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Tennis bagnato

Un racconto: una giornata di pioggia a Parigi, gli appunti di Clerici, le gonne plissettate sulla terra bagnata, i rituali dei raccattapalle. E le partite, naturalmente.

Continua il diario molto narrativo di Fabio Severo dai campi del Roland Garros. La prima puntata è leggibile qui.

Per disputare un incontro di tennis è necessario che sul campo siano presenti in ogni fase del gioco sedici persone, esclusi i giocatori. Il gruppo è formato da un giudice di sedia, sei giudici di linea distribuiti in due gruppi da tre posizionati dietro le linee di fondocampo, due giudici seduti a lato della linea di confine del rettangolo di servizio e un giudice del fallo di piede, che si siede a lato del fondocampo a verificare che il giocatore alla battuta non tocchi la linea di fondo al momento di colpire la palla. Infine ci sono sei raccattapalle, di cui quattro stanno agli angoli del campo e due presidiano la rete. Durante l’incontro questi gruppi vengono sostituiti più volte, in un cambio della guardia minuziosamente coreografato. Accade nelle pause di gioco, nei sessanta secondi in cui i giocatori siedono dopo i game dispari. I nuovi gruppi di giudici e raccattapalle entrano in campo in fila indiana percorrendo il perimetro del campo, e ogni volta che un membro della fila raggiunge la posizione assegnata si stacca dalla processione e si posiziona a fianco del collega che sta per sostituire. Poi è la volta dei rimpiazzati, che uno alla volta lasciano i loro posti andando di nuovo a formare una fila che poi marcia unita fuori dal campo. I giudici di linea entrano e lasciano il campo camminando, i raccattapalle invece lo fanno correndo.

I raccattapalle corrono sempre, anche per coprire solo un metro di distanza. Come scoiattoli frenetici, sono sempre pronti a lanciarsi in una qualsiasi azione richiesta. Devono domare nel minor tempo possibile le capricciose traiettorie delle palline, combattere la noia e la ripetitività che portano a giocare con quelle tre-quattro che tengono nelle mani nascoste dietro la schiena, col rischio di farne cadere una e interrompere il gioco. Ma soprattutto devono continuamente leggere la psiche del giocatore che hanno di fronte, capire cosa vuole, come, quando, rimanendo lucidi nonostante siano costretti a maneggiare un asciugamano fradicio di sudore che gli viene chiesto in continuazione, con delle brusche maniere ormai diventate codici, tra cui spiccano il gesto della mano agitata davanti alla faccia e l’ancora più sgradevole dito puntato.

Dopo il match point il belga lancia una palla fuori dallo stadio mentre va a rete, l’applauso finale è molto intenso, come alla fine di una buona rappresentazione.

Qui a Parigi ho assistito al rito del cambio della guardia per la prima volta durante il match di primo turno tra Milos Raonic e Xavier Malisse nel bel campo numero 1, con gli spalti disegnati come un cerchio che corre attorno al campo. Scontro improbo, con il candese Raonic favoritissimo contro l’ormai trentaduenne con accenno di pancetta, che però data la nazionalità belga, il suo partire sfavorito e il gran talento storicamente mal gestito è stato ampiamente sostenuto dal pubblico. Dopo non aver visto palla nei primi due set, Malisse vince il terzo accompagnato da un’ovazione, ma ebbro del set strappato poi manca alcune occasioni per consolidare all’inizio del quarto, che scivola via in un attimo. Voleva solo la gioia di un momento Malisse, lo si intuisce anche dai sorrisi che fa sugli applausi del pubblico, poi tira i remi in barca. Dopo il match point il belga lancia una palla fuori dallo stadio mentre va a rete, l’applauso finale è molto intenso, come alla fine di una buona rappresentazione.

Proprio tra il terzo e il quarto set, mentre Malisse scaldava il pubblico riunito sotto un cielo plumbeo con la falsa promessa di una rimonta eroica, è cominciata la danza del cambio dei raccattapalle, con una colonna di ragazzini che è entrata in campo correndo lungo i bordi, e ognuno di loro si è messo davanti al compagno che doveva sostituire. Sono rimasti così per qualche secondo, raddoppiando le posizioni in attesa che il gruppo uscente avesse l’ok per lasciare il campo. A un angolo vedo un ometto castano e pallido come sono centinaia di raccattapalle, e dietro a pochi centimetri da lui c’è una ragazzina con una folta chioma riccia e corvina. In quell’attimo di pausa vedo lei chinarsi leggermente in avanti a dire qualcosa all’orecchio del compagno, e lui che le risponde girando lievemente la testa, poi lei che sussurra qualcos’altro. Poi come dopo un colpo di pistola le coppie di raccattapalle si separano in un istante, con il vecchio gruppo che svanisce velocemente. Preso da un’allucinazione indotta dal freddo e dalla speranza che Malisse rovesci l’inerzia di una partita impossibile immagino la storia dei due ragazzini, le giornate caotiche in cui magari si sono conosciuti per poi perdersi in continuazione nel trambusto degli eventi, per poi ritrovarsi nei momenti più improbabili, a scambiarsi due parole rubate tra un asciugamano e un servizio da schivare.

Sono zuppi anche i piedi delle decine di ragazze che gestiscono gli ingressi dei campi, che per perpetuare quell’immagine di femminilità francese un po’ retrò sono costrette a indossare delle ballerine sotto le loro uniformi café crème, con la gonna plissettata al ginocchio.

Poi continua a piovere, in alcuni giorni anche prima dell’inizio degli incontri. La folla non sa che fare, incastrata tra migliaia di ombrelli, gruppetti che restano sotto l’acqua a aspettare l’arrivo delle macchine dei giocatori, altri seduti sugli spalti a ammirare i campi coperti dai teloni, mentre il resto si parcheggia nel sottopassaggio di ingresso dello Chatrier. Al bar della stampa c’è la ressa per la cerimonia del premio al miglior articolo francofono sul torneo dell’anno scorso, con i senatori della vecchia guardia francese Henri Leconte e Guy Forget a sorridere e a farsi voler bene. Mi tocca bere un’altra volta champagne prima di mezzogiorno, accompagnato da deliziosi spiedini con fetta d’arancio, ciliegina di fior di latte e un salume chic non identificato. Qui si beve a tutte le ore, sembra che nessuno stia lavorando.

Le nuvole sono così a macchia di leopardo che mentre sospendono una partita ancora si sente il tifo che viene dagli altri campi. Nel sottopassaggio intasato oltre i livelli di sicurezza vedo uomini vestiti con completi di lusso gocciolanti, l’aria divertita per la situazione insolita. Sono zuppi anche i piedi delle decine di ragazze che gestiscono gli ingressi dei campi, che per perpetuare quell’immagine di femminilità francese un po’ retrò che tutti amiamo sono costrette a indossare delle ballerine sotto le loro uniformi café crème, con la gonna plissettata al ginocchio.

Ricomincia il gioco, e mi accomodo sullo Chatrier per seguire il primo turno di Nadal contro il tedesco Daniel Brands. Appena entro lo spagnolo sbaglia un dritto facile e fa doppio fallo, concedendo il break del 4-5 per Brands, che poi va a servire e vince il primo set. Il tedesco colpisce molto forte, cerca le righe e io già pregusto finalmente una vittoria di Davide contro Golia. A seguire la partita davanti a me ci sono Gianni Clerici e Rino Tommasi, a qualche seggiolino di distanza l’uno dall’altro. Tommasi accanto a sé ha una gentile signora con l’aria di chi è in visita, forse sua moglie. Si volta verso l’amico Gianni e fa un sorriso dopo un dritto frustata del tedesco, mentre io mi scopro a spiare gli appunti di Clerici: a sinistra vedo segnati vari punteggi, a destra note che non riesco a decifrare. Protegge i suoi fogli dal reclinarsi di una donna dalla lunga chioma nera seduta subito davanti a lui, poi chiede di fare silenzio nel corridoio alle spalle della tribuna: persino le piccole scene della sua vita quotidiana sembrano prese da qualche suo scritto. Nei suoi appunti vedo molte cifre e simboli separati da delle barre, riesco solo a leggere “NON È LENTO”, scritto così, in stampatello. Poi leggo “palla br.”, poi altri segni misteriosi, poi una nota che dice “soggetto/verbo/complemento”. Non ne sono sicuro, ma mi pare che quando deve segnare degli ace scriva “asso”. Naturalmente poi alla fine Nadal vince, e Clerici prende la parola in conferenza stampa solo per chiedergli se non sia stata una delle bombe del suo avversario a rompere il polso dell’amico Benito, un collega che sta seduto accanto a lui con la mano fasciata. La battuta non viene apprezzata come avrebbe meritato, né da Nadal né dalla platea dei giornalisti.

Negli appunti di Clerici vedo molte cifre e simboli separati da delle barre, riesco solo a leggere “NON È LENTO”, scritto così, in stampatello. Poi leggo “palla br.”, poi altri segni misteriosi, poi una nota che dice “soggetto/verbo/complemento”.

Nel lento svolgersi di questi primi due turni mi trovo anche a seguire l’incontro tra la francese Marion Bartoli e la russa Olga Govortsova. Bartoli è la giocatrice più scioccante del circuito, un groviglio di tic e riflessi pavloviani: saltella e fa scatti in avanti ogni volta che attende la palla per servire, e ha un movimento della battuta estremamente convoluto, fatto almeno di tre fasi che sembrano non avere alcuna relazione motoria tra loro. Oltre a fare il consueto rantolo d’ordinanza poi colpisce con due mani da entrambi i lati, torcendosi come se le avesse incollate al manico. Risponde più di un metro dentro il campo, si batte la mano sulla coscia nei momenti più strani, tra un punto e l’altro prova i colpi a vuoto con le spalle al campo, presa in una sorta di autismo tra l’angosciato e il rabbioso; esulta su errori grossolani dell’avversaria, fatti su punteggi ininfluenti. Il successo sportivo e la competizione sembrano per lei solo un modo di restare a galla, placare l’angoscia, nessuna idea di cimento sano della propria identità pare alleviare il fardello del dover giocare, che sopporta solo guardando di continuo in direzione del padre allenatore seduto tra gli spalti. Vince in tre ore e venti di sofferenze, alzando il pugno al cielo come una Marianne allucinata.

Sul finire di una di queste prime giornate piene di interruzioni e turni rimandati vado a dare un’occhiata all’ultimo match prima del tramonto, quello tra Flavia Pennetta e la belga Kirsten Flipkens. Mi fanno entrare di straforo a “jeter un coup d’œil”, e mi siedo sulla panchina degli addetti al campo. Un tizio accanto a me fuma il sigaro, nel frattempo chiacchiero della partita con il suo collega. Gli dico che Flavia si è da poco ripresa da un infortunio al polso e che sta ancora faticando a vincere gli incontri; lei è così vicina che potremmo guardarci, potrei parlarle sottovoce. La osservo mentre si difende dalla brutta situazione in cui si trova (0-5 al terzo) ripetendo i suoi gesti rituali, sempre esatti: la routine del servizio con la palla ben poggiata sul dorso della racchetta, la sistemazione delle corde, il modo composto in cui annuisce in direzione dei raccattapalle. L’altra è ormai sicura, lei sul finire anche un po’ sfortunata, con gli addetti che già si allontanano durante gli ultimi scambi per avviare le procedure di chiusura del campo. Finisce 2-6/6-4/6-0. La francofonia dell’avversaria ha fatto la differenza nelle scelte del pubblico, e in un campo così piccolo si sente anche di più. Vedo l’addetto con cui chiacchieravo che spazzola già il campo, ci salutiamo.
Dicono che anche domani pioverà tutta la giornata.

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