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L’invenzione dei giovani

Chi ha inventato i giovani, i teenager? E quando è successo? Un libro – che ha ispirato un film – racconta la storia di un "gruppo sociale" dato per scontato, eppure nata solo a inizio Novecento.

Una delle mie passioni più segrete, una di quelle cose che faccio senza dirlo a nessuno, è collezionare articoli che parlano dei “giovani”. Il tutto deriva dal fatto che una volta, durante gli anni del liceo, fui fotografato fuori da scuola insieme ad altri amici, per poi essere inserito nella tribù dei Graffitari all’interno di un articolo di Donna Moderna. All’epoca avevo i pantaloni un po’ larghi, le felpe con cappuccio e la cuffia di lana nera calata sugli occhi. Nell’articolo, al fianco dei Graffitari comparivano anche i Fighetti, quelli con i jeans rossi e il Barbour, e i temibili Discotecari, bomber e  jeans con lo spacco in fondo. Ricordo che da una parte fui felice di finire su un giornale – ritagliai la fotografia e la attaccai all’interno del mio armadio – ma provai quasi subito un senso di profondo fastidio, causato dal fatto di essere stato classificato, inquadrato, incasellato da un giornalista che probabilmente non comprendeva come me il senso profondo dei testi di Odio Pieno dei Colle Der Fomento. Da allora sviluppai questa mia piccola collezione di scritti deliranti sui “giovani”. I miei preferiti in assoluto sono i vocabolari, quei piccoli prontuari che le madri di tutta Italia, memori della lotta di Alan Turing contro Enigma, leggono su qualche rivista tentando di trovare un vago senso logico ai discorsi dei loro figli. “Sai, mi hanno detto che si dice Spinello!”. Ricordo un servizio totalmente delirante di Studio Aperto che tentava di far passare come pratica comune del linguaggio “di noi giovani” l’aggiunta del suffisso inen a qualsiasi parola. A testimonianza di questa pratica usuale, si intervistava un ragazzo di fuori Milano che diceva con fare convinto: “Certo! Per esempio noi diciamo sempre motorinen!”.

Oggi non posso più dire di far parte dei Graffitari. Non posso neanche più dire di far parte della categoria Giovani. Non ho mai fatto l’interrail e quando parlo con un ragazzo di diciannove anni, scandisco bene le parole e lo guardo come se fosse mezzo pazzo. Solo due giorni fa, uno di questi “giovani”, evidentemente stupefatto a causa dell’assunzione di molto delta-9-tetraidrocannabinolo, mi ha avvicinato per chiedermi una sigaretta al parco e mi ha dato del Lei. Mi ha anche detto che secondo lui la cosa più bella del parco «sono le panche, zio. Che almeno ci si può sedere». Da Lei a “zio” in meno di un minuto: non tutti possono vantare traguardi del genere. Insomma, anche se ascolto ancora la musica ad alto volume, anche se quando mi chiedono il nome di un rapper cito Dell e non Eminem, non faccio più parte della Gioventù.

I “giovani” hanno cominciato ad essere presi in considerazione per le loro proteste causate dal loro ingresso nel mondo del lavoro o dal fatto che sono stati mandati a morire al fronte.

Ma cosa sono esattamente i giovani? Da quando esistono? Da cosa sono definiti? Cosa vogliono? Rispondere a una domanda del genere, pensateci, non è per nulla facile. Nello stesso calderone dovete inserire centinaia di diverse tipologie. Quelli che okkupano e non escono di casa senza le Clarks, quelli che vanno a farsi tirare gli schiaffi allo stadio, quelli che stanno al privé in discoteca sognando di essere amici di Pitbull, quelli che stravedono per i Modà e anche quelli che fino all’anno scorso erano troppo presi da Twilight ma che oggi invece gli fa schifo. Se volete leggere una risposta sensata e articolata, date uno sguardo a Teenage: The Creation of Youth Culture di Jon Savage. Nel libro di Savage, scrittore britannico e giornalista musicale massimo esperto del movimento punk, si delineano quelle che sono le caratteristiche principali dei giovani, dei teenager, dal primi anni del Novecento fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Il testo di Savage è stato preso come punto di ispirazione, e base per scrivere la sceneggiatura, del documentario Teenage, diretto nel 2013 dal filmaker Matt Wolf e presentato in anteprima al Tribeca Film festival di New York. L’idea è proprio la stessa del testo di Savage, ovvero quello di raccontare la cronistoria della gioventù, dalla sua comparsa fino agli anni Cinquanta, alla sua accettazione definitiva come categoria sociale. Si inizia dunque spiegando come a inizio Novecento il concetto di “adolescenza” non esistesse, di  come si passasse dall’infanzia direttamente all’età adulta. Si racconta della nascita del Movimento dei Boy Scout, intuizione e progetto del barone di Gilwell Sir Robert Baden-Powell. Ci si concentra sulla Germania parlando della famigerata Hitler-Jugend, la Gioventù hitleriana, o del curioso Wandervogel, movimento molto popolare a inizio del secolo scorso in cui i giovani decidevano di abbandonare il progresso e le città per tornare a vivere a stretto contatto con la Natura. C’è anche spazio poi per i bohemien inglesi Bright Young Things, gli scatenati ballerini jitters o le emancipate ed eleganti flappers. Il tutto è raccontato attraverso un complessissimo lavoro di montaggio, che non segue l’ordine cronologico degli eventi ma che tende a dare credito alla teoria di Wolf: i teenagers sono diventati una categoria vera e propria a causa delle trasformazioni della società. Non solo: i “giovani” hanno cominciato ad essere presi in considerazione per le loro proteste causate dal loro ingresso nel mondo del lavoro o dal fatto che sono stati mandati a morire al fronte.

Quello che stupisce maggiormente di Teenage è la tecnica adottata da Wolf. Non si tratta solo di un incredibile lavoro di montaggio, capace di mettere insieme incredibili filmati d’epoca slegati da esigenze cronologiche. Il punto di vista del film è – inevitabilmente – romanticamente personale. Questo vuol dire che tutta l’opera è raccontata in prima persona da quattro voci – American Girl (Jena Malone), British Boy (Ben Winshaw), American Boy (Jessie Usher), German Girl (Julia Hummer) – che “recitano” pagine dei loro diari personali. Ma Wolf si spinge oltre e realizza alcune sequenze di ricostruzione storica con attori ad hoc ad impersonare giovani famosi o che hanno contribuito a rendere  la categoria rilevante. Per questo assistiamo alla rise and fall di Brenda Dean Paul, la prima diva del cinema a dare scandalo sui tabloid dell’epoca per la sua dipendenza da morfina, o alla storia dello Swing Kid tedesco Tommie Scheel. La scelta, con tanto di pellicola fintamente invecchiata a simulare gli 8mm del periodo, è decisamente rischiosa, tanto che una recensione a firma di Peter Bradshaw comparsa sul Guardian sostiene che possa venire meno la buona fede e la credibilità del progetto.

In realtà le due tipologie di riprese, quelle originali dell’epoca e quelle ricostruite, riescono a sposarsi grazie alla spontaneità e alla forza insita del progetto. Wolf, sicuramente grazie alle indicazioni di Savage, è capace di raccontare quell’età in modo credibile, dall’interno, evitando proprio quell’effetto involontariamente e tragicamente comico che ricerco nella mia collezione di articoli sui giovani. L’attenzione è rivolta al macro, a quel senso generale di ribellione creativa che si prova in quella fase della vita e non ai suoi passeggeri aspetti esteriori. I modi di vestire, di esprimersi o di ballare vengono sì raccontati, ma sempre in funzione di un disegno più grande. Grazie anche alla bellissima colonna sonora (Unknown Album) firmata dal leader dei Deerhunter Bradford Cox, si riesce in soli 74 minuti a rendere tangibile la giovinezza: quel misto di rabbia, velocità, solitudine, poesia, sensualità, romanticismo e felice inadeguatezza verso il mondo che ci ha reso quello che siamo oggi.

 

Nell’immagine, giovani skinhead nel 1970 a Southend-on-Sea. Roger Jackson / Hulton Archive

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