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The Hunger Games vs Bully

Due film, due diverse storie di "rating" per minori. Un episodio di (iniziale) bigottismo con un lieto fine

Com’era largamente prevedibile, è scattato il fenomeno The Hunger Games. Il film diretto da Gary Ross al primo weekend di programmazione s’è portato a casa ben 214 milioni di dollari, di cui solo 155 negli Stati Uniti. Considerano che il film è costato “solo” 80 milioni di dollari, c’è chi alla Lions Gate sta stappando bottiglie di Cristal da un bel po’ di giorni. Ovviamente però non mancano le polemiche legate al film tratto dal libro di Suzanne Collins. Partiamo proprio da lei, l’autrice di questa trilogia destinata a prendere il posto di Twilight nel cuore di tanti adolescenti. Questa quasi cinquantenne del Connecticut, dopo una carriera piuttosto anonima come scrittrice (cinque libri dedicati alle avventure di un ragazzino preadolescente di nome Gregor) e sceneggiatrice di programmi televisivi per bambini, ha scovato una vera miniera d’oro con The Hunger Games. In brevissimo, vi racconto la trama: in un vicino, grigio e post bellico futuro, una dittatura paratelevisiva costringe i 12 poverissimi Distretti che compongono quello che oggi noi conosciamo come Nord America a offrire 2 adolescenti l’anno, per farli poi partecipare a un terribile reality show a premi. Il gioco è questo: 24 ragazzi in un’arena, costantemente sotto l’occhio vigile delle telecamere, uno contro l’altro, fino a quando non ne rimarrà soltanto uno. Il vincitore del gioco al massacro diventa ovviamente un idolo per le masse e il suo Distretto godrà per 365 giorni di larghi benefici economici. In molti avranno subito pensato a Battle Royale, romanzo del 1999 scritto dal giapponese Koushun Takami, diventato un famoso manga prima e un bel film diretto l’anno successivo da Kinji Fukasaku e che vanta anche un seguito. La Collins ovviamente nega qualsiasi tipo di “ispirazione” giapponese, ma se l’argomento vi interessa, aspettate il prossimo numero cartaceo di Studio che troverete in edicola tra poco. Lì troverete pane per i vostri denti.

Le polemiche però che animano in questi giorni le discussioni sul film, sono altre. La prima notizia che vi diamo è di ieri pomeriggio. La trilogia di libri firmati dalla Collins deve fare i conti con la American Library Association. La ALA è la più vecchia e più grande associazione di librai d’America – vanta più di sessantamila iscritti – che si interessa della diffusione della letteratura. I contenuti dei libri della Collins (in soldoni: adolescenti che si uccidono) devono aver preoccupato non poco gli iscritti a questa associazione no-profit, che l’ha inserita nella sua lista nera. Si tratta di una serie di libri che a loro dire andrebbero banditi o, nel migliore dei casi, vietati nelle scuole di tutto il mondo. A fare compagnia aThe Hunger Games ci sono dei veri e propri capisaldi della letteratura moderna: capolavori come Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley o Il Buio Oltre La Siepe di Harper Lee. Chi scrive ha letto il libro in oggetto e, al di là degli scomodi paragoni che si possono fare tra il talento della Collins con quelli dei suoi colleghi ben più illustri e sicuramente più dotati, non si può fare a meno di stupirsi ancora una volta del bigottismo e della miopia dell’americano medio. Sono evidentemente moltissimi i genitori preoccupati del fatto che chi ha la sfortuna di leggere questo libro possa poi imbracciare un arco e andare in giro a uccidere i suoi coetanei. Lo stesso che accade a chi ascolta il metallo pesante o a chi gioca ai videogiochi con le pistole. La solita vecchia storia, insomma. In questo caso l’uscita dell’ALA appare ancor più del solito fuori luogo, dato che il film ispirato al libro si trova negli schermi di tutti gli Stati Uniti con il divieto PG-13. Il PG-13, lo scriviamo per chi non ha confidenza con i difficili codici statunitensi, significa che il film non può essere visto da coloro che non hanno compiuto i 13 anni di età se non accompagnati dai genitori. Con buona pace dell’ALA insomma, la loro è una battaglia persa in partenza. Ma la guerra più dura è proprio quella che ha a che fare con il Visto Censura della pellicola.

Mentre The Hunger Games s’è portato a casa questo leggero Visto Censura, un documentario intitolato Bully, distribuito dalla Weinstein Company e uscito negli States il 30 marzo, se l’è vista molto peggio. Ma di cosa parla Bully? Si tratta di un documentario diretto da Lee Hirsch che racconta le storie di cinque studenti americani che subiscono gravi episodi di bullismo quotidiano all’interno delle loro scuole. Chi ha avuto la fortuna di vederlo (Bully s’è visto all’Ischia Film Festival e al Tribeca Film Festival nel 2011), parla di un capolavoro. Ovviamente, dato l’argomento, non mancano i momenti crudi e Bully pare sia un film duro da digerire, ma ha una sua evidente utilità pedagogica. Inutile dirlo, il bullismo è un grave problema legato al mondo dell’istruzione in America e, lo ripetiamo, l’utilità della pellicola di Hirsch appare lampante. Detto questo la MPAA, ovvero la Motion Picture American Association, l’organizzazione americana dei produttori cinematografici, ha affibbiato un Rated-R al film. Sempre per essere chiari, significa che nessuno sotto i 17 anni se non accompagnato da un genitore o da un tutore poteva vedere il film. Fortunatamente però, possiamo usare l’imperfetto. Dopo una lunga battaglia (e qualche taglio) il visto censura di Bully s’è abbassato da Rated-R a PG-13. Sono stati in molti a stupirsi del fatto che un film che, pur in forma di fiction, racconta di alcuni adolescenti che si uccidono fosse considerato più adatto a una platea di adolescenti rispetto a un documentario sul bullismo. Poi però è arrivata la spiegazione della MPAA. Il Rated-R aBully era stato dato per il “language”. Ah ecco: è colpa delle parolacce. Rendendola il più semplice possibile: va bene se ammazzi qualcuno, ma mentre lo fai vedi di non pronunciare scurrilità, altrimenti il tuo film non lo possono vedere i giovini. E proprio mentreThe Hunger Games sbancava al botteghino, la pellicola di Gary Ross finiva nel mirino di chi da anni si batte per la libertà d’espressione.

Dopo una lunga raccolta firme per equiparare a PG-13 i due film, la Weinsten Company ha aggirato questo divieto con un colpo da maestri. I geniali distributori hanno infatti dichiarato che avrebbero fatto uscire Bully con la dicitura Unrated, ovverosia come se fosse ancora in attesa di un giudizio dal MPAA, permettendo di fatto ai vari esercenti di decidere a chi far vedere o meno il film. Subito una serie di multisala statunitensi come la AMC e Cinemark hanno dichiarato che avrebbero applicato al film il PG-13. Dopo questo atto di forza, la MPAA e la Weinsten Company sono arrivati a un compromesso: ben tre parolacce sono state tolte dal montaggio del film e di conseguenza il prossimo 13 aprile,Bully ri-uscirà negli Stati Uniti, questa volta vietato solo ai minori di 13 anni non accompagnati. Come ha poi dichiarato il regista: «Una grande vittoria per tutti noi». Non fraintendete: nessuno di noi ha qualcosa contro The Hunger Games, ci mancherebbe altro, e molto probabilmente l’interesse dei Weinsten per la libertà d’espressione ha anche a che fare con la paura che Bully non incassasse quanto sperato. In questo preciso frangente però, c’è poco da dire. Se non Weinsten 1 – Ignoranza 0.


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