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The Brooklyn Way

L'arrivo dei Nets, la gentrificazione, il rapporto con Manhattan, l'odio/amore di chi ci è nato, di chi è scappato: il punto su Brooklyn.

Uno

La prima volta che ho visitato New York dopo l’età della ragione (che è, ufficialmente, 27 anni), ho provato la strana sensazione di esserci già stato. C’erano gli stessi taxi gialli che avevo visto in migliaia di ore di film e televisione, le stesse auto della polizia con gli stessi poliziotti che indossavano le stesse uniformi, gli stessi palazzi rossi con le stesse scale antincendio, gli stessi tombini con lo stesso vapore che ne fuoriusciva, gli stessi ragazzi senza maglietta che giocavano a basket negli stessi campetti con le stesse reti attorno con gli stessi spettatori aggrappati al loro esterno, gli stessi ristoranti con gli stessi tavolini sugli stessi marciapiedi, le stesse donne bellissime vestite allo stesso modo.

E pensai, «Sono qui. Questo posto esiste davvero. E io ci sto camminando in mezzo. Anche io sono parte di questa cosa».

Quella sera, giravo Union Square Park con gli occhi strabuzzati, accompagnato da una rotonda signora con una morbida voce da cantante soul, proprio dietro e al lato di me, fuori dalla linea del mio sguardo—l’ho vista solo di sfuggita. Per tutto il tempo, mentre attraversavo quel parco che avevo già visto mille volte, ero accompagnato da una colonna sonora: lei che cantava Hello Goodbye dei Beatles. You say goodbye, I say hello. Hello, hello! I don’t know why you say goodbye, I say hello. Hello, hello! I don’t know why you say goodbye I say hello. In loop. Per un minuto, nulla più. Fu incredibile. Avevo i brividi lungo tutta la schiena, i sensi aguzzati, mi sentivo come se mi si stesse gonfiando una palla di gioia e eccitazione al centro del petto, e respiravo lentamente, e con ogni respiro, i brividi si facevano più forti. E pensai, «Sono qui. Questo posto esiste davvero. E io ci sto camminando in mezzo. Anche io sono parte di questa cosa». Da quel momento mi sono completamente, pazzamente innamorato di New York. Poi, quella sera, andai da Freemans, un ristorante americano tradizionale alla fine di un piccolo vicolo nel Lower East Side, dove ordinai del soft-shell crab e un gin tonic mentre passavano 13 Songs dei Fugazi in filodiffusione. Ero con un mio amico, Jesse Pearson, che aveva smesso di essere il direttore dell’edizione americana di VICE da pochissimo. Jesse è di Philadelphia, trapiantato a New York negli anni ‘90. Ricordo che aveva addosso un cappellino dei Phillies—come molti abitanti di New York che provengono da altre città del Nord-est degli Stati Uniti, Jesse ci tiene moltissimo a distinguersi dai newyorkesi. Gli raccontai della mia esperienza, e di come mi ero sentito strano, tutto vibrante e gonfio, come se stessi finalmente arrivando a casa dopo un lunghissimo viaggio. Jesse sorrise come se sapesse esattamente di cosa stessi parlando. «Anche io provai una cosa simile la prima volta che venni qui. Penso che la provino tutti quelli che amano New York». E aggiunse, «Fidati di una cosa: quella sensazione non dura».

 

Due

L’idea di New York e la realtà di Manhattan sono due cose diverse. Prima di tutto, la Grande Mela, la City—la citta—è una cosa, ed è costituita esclusivamente da quello che si trova dentro i confini dell’isola di Manhattan. Gli altri quattro borough, o borghi, che compongono ufficialmente “New York City”—il Bronx, Queens, Staten Island e Brooklyn—sono talmente qualcos’altro che, secondo molti, non sarebbero nemmeno da considerarsi parte della “vera” New York City.

Fino al 1898, i cinque boroughs erano parte di cinque contee diverse. Brooklyn era una città a sé stante, con un suo sindaco e una sua giunta comunale. Nel 1898, venne inglobata dalla nuova New York City.

I quattro borough sono enormi, e molto popolosi, vero, ma anche molto diversi tra di loro, sebbene la differenza più marcata rimanga quella che distingue l’isola di Manhattan, così ricca e sofisticata, dai suoi 4 vicini, così relativamente poveri e working-class. I boroughs non sono dei “quartieri”, ma nemmeno dei “sobborghi”, di New York: il rapporto non è equiparabile a quello tra Milano e Sesto San Giovanni o Corsico, come non si può parlare di una New York City/Roma composta da Queens/Monti, Staten Island/Pigneto o Manhattan/Parioli. È molto più sottile, e difficile da afferrare. Fino al 1898, i cinque boroughs erano parte di cinque contee diverse. Brooklyn era una città a sé stante, con un suo sindaco e una sua giunta comunale. Nel 1898, venne inglobata in un’unica super-città, la nuova New York City. Trent’anni dopo, l’area metropolitana di New York aveva già superato i 10 milioni di abitanti, rendendola la prima megalopoli della storia. Oggi conta 19 milioni di abitanti. La città in sè na fa 8,3, divisi così: 500 mila persone a Staten Island, 1,4 milioni di persone nel Bronx, 2,2 nel Queens, 1,6 a Manhattan e ben 2,6 a Brooklyn. Se fosse una città a sé stante, Brooklyn sarebbe la terza città più popolosa degli Stati Uniti.

 

Tre

Con Lanark: A life in four books (uno di quella manciata di capolavori mai tradotti in italiano), il grande autore e pittore scozzese Alasdair Gray ha creato la più complessa e straordinaria evocazione letteraria della sua città, Glasgow. A un certo punto del suo epico, postmoderno ritratto semi-autobiografico, uno dei personaggi, McAlpin, dice a Thaw, il protagonista, «Glasgow è una città magnifica». E gli chiede, «Perché non ce ne accorgiamo mai?» E Thaw risponde, «Perché nessuno immagina di vivere qui. Pensa a Firenze, Parigi, Londra, New York. Chi le visita per la prima volta non si sente mai straniero perché le ha già visitate centinaia di volte attraverso i quadri, i romanzi, i libri di storia e i film. Ma se una città non è mai stata usata da un artista, nemmeno i suoi abitanti la vivono, nel loro immaginario».

Quattro

I Brooklyn Nets saranno la prima squadra di uno dei quattro sport principali americani (pallacanestro, football, baseball, hockey) ad avere sede a Brooklyn, dai tempi dell’addio dei Dodgers, che si spostarono a Los Angeles nel 1957. I Nets sono di proprietà di Mikhail Prokhorov, il secondo uomo più ricco di Russia secondo Forbes. Una piccola parte della società è in mano al rapper e imprenditore newyorkese Jay-Z, che detiene una quota simbolica (si parla dello 0,2 percento, ma i dati ufficiali non sono rintracciabili). Lo stadio dei Nets, il Barclays Center, è stato sponsorizzato per svariate centinaia di milioni di dollari da una banca araba, sorgerà a Atlantic Avenue, dove si incontrano i quartieri di Fort Greene e di Bedford-Stuyvesant. Il primo, Fort Greene, è gentrificato e ricco da anni, patria di bluppies (black yuppies), dove sorgono gli uffici di 40 Acres and a Mule, la casa di produzione di Spike Lee, in una brownstone enorme  in un viale alberato davanti a un’enoteca strepitosa e un fiorista zen-chic, e a cinquecento metri dagli enormi project, le case popolari abitate quasi esclusivamente da afroamericani e ispanoamericani, dove Lee è cresciuto. Il secondo, anche noto come Bed-Stuy, è ancora indietro: ci sono ancora più cartelli Compro Oro che Bistrot, per ora. Certo, la presenza di uno stadio internazionale e corporate che include alberghi, negozi, sale conferenze e ristoranti, premerà sicuramente sull’acceleratore della gentrificazione di Bed-Stuy. D’altronde, il complesso-stadio, noto come “Atlantic Yards”, incuderà anche un Club 40/40 (la catena di club di Jay-Z), uno store Roca-Wear (la marca di abbigliamento di Jay-Z), un complesso di appartamenti, e un esclusivo champagne bar, sempre disegnato da Jay, chiamato The Vault. Al The Vault, un tavolo costerà, per la serata, la non-proprio-modica cifra di seimila dollari.

 

Cinque

Stranamente, trasferirsi “a New York”, per un ragazzo nato tra il 1974 e il 1994, ha praticamente equivalso a trasferirsi a Brooklyn, a tal punto che i due sono confluiti in una cosa sola. Ma è qui, a Brooklyn, che si sono trasferiti gli artisti, i musicisti, i giovani in generale, attratti da affitti più bassi e da birra meno costosa, ma anche quelli che si prendono un po’ più sul serio, quelli che si sono cuciti addosso l’immagine del brooklynese moderno, gli hipster che si sono aperti il micro-birrificio e l’orto organico e lo studio di design e il baretto e il localetto e la bicicletteria vintage. È qui che c’è stata la gentrificazione più massiccia degli ultimi anni, quella occorsa subito dopo la metamorfosi di Tribeca della fine degli anni Novanta—quella che ne ha trasformato i ferramenta e i magazzini in ristoranti francesi shabby-chic e loft da 5 milioni di dollari. È a Brooklyn che i prezzi degli immobili sono saliti vertiginosamente, (a Park Slope, ad esempio, sono saliti, in media, del 425% in cinque anni), ed è qui che gli speculatori del mercato immobiliare hanno tirato su piccole fortune. Brooklyn, per molti, è ormai più cool di Manhattan, è the place to be. Rimane, per certi versi, più rozza, più selvaggia, ma è anche diventata, suo malgrado, più fighetta di Manhattan stessa. Di negozi di monocoli e cera per baffi se ne trovano di più a Brooklyn che a Manhattan, sicuramente.

 

Sei

Un tempo, venire “da Brooklyn” voleva dire essere diverso da uno della City, diverso nel senso di: più proletario. I brooklynesi erano più poveri, più rozzi, meno educati. In altre parole: più genuini, più onesti, più veri. In altre parole: afro-americani, italo-americani, o poveri-ebrei-americani-non-dell’Upper West Side. Gli ebrei di Brooklyn: quelli che si vestono male e che quando parlano urlano, quegli ebrei che in La Tata vennero trasformati in italiani meridionali grazie a un adattamento dei testi particolarmente fantasioso.

Un tempo, venire “da Brooklyn” voleva dire essere diverso da uno della City.

Anche le battute popolari, fino a pochi decenni fa, facevano leva sull’ignoranza dei brooklynesi. Tipo: Un barista di Brooklyn assume due ragazzi messicani e dice, «Non preoccupatevi del vostro inglese. Sono di Brooklyn, non lo so nemmeno io». Oggi, post-gentrificazione, le battute sui brooklynesi sono così: Domanda: Quanti tipi di Brooklyn ci vogliono per avvitare una lampadina? Risposta: Due. Uno per avvitare la lampadina, l’altro per fargli una foto. Oppure: Qual è la differenza tra un brooklynese e un senzatetto? Il brooklynese ha la barba e un blog, il senzatetto ha la barba e l’AIDS.

Poi, ci sono altri, ancora, che sostengono che Brooklyn ha smesso di essere cool nel momento in cui è diventata una colonia di Starbucks, un parco giochi per giovani europei. Sono quelli che dicono che Brooklyn è “già finita”, e ora si trasferiscono ad Astoria, nel sud del Queens, dove lo spazio è tanto e l’unica cosa che c’è è un’enorme birreria Ceka, o nel sud di Harlem. Oppure a Baltimora, o a Detroit. Ovviamente, la gentrificazione è inarrestabile, il mercato immobiliare si basa sempre più sulla speculazione continua, e, sicuro come il pane, tra qualche anno ci saranno già quelli che diranno che Astoria è “già finita,” che la scena underground di Detroit si è svenduta. Sono quelli per cui l’arrivo dei Brooklyn Nets e del loro circo di marketing è l’ultimo capitolo di un romanzo tragico. E non sono pochi: la copertina dell’ultimo numero di New York magazine recita il potente strillo THE END OF BROOKLYN? sopra un’immagine del Barclays Center.

 

Sette

Basil Katz è un giornalista di Reuters ventisettenne che vive nella splendida Fort Greene con sua moglie, una documentarista tedesco-canadese di ventotto anni, a pochi metri dal Barclays Center. Sono entrambi bianchi, e vengono entrambi da buona famiglia: nessuno di loro è di New York. Si stanno per trasferire a Los Angeles. Sebbene sia stanco di Brooklyn, non è stanco del quartiere in sé. «Amo Fort Greene, e mi piacerebbe viverci ancora. Belle case, strade alberate, tanti posti dove mangiare. È perfetto. Non sono stanco di Brooklyn. Sono stanco di New York. Dato che molti gruppi di persone in certi quartieri di New York—incluso Fort Greene—definiscono la loro politica individuale tramite il consumo, semplicemente non posso permettermi di essere la persona che vorrei essere, qui». Basil non vuole sentire parlare di gentrificazione. «La “gentrification” è il processo per cui la “gentry”, la gente senza terra, si trasferisce in una zona non sua, e crea in quella zona una nuova economia attorno a sé. Io non ho terra, e mi sono trasferito qui quattro anni fa. Sono parte della gentrificazione».

 

Otto

Sadie Stein è la deputy editor di The Paris Review, una donna formidabile e una newyorkese DOC. Dopo un’infanzia trascorsa a Manhattan, nell’Upper West Side, ha lasciato l’isola per trasferirsi a Brooklyn, attratta da affitti più bassi, più spazio, e un ritmo di vita più rilassato rispetto a quello della City. Oggi, Sadie si è ri-trasferita nell’UWS, e non sopporta più Brooklyn. «Ci vado lo stesso, a trovare i miei amici, o mio fratello. Ci vado stasera!», mi dice. «Dopo averci vissuto per anni, però, ho iniziato a mal sopportare quel modo di fare di Brooklyn, quel finto “siamo più fighi e autentici” quando in realtà nessuno di loro è di Brooklyn, e possono permettersi di vivere lì perché evidentemente hanno tanti soldi». Le ho chiesto se il “tipo di Brooklyn” è un tipo esistente, o un’invenzione facilotta. «Certo che esiste» – mi ha confermato. «Anche se ce ne sono tanti tipi: gli hipster, gli yuppie, e la via di mezzo, gli yupster. Certo, il “tipo di Brooklyn” che lavora nei media 2.0 e ha la bici fissa e la barba esiste, ma ormai è molto simile, esteticamente, allo yupster o al vecchio hipster che non vuole ammettere di essere ormai diventato uno yuppie. Detto questo, per la maggior parte della gente, le due cose sono indistinguibili. Ormai la gente veramente giovane e artistica e senza una lira si trasferisce a Detroit, o nel Queens. Brooklyn è troppo gentrificata. E poi, di chiunque si parli, sono tutti caratterizzati da un certo insopportabile senso di superiorità, di questi tempi».

Una cosa è vivere in un quartiere in trasformazione, in flusso, che sposta persone e tradizioni, un’altra cosa è quando questo processo viene applicato a una città di quasi tre milioni di abitanti.

È anche per questo che Sadie non sopporta più Brooklyn. «Mi sono stancata di tutte quelle persone che si sentono estremamente bohémien ed edgy semplicemente perché non vivono a Manhattan, che è poi una sensazione che non si percepisce nel Queens, o nel Bronx. E poi, in generale, ogni persona che ha vissuto in qualsiasi posto pre-gentrificazione trasforma questo fatto in una specie di eroica avventura, quando in realtà non si tratta di altro che di prezzi degli affitti che salgono, e non si rendono conto che sono loro stessi a farli salire.Certo, c’è una fortissima tradizione culturale a Brooklyn, gli scrittori, le accademie, i Dodgers, Coney Island, le Rockaways e la scena hip-hop. Ma nessuna delle persone di cui parlo ha una forte connessione con quell’eredità culturale». Ma questo, in un certo senso, è vero di tutta New York. «Certo, l’appropriazione della mitologia di New York è una delle ragioni principali per le quali la gente ci si trasferisce. Ma la combinazione di superiorità morale, preziosità e cecità verso le politiche della gentrificazione mi faceva salire la bile. Una cosa è vivere in un quartiere in trasformazione, in flusso, che sposta persone e tradizioni, un’altra cosa è quando questo processo viene applicato a un’intera città di quasi tre milioni di abitanti. Le politiche della gentrificazione sono molto, molto complesse, e non possono essere coperte da un sottile strato di birre artigianali e soffitti con le travi a vista, anche se sono due cose molto belle. Il fatto è che la gente vuole l’immagine dell’autentico pioniere urbano e allo stesso tempo vuole le comodità della gentrificazione, e tutta Brooklyn fa finta che queste due cose non siano in conflitto».

Nove

Jay-Z non trova nulla di strano nell’appropriarsi dell’immaginario della storia del rap di Brooklyn per aumentare le vendite di merchandising della squadra di un multi-miliardario russo. Le magliette dei Nets recitano scritte come “No Sleep Till Brooklyn”, “Hello Brooklyn”, “Brooklyn’s Finest” e “The Brooklyn Way”, citando canzoni dei Beastie Boys, di Notorious B.I.G. (che proveniva da Bed-Stuy, a pochi chilometri dal Barclays Center), e di Jay-Z stesso. Ce n’è addirittura una che mostra la scritta BROOKLYN alla quale sono appese paia di scarpe legate tra di loro, come si vedono appese alle linee della luce e del telefono in alcune strade di Brooklyn, una pratica iniziata anni fa per simboleggiare la presenza di spacciatori a un particolare corner. Oggi non si fa più per quello. Lo fanno i bulletti quando vogliono rubare le scarpe a una loro vittima e non fargliele più riavere. È molto più innocuo.

 

Dieci

Il distretto congressionale con il reddito medio più basso di tutti gli Stati Uniti D’America ($17,900 annui) è il distretto 16 dello Stato di New York, nel sud del Bronx, nel quale i bianchi sono il 3,5% della popolazione. Il distretto congressionale con il reddito medio più alto di tutti gli Stati Uniti d’America ($61,000 annui) è il distretto 14 dello Stato di New York, nel nord di Manhattan, nel quale i bianchi sono il 65%. La distanza tra i due è di 1,8 chilometri.

 

Undici

In una puntata di Sex & the City, il personaggio di Miranda annuncia alle sue amichette del cuore la sua idea di trasferirsi a Brooklyn, motivata dalla necessità di maggiore spazio per la sua famiglia. Le altre reagirono con angoscia e stupore. «Non puoi!», «Brooklyn è così… demodé!», «Non potrai più fare shopping con noi!», mi immagino che le risposero. Dico “mi immagino” perché non ho alcuna intenzione di fare ricerche specifiche per trovare le citazioni ufficiali di Sex & the City. Spero possiate capirmi. «Mi ricordo anche io» – dice Sadie Stein. «Era un concetto vecchio già allora: uno di quei momenti in cui mi resi conto che i creatori di quel programma avevano perso il polso di New York. Le parti belle di Brooklyn sono tanto chic, tanto gentrificate, e tanto care quanto la maggior parte di Manhattan, oggi. Se non sbaglio, si voleva trasferire a Park Slope, che non è proprio Bed-Stuy. Ma ecco la cosa strana: quando, per tre anni, ho vissuto in un quartiere veramente povero e veramente pericoloso di Brooklyn, nessuno l’ha mai messo in discussione. Oggi, quando dico alla gente che vivo nell’Upper West Side, la risposta più comune che sento, generalmente da gente di Brooklyn, è “L’Upper West Side? Perché? Chi ci vive lì?” E io voglio sempre rispondere, “I newyorkesi!”».

 

Dodici

Justin Warner è il prototipo del brooklynese moderno. Originario di Hagerston, nel Maryland, Justin si è trasferito a Bed-Stuy, Brooklyn, da ragazzo. Oggi ha ventotto anni e il suo ristorante, Do or Dine, situato a Bed-Stuy, non è mai andato meglio, soprattutto ora, dopo che Warner ha vinto un reality show—“Food Network Star”, trasmesso, evidentemente, dal Food Network. Gli ho chiesto perché abbia scelto di aprire un ristorante nel suo quartiere, quando Manhattan, la mecca della ristorazione, si trova a poche fermate di metropolitana da casa. «Vivo a Brooklyn, e dopo anni ho capito che stavo rincorrendo un sogno—sai, il ristorante nella City—quando potevo molto più facilmente costruirlo qui, sotto casa. Le cose sono più rilassate e avantgarde e generalmente meno turistiche, meno snob, da queste parti». Gli chiedo se, secondo lui, è ormai “uffficialmente” più cool Brooklyn, se è meglio—anche in termini di affari—aprire il ristorante a Brooklyn che a Manhattan. «Niente è “ufficiale” da queste parti—è questo il bello. Brooklyn e i suoi abitanti sono sempre stati più cool e lo saranno sempre, perché i brooklynesi come me continueranno a dirlo e a renderlo vero. Brooklyn ha sempre avuto un’anima più combattiva di Manhattan, è meno seduta, e poi la City è come un parco giochi per ricchi, e troverei davvero spaventoso vivere in un parco giochi». Do or Dine ha seimila like su facebook e non ha un’insegna, ma solo il nome del ristorante dipinto con i caratteri dei tatuaggi dei Mara Salvatrucha sulla saracinesca. È noto per servire “stravaganze culinarie” come i donut al foie gras.

Tredici

Giancarlo Di Trapano è il fondatore di New York Tyrant, un’eccellente rivista letteraria con sede a Manhattan, e della sua costola/casa editrice, la Tyrant Books. Mentre altre case editrici indipendenti aprono a Brooklyn, (es. Melville House, MuuMuu House) Gian ha deciso di rimanere a Hell’s Kitchen, nel mezzo della città. Nel dibattito Manhattan vs. Brooklyn, Gian si schiera con Manhattan, ma con qualche riserva. «È come tifare per una squadra se non cresci in quel posto. Chissenefrega? Nel senso, odio quando un gruppo si dichiara di un luogo piuttosto che un altro solo perché ci si è appena trasferito. Io vivo a Manhattan, e quindi ci rimango, e quindi lavoro qui». Ma, considerando che Brooklyn è ormai invasa da negozi costosi, da ricchi hipster stranieri, e da ristoranti che vengono evidentemente disegnati attorno a queste persone, e considerando l’arrivo dei Nets e della commercializzazione sfrenata anche della storia più urbana di Brooklyn, non è il caso di dire che forse è un quartiere finito? «Sì. È finito. Ma, di questi tempi, la gente non è così connessa al posto in cui si trova, in generale. Voglio dire, se stai a Manhattan o a Brooklyn o a Los Angeles, tanto passi metà della giornata a guardare il tuo telefono, quindi chissenefrega se è finita? Se sei una persona effettivamente interessante, non importa dove ti trovi». Il sottotesto, quindi, è che non c’è mai stato un periodo in cui non fosse “finita”. Che forse non è mai “iniziata”. «Probabilmente, è così» conferma Giancarlo. «È facile dire che le cose di moda sono “finite”, e lo fanno tutti, e ormai i livelli di ironia e sarcasmo sono tali che hanno trasformato il mondo intero in qualcosa di “finito”. Ma questa cosa è positiva, perché almeno, spero, ci costringerà a smetterla di leggere opinioni sulle cose e iniziare a farcele da soli».

 

Quattordici

Due anni fa, andai a una cena a casa di Basil e sua moglie, Alexa, nella verde Fort Greene. Con noi c’erano un ingegnere del suono californiano, una giornalista di Pittsburgh, e un curatore per MoMA/PS1 del Massachusetts. Le solite conversazioni che devono sorbirsi gli italiani all’estero: Berlusconi, che bella l’Italia, ti piace l’America, sai cucinare, sono stato a Capri, tu? Dopo cena scendemmo a fumare e bere un amaro sugli scalini di casa. Lì, ci approcciò un ragazzo di colore che usciva dai projects. Voleva venderci dell’erba. Disse che potevamo chiamarlo “Mr. Black”. A questa, tutti si fecero delle grandi risate. Il ragazzo aveva tagliato la tensione, ironizzando. No, non volevamo del fumo. Beh, peccato. Stava vagando, cercando uno che doveva menare. Ci chiese se fossimo mai stati a letto con donne di colore. Altre risate. Il curatore del MoMA disse di sì, c’era stato, e gli era piaciuto, perché vengono facilmente. Mr.Black rise di gusto e ci disse che lui preferiva le donne bianche, perché i capelli biondi e i capezzoli rosa lo facevano impazzire. Sempre più risate. Quando gli dissi che sono italiano, si mise a ridere fortissimo. «Dannazione, amico, che ci sei venuto a fare in questo buco di culo? Potevi startene in Italia sul lago di Como con Clooney». Tantissime risate. Più tardi, tornati in casa, chiesi alla giornalista se questa cosa succedeva spesso a Brooklyn: se i ragazzi neri e poveri dei project interagissero in maniera così imbarazzante e forzata con i ragazzi che gli stavano rendendo il quartiere tre volte più caro. Si offese, percependo la mia domanda come un’accusa di razzismo. «Non mi ero nemmeno accorta fosse nero» mi disse, voltandosi, stizzita.

 

Quindici

Quando ho chiesto a Lorin Stein, il direttore del Paris Review, l’eterosessuale più sofisticato e meglio vestito che conosco, se New York stesse ormai diventando una specie di trappola per turisti europei, e quindi falsa, tarocca, una Disneyland, mi ha risposto senza battere ciglio. «Certo!», ha esclamato, allargando gli occhi. Non aspettandomi una risposta del genere, sono rimasto in stand-by qualche secondo. «Però», ha detto, mettendomi una mano sulla spalla, svegliandomi, «rimane sempre New York».

 

Dal numero 11 di Studio
Foto di Lele Saveri

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