Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Tempo di cambiare idea

Su Tempo di imparare, il nuovo libro di Valeria Parrella, e sul cambiare idea sugli autori e sui libri già letti, già giudicati (ma anche, un po', su cosa vuol dire fiction e cosa non-fiction oggi, in Italia).

Nemici di penna di Giulio Passerini (WUZ) è un piccolo libro, molto leggero ma divertente, che raccoglie e descrive alcune celebri faide letterarie e che dimostra, semmai ce ne fosse bisogno, quanta tremenda violenza si annidi nelle antipatie letterarie. Per Gore Vidal, Capote era «un animale immondo che ha trovato il modo di entrarti in casa». Per V. S. Naipaul, Paul Theraux era un «autore di guide per poveri». Per Bolaño, la Allende più che una scrittrice «una scribacchina». Epiteto che è  stato tra l’altro al centro dell’ultima querelle degna di finire sulle pagine culturali dei giornali italiani, non citata da Passerini, quella tra lo scrittore Gianrico Carofiglio e l’editor (nota bene: il mio ) Vincenzo Ostuni, che su Facebook, nell’apice dello stress post-traumatico da Premio Strega, definì lo scrittore barese di gialli per l’appunto uno «scribacchino», beccandosi poi una querela per diffamazione. Da parte mia, sono un convinto sostenitore dei più volgari insulti e delle più pesanti offese. Trovo che facciano parte del gioco. Oltretutto,mi diverte l’idea che qualcosa di apparentemente ininfluente per la vita dei comuni mortali come il giudizio estetico possa arrivare a certe vette di esasperazione. (Lateralmente alla questione, vedi anche articolo di Cesare Alemanni sul dibattito americano su snark vs. smarm).

Mi è capitato spesso, spessissimo di provare questa sensazione, questa forma d’odio, vuoi perché il successo di pubblico di uno scrittore mi pareva ingiustificato, vuoi (più di frequente) perché mi pareva totalmente campato in aria o formulato per la ragioni sbagliate il suo successo critico. Si dà poi un terzo caso, che è anche quello più presente nel libro di Passerini, in cui l’odio nasce per questioni personali, per incompatibilità umane. Nel dubbio, come si dice, meglio non incontrare mai dal vivo gli scrittori che ci piacciono.

Se di un certo scrittore mi sono costruito un giudizio anche solo attraverso il modo in cui è stato venduto, è probabilissimo che questo giudizio mi accompagnerà fino alla morte.

Il problema è che queste forme di giudizio o di pregiudizio si cristallizzano in uno stato di immutabilità. Nell’esercizio della nostra facoltà critica, la cosa più facile è continuare ad avere su un determinato autore, anche attraverso libri che non abbiamo letto, la stessa idea. Se di un certo scrittore mi sono costruito un giudizio anche solo attraverso il modo in cui è stato venduto, è probabilissimo che questo giudizio mi accompagnerà fino alla morte.

Mi sono trovato davanti al problema quando ho avuto tra le mani il nuovo libro di Valeria Parella, Tempo di imparare (Einaudi), di cui avevo sentito solo bene e tra l’altro da persone di cui mi fido. Ora, parlare di odio è eccessivo, ma posso  tranquillamente dire di non avere mai avuto un’idea positiva delle cose scritte da Valeria Parrella. Non l’ho mai conosciuta di persona, e avevo smesso di leggerla, o leggiucchiarla, dopo le prime due raccolte di racconti uscite per minimum fax. Dello Spazio bianco, mi era bastato vedere in Tv dieci minuti di espressioni nevrotiche di quella che reputo la peggiore attrice italiana in circolazione. Intanto mi ero fatto l’idea, anche messa a punto dalle nostre comuni origini, che fosse una scrittrice dedita all’esotismo, allo sfruttamento intensivo della cosiddetta napoletanità, e che la sua strategia narrativa tralasciasse colpevolmente la rappresentazione della sua condizione borghese, tentando la scorciatoia dello stereotipo.

Così, prima di iniziare a leggere il libro, ho fatto una cosa che non faccio mai: sono andato  a riprendere un mio pezzo del 2009, pubblicato su una rivista, in cui definivo i contorni di una Sindrome di Stoccolma degli scrittori napoletani:

Nei successi letterari napoletani di questi anni, non c’è mai una borghesia che si autorappresenta e autorappresenta difficoltà, disperazione, disagio – rappresenta in definitva la propria paura – ma la ricezione del basso e di chi la paura la produce, la trasformazione di questo nel modello narrativo dominante […] Gli scrittori si sono come innamorati dei loro rapitori.

A esempio citavo gli attacchi delle due bandelle dei libri di racconti di Valeria Parella: 1) Un’aspirante signora bene appena maggiorenne trascorre il suo tempo in compagnia di un camorrista… 2) La fine del contrabbando di sigarette e l’esplosione del traffico di cocaina… Quindi mi dedicavo al terzo libro, pubblicato da Bompiani, Il verdetto, copertina con rivoltella (dopo i coltelli di Saviano) e la strada, già sperimentata dal regista Antonio Capuano, di rileggere l’epica camorristica con la lente della tragedia greca. Per di più Valeria Parrella aveva raccolto un sorprendente successo sin dal libro d’esordio, pubblicato dalla stessa casa editrice con cui, senza raccogliere un briciolo di quel successo, avevo iniziato a pubblicare io. Così mi sono messo a leggere Tempo di imparare

Cose che mi sono piaciute molto: le descrizioni del paesaggio e, in particolare, del mare, onnipresente; il modo delicatissimo in cui viene descritto come il bambino si comporta e si muove nello spazio.

È un libro che viene definito ancora prima di iniziare una «visione fantastica e letteraria di vicende che accadono nel mondo in maniera ricorrente» ed è uno di quei libri spogli, composto di capitoli di massimo due o tre pagine, in cui alcune informazioni di base (per esempio: il lavoro della protagonista, i nomi di molti luoghi) vengono omesse per aumentare il livello di essenzialità non tanto della storia quanto dei sentimenti, delle emozioni. La traccia portante è la maternità e, in particolare, la difficoltà della madre voce narrante di accettare la condizione di diversità del figlio, che soffre di poco classificabili disturbi psicofisici, e di affrontare paura di esporlo alla cattiveria del mondo. L’iscrizione alla prima classe delle elementari – l’uscita dal bozzolo – è la molla che attiva nei pensieri della donna una battaglia in cui confluiscono ricordi, speranze, amore e disperazione. Il modo in cui vengono messe in fila le parole e questa forma di astrazione del contesto di cui parlavo sopra fanno pensare più alla poesia che al romanzo. Ma il vero contenitore in cui tenterei di mettere il libro è il diario.

Cose che mi sono piaciute molto: le descrizioni del paesaggio e, in particolare, del mare, onnipresente; il modo delicatissimo in cui viene descritto come il bambino si comporta e si muove nello spazio; la trasformazione dei sentimenti violenti e contraddittori della madre in vaneggiamenti e fantasie.

Sono stato nel libro scomodo e lacerato. E posso testimoniare del miracolo, così poco frequente nei libri italiani contemporanei, di avere avuto voglia di continuare a leggere, di averne avuto proprio bisogno. Tempo di imparare è, insomma, un libro bello e riuscito, tuttavia quella frase iniziale che lo definisce una «visione fantastica e letteraria di vicende che accadono nel mondo in maniera ricorrente» ha continuato a schiacciarmi come un freno a mano tirato, una specie di excusatio non petita. Tutto di questo libro, a cominciare dalla forma diaristica per arrivare all’esattezza e alla forza del tono con cui vengono espressi i sentimenti della voce che parla, passando per quella peculiare forma di vicinanza quasi affettiva che nei libri di nonfiction si stabilisce tra autore e lettore, sembra suggerire che non siamo davanti a una «visione fantastica e letteraria di vicende…». Tanto è vero che, anche se Concita De Gregorio su Repubblica lo definisce «un romanzo», nulla nel paratesto einaudiano rimanda a una definizione così spericolata, se non quell’avvertenza scritta dall’autrice.

L’equivalenza letteratura-romanzo ha ancora in questo momento in Italia, anche presso le persone che leggono, una diffusione angosciante.

Per alcuni sarà una questione di lana caprina, ma io ci perdo il sonno. L’equivalenza letteratura-romanzo ha ancora in questo momento in Italia, anche presso le persone che leggono, una diffusione angosciante. Occorre forse spiegare a Concita De Gregorio che per scrivere un romanzo non basta cambiare i nomi reali delle persone? Che per scrivere un romanzo o una storia di finzione non basta dichiarare di aver scritto un romanzo o una storia di finzione, ma c’è qualcosa dentro il testo, oltre le avvertenze e le precisazioni, che parla da sola? C’è qualche genere di condizionamento collettivo nell’editoria e nel giornalismo culturale che impedisce di chiamare le cose col proprio nome?

Proprio in questo momento, tra l’altro, sto leggendo Teaching a Stone to Talk, un meraviglioso libro di Annie Dillard, scrittrice americana praticamente sconosciuta in Italia (una sola opera tradotta da Frassinelli nel 1994), che ha scritto quasi solo libri di non-fiction senza che per questo qualcuno abbia pensato di escludere i suoi testi dalla letteratura. E, insomma, avrei trovato più giusto, e credo che avrebbe dato al libro anche una forza diversa, non aggiungere quella frase iniziale. La questione è delicata, mi rendo conto. Ma se uno scrittore ha il coraggio di arrivare fino a questo punto, vorrei chiedere a Valeria Parrella, perché alla fine spostare il tiro?

Non sono riuscito a non pensare che Lo spazio bianco è la storia di un parto prematuro, e al fatto che Arturo, il bambino di Tempo di imparare abbia i problemi che ha per aver sofferto di «asfissia alla nascita». Poi ho ripreso Mosca più balena e in mezzo alla signora bene che s’innamora del camorrista e ad altre immagini che mi sembravano così lontane da una verità personale, ho trovato anche scene, interni e pensieri della piccola-media borghesia napoletana, a cui non avevo mai fatto molto caso e che trovavo molto consonanti con il mondo raccontato nel Tempo di imparare. Ho pensato allora a Valeria Parrella come a una scrittrice molto più brava a parlare di sé che a trovare il proprio riflesso nello specchio di mondi immaginati, e che quello che mi sembrava un processo di avvicinamento a se stessa la stava anche avvicinando ai miei gusti di lettore. Ho mandato un messaggio all’editor di Einaudi che ha curato il libro. Mi è piaciuto molto, ho scritto, ma non so se riuscirò a scriverci qualcosa. È un libro che quasi m’inibisce. Più che una recensione, mi viene voglia di scrivere una lettera all’autrice.

 

Nell’immagine, dettaglio dalla copertina di Tempo di imparare, Einaudi

54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg