore con Lory Del Santo e non l’ho neanche riconosciuta. L’avrei potuto salutare, farle i complimenti, ringraziarla.

La vedevo in televisione, sul grande schermo, se ne parlava sulle riviste rosa o di spettacolo per il suo amore con Eric Clapton e per la tragica scomparsa del figlio.

Sì, ringraziarla per tutto quello che ha fatto per me: Lory è stata un abitué della mia formazione televisiva e cinematografica. L’ho conosciuta come bigliettaia del Drive In, come tanti. Io ero molto piccolo e non capivo per quale motivo la inquadravano praticamente sempre da dietro e come mai tutti sembravano diventare scemi in sua presenza. Poi, qualche ormone dopo, l’epifania: Lory Del Santo era una bomba di bellezza e sensualità. Non importava cosa dicesse o cosa facesse. Anzi, il più delle volte stava ferma immobile, ma il risultato era sempre lo stesso: bastava guardarla per esserne subito stregati. La rincontrai in film come La Gorilla, Dove Vai Se Il Vizietto Non Ce L’hai?, Agenzia Riccardo Finzi… Praticamente Detective (quello con Renato Pozzetto tratto dal romanzo di Max Bunker) e nel famigerato W La Foca! di Nando Cicero. La vedevo in televisione, sul grande schermo, se ne parlava sulle riviste rosa o di spettacolo per il suo amore con Eric Clapton e per la tragica scomparsa del figlio. Certo che avrei potuto ringraziarla! Mi ero lasciato sfuggire una grande occasione. Anche perché erano ormai anni che Lory sembrava essere scomparsa dal mondo dell’entertainment. Certo, aveva fatto una piccola apparizione nell’epocale Vita Smeralda, terza prova registica di Jerry Calà, aveva partecipato a L’Isola dei Famosi e a La Fattoria, compariva in qualche trasmissione radio o televisiva, ma non era più quella presenza fissa a cui ero abituato. Poi un bel giorno mi arriva una mail da un amico.

Chi, come me, lavora spesso da solo a casa davanti al computer, perde un sacco di tempo. Ci sono giornate in cui le cose non vanno per il verso giusto, non si riesce a trovare la concentrazione (l’ispirazione mi sembra eccessivo) e, nell’attesa che accada qualcosa, ci si distrae grazie al nostro caro e vecchio amico Internet. Uso il plurale conscio di non offendere nessuno: abbiamo il cervello spappolato da video inutili, gif animate simpaticissime, tumblr pieni di tutto quello che abbiamo sempre sognato. Gran parte della soddisfazione sta nello scoprire per primi queste meraviglie per passarli ai propri contatti in rubrica. Condividere con loro cose come il sito Ray Sugar Sandro o di Michel Montecrossa, guardare i video di How To Basic o 7 minuti e 55 secondi di immagini della superficie del sole riprese a 4k, non ha prezzo. È l’unica possibilità che abbiamo di abbattere le distanze geografiche e trovarci nella nostra cameretta da nerd insieme ai nostri amici. L’anno scorso mi arriva una mail da un amico: «Non hai idea della bellezza! Guarda subito!». Clicco tutto felice su un link di youtube. Parte The Night Club – Osare per Credere. Guardo la durata: 9 minuti e 33. Tantissimo.

«Ogni giorno ci esibiamo. Mostriamo la nostra anima al mondo. Ogni giorno, copriamo i nostri veri sentimenti con dei vestiti e vogliamo che siano il più colorati possibile.»

Mi faccio quasi prendere subito dallo sconforto e sto per chiudere. Prima però, “per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto”, mando un po’ avanti. La mia attenzione si risveglia quando vedo due bellissime ragazze che, in pieno centro a Milano, praticamente si denudano per convincere un ragazzo – che s’è appena presentato come “jolly tuttofare” – a farle entrare in un locale. Una la riconosco: è Aida Yespica. L’altra? Non lo so: l’altra è una sconosciuta. Ma cosa sto guardando? Le ragazze entrano nel locale e da quel momento comincia un delirio in cui nulla sembra aver senso. Ci sono cameriere che sembrano non sapere quello che stanno facendo, un dj che a un certo punto estrae dal nulla un panino, un ballerino fetish e varie danzatrici seminude. La sconosciuta passa quasi tutto il tempo in un camerino a truccarsi, la Yespica si toglie la camicia e balla in reggiseno. I pochi dialoghi che ci sono sembrano tratti da uno spettacolo di teatro dell’assurdo e il fatto che siano tutti doppiati aumenta lo straniamento. Sembra la perfetta unione tra un incubo lynchiano e un film porno senza le scene di sesso. No, veramente: ma cosa sto guardando? La storia, in qualche modo, procede: quando tutti stanno ballando e cantando, ecco entrare il proprietario del locale. Sembra arrabbiatissimo e comincia a urlare ai ragazzi: “E voi sapete cosa vi meritate?”. Tensione. Talmente alta che addirittura la Yespica si copre il seno con una camicia.  Ma ecco la sorpresa: «Che vi perdono! Essere esibizionisti non è un difetto, ma un pregio!». Tutto e bene quel che finisce bene. Compare una didascalia: «Ogni giorno ci esibiamo. Mostriamo la nostra anima al mondo. Ogni giorno, copriamo i nostri veri sentimenti con dei vestiti e vogliamo che siano il più colorati possibile». C’è anche la firma: Lory Del Santo. Perché? Non me ne capacito. Leggo le informazioni del video e scopro che Lory è la regista e la sceneggiatrice di Osare per Credere. Se fossi il protagonista di un film a quel punto avrei chiamato i Ragazzi della Scientifica e avrei cominciato le indagini.

Se siete ancora tra i pochi che non hanno visto The Lady, non fatelo. Risparmiatevi questa nuova dipendenza. Da una settimana a questa parte non faccio praticamente altro.

Invece, come spesso accade, quel video ha girato per qualche giorno tra amici e bacheche di Facebook per poi scomparire. Anche io, dopo l’emozione iniziale, me ne dimentico e mi devo costretto a tornare a lavorare. Poi, a sorpresa, un mese fa vedo comparire sulle bacheche di moltissimi miei contatti questo video: The Lady. C’è dell’entusiasmo generalizzato, leggo commenti entusiastici un po’ ovunque. Io, incredibilmente, non riesco a trovare il tempo per guardarlo. Passano un po’ di giorni e The Lady, invece di scomparire dai radar del fancazzismo, si moltiplica, si espande e finisce ovunque. Dopo qualche giorno di martellamento incrociato, riesco a trovare 12 minuti e 37 del mio tempo da buttare via. Ora, non so se anche voi a questo punto fate parte della Setta di Invasati che passano le loro giornate a citare a memoria le incredibili frasi di sceneggiatura, a creare gruppi su Facebook dove postare le gif animate o i meme che stanno spuntando come funghi. Se siete ancora tra i pochi che non hanno visto The Lady, non fatelo. Risparmiatevi questa nuova dipendenza. Da una settimana a questa parte non faccio praticamente altro. Mentre scrivo queste righe mi rendo conto che voi le leggerete domani, mercoledì, giorno in cui uscirà il sesto episodio della serie. Solo a questo pensiero sto un po’ male. Come un tossico che non vede l’ora di farsi ma che al tempo stesso prova un po’ di pena e di disgusto per la sua condizione.

The Lady è una sorta di seguito spin off di Osare per Credere, pensato e realizzato in grande. Lory Del Santo questa volta scrive, dirige, monta, cura la fotografia e i costumi. La storia è più complessa, ci sono diverse location – Milano, Capri, Londra, Parigi – e molti più personaggi. La protagonista, alter ego dell’autrice, è Lona, interpretata da quella che per me era “la sconosciuta”, che nel frattempo ho scoperto essere la modella messicana Gloria Contreras. La ragazza, dopo la misteriosa morte del marito ricco e americano, passa gran parte del suo tempo in biancheria intima sul balcone del suo palazzo a pensare (voice over) cose come: «Ho sempre avuto paura di vivere. Ho toccato il confine del dolore, ma ho avuto il coraggio di combattere!».  Quando non si arrovella con questioni di tale importanza, “lavora nella moda” (lo virgoletto perché, dopo cinque puntate, non ho capito bene che cosa faccia realmente Lona), litiga con il suo fidanzato manesco Luke (interpretato da colui che ci ha insegnato il termine “tronista”, Costantino Vitagliano, l’unico misteriosamente non doppiato), flirta con altri uomini oppure sta al telefono con i suoi amici, ragazzi e ragazze che come lei stanno quasi sempre in biancheria intima sdraiati sul letto o in bagno. Attorno a Lona gravitano una lunga serie di personaggi che “fanno delle cose”: organizzano eventi top del top in location esclusive. Fanno dei provini per diventare bodyguard in cui dicono che hanno esperienza come camerieri. Stanno al telefono e fanno delle prove per delle feste e, la mia preferita in assoluto, festeggia dicendo: «Che bello fare le pause!». Oltre a questo c’è anche un lato che potremmo definire “mistery”. Ogni tanto, senza preavviso, la musica di Efrem Sagrada si fa inquietante e nel primo episodio abbiamo visto uno stalker butterato che prima o poi sappiamo che tornerà. Come diceva Cechov: «Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari».

Ma è inutile che tenti di raccontarvi la trama o che mi metta qui con voi a sciorinare tutte le frasi o le situazioni più belle di The Lady. È tutto talmente sbagliato e a dei livelli talmente alti che non si può fare altro che rimanere incollati allo schermo del computer a guardare e riguardare gli episodi finora usciti, chiedendosi come sia possibile. Perché siamo evidentemente di fronte di qualcosa che va al di là del semplice scherzo tra amici. Certo, come vi ho detto è praticamente la mia unica attività da una settimana a questa parte, ma non è quello il punto. L’unico paragone possibile che si può fare è con Dreamland, il film di Sebastiano Sandro Ravagnani di cui tutti parlavano nel 2010 (ma che poi al cinema ho visto solo io). Dilettantismo allo sbaraglio ma con la volontà di fare qualcosa di serio. No, scusate. Mi mancano le parole per descrivere un progetto del genere. Non si tratta semplicemente della volontà di fare qualcosa di serio, ma anche di unico, impegnato, bello. Lory Del Santo con The Lady tenta di chiudere il cerchio di questa sua seconda fase di carriera. Smessi i panni di attrice, la donna s’è trasformata ed è andata incontro a un (bizzarro) processo di evoluzione: oggi è un’imprenditrice di se stessa, interessata principalmente alla poesia, all’arte e alla seduzione e questo è il risultato del suo lavoro. Siamo ben oltre i limiti imposti dalla tecnica (qualsiasi tipo di tecnica) e in alcuni momenti, durante la visione, ci si trova seriamente a pensare che forse dietro a The Lady ci sia quella che nelle riviste di musica viene solitamente chiamata “urgenza espressiva”. C’è sempre l’impressione di non aver compreso il quadro completo della situazione. Bisognerebbe veramente chiedere alla regista quali siano le sue intenzioni, cosa si nasconde dietro a questo progetto, per quale motivo ha scelto il formato della web series, come ha scelto gli attori, perché ha deciso di imbarcarsi in questa pazzia… Guardare The Lady senza sapere tutte queste cose è una vera e propria sofferenza. Sofferenza che, va detto, non fermerà ovviamente la nostra momentanea pazzia. Scusate, vado a prendere degli still dal sesto episodio.
 

Immagini: una scena di The Lady (via); Gif prese dalla stessa serie (via)

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