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Daily Show & Colbert Report

Genesi, analisi e sviluppi dei due celebri format televisivi statunitensi, l'élite della parodia politica

Le origini della Colbert Nation

«Ste-phen! Ste-phen! Ste-phen!». Le urla del pubblico si fanno sempre più forti e lui li incita a continuare, girandosi lentamente a destra e a sinistra dietro la scrivania, con un largo sorriso soddisfatto. Forse pensa a quel sogno di molti anni fa, quando andava in giro dicendo di voler conseguire una laurea in psicologia delle masse per «fondare una setta». Difficile a credersi conoscendo lo Stephen Colbert di allora, cresciuto a Charleston, South Carolina, ultimo di undici figli, un’infanzia in autistica solitudine dopo la tragica morte in un incidente aereo del padre e di due fratelli e il trasferimento al college degli altri.

Eppure oggi l’inventore e protagonista dello show satirico The Colbert Report una setta ce l’ha davvero: è quella Colbert Nation che pende dalle sue labbra e lo asseconda nei propositi più strampalati. Come votarlo in un contest online per scegliere a chi dedicare un ponte sul Danubio (Stephen arrivò primo, e l’ambasciatore di Budapest dovette annullare tutto spiegando imbarazzato in tv che il vincitore doveva essere ungherese, e soprattutto morto). O fare pressione per fargli intitolare dalla Nasa un componente della stazione spaziale internazionale (il Combined Operational Load-Bearing External Resistance Treadmill, o COLBERT) e dalla Virgin un aeroplano (Stephen vanta anche un gusto dei gelati Ben&Jerry, l’AmeriCone Dream).

E tutto questo la Colbert Nation, in larga maggioranza giovane e liberal, lo fa per un utile idiota arciconservatore che odia i gay e vuole mettere il collare agli immigrati, sul quale scarica il suo lato egomaniaco e narcisistico l’altro Stephen, il family guy che preferisce la villetta in New Jersey al loft a Manhattan e l’abbigliamento sportivo all’impeccabile completo Brooks Brothers scelto per la tv.

Eppure, quando il suo mentore Jon Stewart gli propone di lanciare uno show tutto suo, Stephen è scettico. Il personaggio Colbert – ispirato ai vocianti opinionisti conservatori di Fox News, Bill O’Reilly in particolare – era uno degli inviati del Daily Show, il programma satirico di fake news portato al successo da Jon, ma nessuno pensava che potesse diventare uno spettacolo indipendente. Proviamoci per un paio di settimane, si dissero autori e produttori. Era il 2005, e da allora non si sono più fermati. Oggi il Colbert Report divide con il fratello maggiore The Daily Show – in mano a Stewart dal 1999 – successo e fama, quella di show che ha cambiato i paradigmi della comicità di seconda serata, e disegnato una nuova equazione del rapporto tra informazione, intrattenimento e politica. Stewart, 50 anni a novembre, e Colbert, 48, sono apparsi rispettivamente due e tre volte (nel 2011 insieme) nella spulciatissima lista dei cento personaggi più influenti dell’anno redatta da Time, hanno vinto moltissimi Emmy e non pochi premi giornalistici, figurano in cima alla piramide informativa degli under 30 e sono oggetto di decine di articoli e libri di serissimi studiosi della comunicazione.

 

La perdita di ragionevolezza nel discorso pubblico

Uno di loro, Geoffrey Baym, professore di media studies all’università della North Carolina e autore di Cronkite to Colbert: The Evolution of Broadcast News, spiega a Studio che i due show – in onda uno dopo l’altro a partire dalle 23 su Comedy Central – nascono dalle stesse novità culturali che hanno prodotto i loro principali bersagli: i commentatori della cable tv. «Il Daily Show e il Colbert Report sono, come Fox News, figli di un panorama mediatico in evoluzione che negli ultimi anni ha creato lo spazio per ogni tipo di variazione dell’intrattenimento politico. Solo che il mix di Stewart e Colbert ricorda di più i vecchi ideali sulla stampa come Quarto Potere». Ma c’è un’altra, notevole differenza, ci fa notare Russell Peterson, autore di Strange Bedfellows: How Late-Night Comedy Turns Democracy Into a Joke: «Fox News sostiene di offrire una visione della realtà “fair and balanced”, mentre Stewart e Colbert fanno dei comedy show, su un canale chiamato Comedy Central, con il pubblico che ride».
Nonostante i due “tengano” senza dubbio per i democratici, e abbiano un pubblico in gran parte liberal, non è solo per un bias ideologico che i loro strali sulla deriva scioccamente estremista della politica sono indirizzati più spesso ai repubblicani: è un fatto che negli ultimi decenni l’America abbia assistito a un processo di polarizzazione asimmetrica di cui è stata protagonista la sterzata a destra del Grand Old Party. Quando Stewart e Colbert organizzano la mega adunata al National Mall di Washington nell’ottobre del 2010 – quella che gli valse le cronache italiche, forse per un malinteso parallelo con Beppe Grillo – lo fanno per rispondere al comizione di un’icona della destra urlata come Glenn Beck, ma la loro non è una chiamata alle armi del popolo democratico. Piuttosto, di quello del buon senso: “Rally to Restore Sanity”, si intitolava la manifestazione, altro che “Vaffanculo Day”.

Del resto i due show nascono entrambi dalla riflessione sulla perdita di ragionevolezza nel discorso pubblico, un processo accelerato, secondo molti analisti, dal trauma delle elezioni del 2000 e dall’incubo delle torri gemelle. «Quello che definirei lo Stewart-Colbert project nasce senza dubbio nell’ambiente post 11 settembre – sottolinea Baym –, una fase in cui il dissenso è stato spesso tacciato di tradimento». Per Jon quella data è un punto di frattura, come per tutti gli americani e il mondo, certo, ma nel modo molto più personale e privato di chi era lì, a due passi dall’orrore. Stewart, con sua moglie e i due bambini di 8 e 6 anni, vive nel quartiere Tribeca, e ha raccontato più volte di come potesse vedere il World Trade Center dalla finestra di casa. Un coinvolgimento che non gli ha impedito di sollevare il velo sul conformismo che a detta di molti si sarebbe sovrapposto allo spirito di unità nazionale dopo la tragedia, e di raccontare la presunta, sempre secondo alcuni, manipolazione del patriottismo e la speculazione sulla paura in rubriche come “America Freaks Out” e “Mess O’Potamia”.

Qualche anno più tardi, è il 2006, Colbert diventa un’icona progressista per aver scorticato George W. Bush nel corso dell’annuale cena per i corrispondenti alla Casa Bianca. Quella sera, davanti a un presidente con l’espressione man mano più inebetita, a mezzo governo e alle più note firme di Washington, Stephen compie una sorta di pubblica esecuzione. «Io sto con quest’uomo – comincia – Io sto con quest’uomo perché lui si batte per delle cose. Non solo sostiene delle cose ma sta sopra alle cose (gioco di parole tra stands for things e stands on things). Cose come una portaerei (la USS Lincoln, quella di “mission accomplished“) o piazze di città allagate (il riferimento è a Katrina). E questo lancia un messaggio forte: che non importa cosa accade all’America, l’America si riprenderà sempre con la migliore photo-opportunity al mondo». Il video della performance su YouTube colleziona un numero sensazionale di clic in poche ore, eppure in sala quella sera e sui giornali il giorno dopo le recensioni dello show sono gelide. Forse perché sulla graticola col sorriso Stephen non aveva messo solo la politica, ma anche la stampa, lì tanto ben rappresentata.

 

Il rapporto con la stampa ufficiale

«La morte della vergogna nella politica e nel giornalismo», ecco quello che raccontano S&C secondo l’anchorman della Nbc Brian Williams. Le facce di Stewart davanti ai filmati di politici che si contraddicono o le sue interviste tutt’altro che soft sono stilettate alla demagogia e un’accusa diretta ai grandi media, che esitano a cogliere in fallo il potente di turno forse per il timore di perdere la loro apparenza di oggettività o di giocarsi l’“accesso” a quei politici. Eppure, ironia della sorte, quegli stessi politici fanno a gara per partecipare al Daily Show o al Colbert Report. Con risultati esilaranti e stranianti, soprattutto nel secondo caso.

Perché Stephen che va in onda senza mai uscire dalla maschera del pundit destrorso – come se conducesse il suo show in un’altra lingua – e svuotando di significato le parole che pronuncia, priva di qualsiasi riferimento i suoi ospiti. Il suo lavoro sul linguaggio è straordinario: la filosofia dello show – battezzata “truthiness” – si basa sul concetto che i «fatti possono cambiare, ma la mia opinione non cambierà mai» e si ispira a George W. e alla sua fiducia nelle persone che «conoscono col cuore», in contrasto con quelle che «pensano con la propria testa».

Ma truthiness, eletta parola dell’anno 2006 dal dizionario Merriam-Webster, sopravvive splendidamente al suo ispiratore e si candida a concetto chiave dei nostri tempi accanto alla Wikiality («una realtà in cui, se un numero sufficiente di persone è d’accordo su qualcosa, quella cosa diventa la verità»). «Il linguaggio è sempre stato importante in politica, ma è diventato incredibilmente importante oggi – ha spiegato Colbert al New York Magazine – . Se puoi creare un’atmosfera nella quale l’informazione non significa niente, allora non c’è più una realtà oggettiva».

Nel segmento dello show intitolato “The Word”, ogni sera Colbert mette i telespettatori di fronte alle contraddizioni e alle assurdità della costruzione sociale delle news. Come quando, qualche settimana fa, affrontando il caso Trayvon Martin – il ragazzo africano americano ucciso da un vigilante di quartiere perché scambiato per un malvivente – si è lanciato in una filippica contro le felpe col cappuccio (hoodies, Trayvon ne indossava una quando è stato ucciso), che «possono far passare un teenager innocente per un criminale». È quello che hanno sostenuto alcuni commentatori di destra: l’abbigliamento sospetto – non le lasche leggi della Florida sull’autodifesa e sul possesso delle armi, non il razzismo – ha causato la tragedia. Colbert fa loro il verso, e lo fa prendendo in prestito la retorica sul controllo delle armi: «È terrificante vivere in un paese dove puoi entrare in un qualsiasi Wal-Mart e comprare una felpa col cappuccio. Nessun controllo su chi sei, nessuna attesa». Classico Colbert, commenta Peterson: «Finge di condividere delle idee, poi ci dimostra, passo dopo passo, la logica contorta che uno dovrebbe usare per difendere l’indifendibile». Quella stessa sera, nel gioco “Jedi Knight or Sith Lord?” Stewart se la prende con la copertura mediatica dell’omicidio, smascherando le manie di protagonismo dei vari commentatori che in tv avevano fatto a gara a farsi notare indossando hoodies a sostegno di Martin.

«È questo umorismo corrosivo e giudicante quello che piace ai telespettatori di Stewart e Colbert, i quali hanno il lusso, lavorando nella tv via cavo, di potersi rivolgere a pubblici di nicchia», sottolinea Jeffrey Jones, che con Baym sta curando la raccolta di saggi News Parody and Political Satire Across the Globe. Il meccanismo di sottotesti e riferimenti incrociati che innerva i loro show non può funzionare senza la complicità di telespettatori molto più informati della media. Un’audience diversa da quella di massa cui si rivolgono late-night comedians più noti come David Letterman e Jay Leno: «Anche se molte delle loro battute parlano di politica – spiega Peterson – Leno e Letterman di solito evitano di schierarsi, amano definirsi “equal-opportunity offenders”». La maggior parte delle loro stilettate prende di mira le caratteristiche personali dei politici: Bush è stupido, Clinton è un sessuomane, Obama si crede dio… Al contrario, dice Baym, «Stewart e Colbert indirizzano il loro humour ai contenuti. Usano la satira per criticare le public policy e il sistema politico in sé in modi nuovi e credo, abbastanza rivoluzionari».

 

I SuperPac

A proposito di trovate rivoluzionarie, l’ultima di Colbert, quella che un paio di settimane fa gli è valsa la menzione del sorpasso su Stewart su Time 100 2012, è la creazione – regolarissima, con tanto di pratiche approvate dalla Federal Election Commission – di un SuperPac tutto suo.
I SuperPac sono dei “comitati di azione politica” spuntati come funghi dopo la controversa pronuncia della Corte suprema del 2010 “Citizen United v FEC”. I soldi sono parole e le corporation sono persone, è il succo di una sentenza che ha cancellato decenni di precedenti sulle leggi elettorali: non si può impedire a loro e ai sindacati di esercitare, coi soldi spesi per sostenere questo o quel partito o singolo politico, il free speech garantito dal Primo Emendamento.

Questi “comitati” possono accettare contributi senza limiti dai donatori per appoggiare un candidato a patto che non vi sia «coordinamento» col suo staff. Norme labili e facilmente aggirabili, come si è visto nelle primarie repubblicane, e come ha voluto dimostrare Colbert in una puntata culto in cui ha ceduto la sua creatura – Americans for a Better Tomorrow, Tomorrow – a Jon Stewart, alla presenza di un legale (vero, verissimo, un ex consulente di John McCain) che ha garantito come la loro amicizia e collaborazione professionale non costituisca in alcun modo prova di coordinamento. Il nuovo nome del comitato – The Definitely Not Coordinating With Stephen Colbert SuperPac – è già leggenda, così come gli spot che ha prodotto (uno, usando l’equazione corporations are people, accusa Romney di essere un serial killer per averne fatte fuori tante quand’era a Bain capital).

Colbert ci aveva già provato nel 2007, e poi quest’anno, a far entrare il mondo della fiction in quello reale candidandosi senza successo alle primarie repubblicane nella natia South Carolina, ma qui siamo oltre, qui è la finzione che arriva al cuore della realtà portando con sé i suoi spettatori. Che si prestano al gioco, tanto da donare soldi veri al SuperPac e da formarne di loro (per i valorosi Colbert ha preparato un kit, già sold out, con dentro un simil Karl Rove per consigli strategici e la lista di Forbes dei 400 uomini più ricchi d’America per cominciare col fundraising). «Colbert ha dimostrato come un programma di intrattenimento può dare informazioni vitali sulla corruzione del sistema politico americano in modo semplice, diretto e facile da capire, il tutto mentre lo si ridicolizza – dice Jones –. È molto di più di quanto i giornalisti non siano stati capaci di fare negli ultimi tempi».

 

L’ingresso nell’arena e il paradosso del culto della personalità

Dunque non solo, non più, la critica ai media, ma la supplenza ai media, l’ingresso nell’arena. Stewart e Colbert parleranno pure a un numero ristretto di persone – meno di 2 milioni a sera a testa, oltre tre milioni e mezzo con le repliche – ma il loro pubblico è fatto di tanti piccoli opinion leader, che twittano, postano, condividono, spingendo quei contenuti nel discorso pubblico. Stewart l’hanno addirittura paragonato a un dio del giornalismo americano come Ed Murrow. E l’affilata Michiko Kakutani si è chiesta se non sia Jon, un comico, “the most trusted man in America”.
Il pericolo di prendersi troppo sul serio – la deriva narcisistica e da santoni che conosciamo sin troppo bene nei comici italiani – è dietro l’angolo. Stewart, scherza il suo amico di sempre Denis Leary, «sa bene che nel momento in cui crederà di essere davvero importante, il divertimento svanirà e diventerà come Bill O’Reilly, solo più basso ed ebreo». E però non è semplice: come fa uno che intervista il presidente Obama senza concedergli nulla, raduna 230mila persone alla vigilia del voto di medio termine, partecipa come ospite a un famoso show della Cnn (Crossfire, era il 2004) a ne ottiene la cancellazione dopo aver attaccato in diretta i presentatori, continuare a dire: sono solo un comico?

Jon Stewart and the Burden of History, titola un profilone di Esquire del novembre scorso, che lo definisce la più sacra delle vacche sacre dell’American liberalism e lo accusa di essere l’Obama della comedy, coi capelli ingrigiti come quelli del presidente e ossessionato come lui dal porsi al di sopra del conflitto tra le due Americhe. Come se la sua integrità di arbitro neutrale – capace di attaccare Barack come faceva con George W. – fosse più importante dei fatti. Peccato che così finisca per ricordare il cinsimo di quegli equal opportunity offenders che soffiano sul populismo con il loro messaggio sulla politica tutta uguale. Colbert corre meno questo rischio, per il semplice fatto che in onda recita una parte. «Il problema dei comici – conclude Peterson – è che la loro principale preoccupazione è piacere. Colbert recita un personaggio, e al pubblico piace, ma non deve piacere loro tutto quello che il personaggio dice. E questo gli consente di dire molto di più». Di essere sincero, di scavare più a fondo, di non fermarsi alla facile catarsi.

Che poi uno show nato per parodiare il culto della personalità ne crei uno tutto suo, è solo l’ultimo paradosso, l’ultima prova che dal circo mediatico no, non si scappa.

 

Dall numero 8 di Studio

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