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Taylor Swift

Come può una cantante country-pop sfondare sul mercato mainstream? Non è veramente country, e campa sulla formula "il mio uomo è un bastardo."

Pochi minuti prima della fine di Quella casa nel bosco, la protagonista Dana, messa in scena come la tipica “brava ragazza” dall’alto rendimento scolastico, scopre di essere sopravvissuta a una notte di zombi, trappole e amici ammazzati malissimo soltanto perché qualcuno le aveva attribuito, a priori, il ruolo della Vergine. Era previsto che lei arrivasse all’alba tutta intera, o che almeno morisse per ultima. Al che Dana fa una smorfia incredula e dice: «… io, vergine?». E la controparte le risponde, «lavoriamo con quello che abbiamo».

Ci ho pensato molto, mentre guardavo Taylor Swift vincere una manata di trofei agli EMA, subito dopo aver cantato il singolo che sta facendo da traino al nuovo album:

We Are Never Ever Getting Back Together, dove si festeggia l’uscita di scena di un cattivo fidanzato. Non è la prima volta. Questa è la sua firma, come autrice di canzoni: incontrare sempre nuovi uomini pigri, traditori, malvagi, e raccontare la fine del loro amore. Ma la sua specialità, quello che la rende unica e insostituibile, è l’essere considerata “più autentica” rispetto alle possibili rivali. Lei non è Britney Spears, lei suona la chitarra, partecipa alla scrittura di quello che canta. Nella gestione di se stessa come prodotto, ha almeno un po’ di voce in capitolo. Magari persino tanta. Le due pietre su cui è stata costruita la sua casa sono la purezza e la verità.

Cose irrilevanti ai fini di quello che state per leggere: fisicamente, Taylor Swift somiglia a Ke$ha; il suo disco medio ha lo stesso contenuto nutrizionale di Call Me Maybe, ma pretende di essere preso sul serio; Katie Holmes è stata trattata molto peggio per molto meno.

Intanto, un po’ di contesto. Per qualcuno Swift potrebbe essere rimasta la biondina interrotta da Kanye West mentre stava ricevendo un premio; il momento iniziato con la frase «yo Taylor, I’m really happy for you, Imma let you finish…», e proseguito in mille analisi volte a stabilire se lui quella sera fosse ubriaco. (E quante cose furono scritte sull’Uomo Nero che rovinava la festa alla figlia del padrone. Lascio stare.) Ma già allora, lei veniva considerata l’artista country-pop di maggior successo nel mondo. Ha venduto 23 milioni di dischi, ragionando in termini di copie fisiche, e oltre 54 milioni di download digitali. Oggi Forbes stima che valga 165 milioni di dollari. E perché una giovane “artista country-pop” ha sfondato sul mercato normale? Perché lei, country, non lo era mai stata: quell’industria l’ha sostenuta per semplice calcolo, sperando che Swift fosse la loro nuova Grande Speranza Bianca, la crossover star che si portasse dietro tanti consumatori freschi. E il country in Italia non interessa a nessuno, quindi ve la faccio breve: i tre tipi di canzoni che tutte le stelle del circuito presto o tardi si trovano a interpretare sono «il mio uomo è stronzo» (esempio: Mean Mean Man), «il mio uomo mi tradisce / mi tradirà» (Jolene), «mi tengo il mio uomo perché la vita è difficile» (Stand By Your Man. Una volta stavo con uno che me la cantava. Non ironicamente.) Quindi l’unica “cosa country” di Taylor Swift sta nella sua parziale aderenza al modello qui sopra, e la sua novità sta nel seminare indizi su chi siano questi omacci di preciso, se non proprio nel tirare fuori nomi, luoghi e date. E’ lo stile scoprite cosa è vero, insomma; l’eroina dichiara di scrivere quello che conosce, e allora noi possiamo pensare che nonostante i miliardi e il metro di gambe lei viva una vita improntata a un continuo confronto con Il Peggio, forse, al limite, frequentando uomini disgustosi per avere qualcosa di cui parlare. L’elenco è lungo.

L’effetto, comunque, è che ogni brano diventa una gara a chi lo decifra per primo, un grosso chi ha fatto soffrire la povera Taylor questa volta. Sul serio: il disco del 2010, Speak Now, sembrava un quiz della Settimana Enigmistica, dove unendo i puntini emerge la figura, e la figura era una lista di ex fidanzati, tutti famosi, tutti cattivi. A meno che Swift non stia facendo una cosa bellissima – cioé scrivere canzoni sulle sue presunte delusioni, raccontando solo i flirt che le attribuiscono i giornali – la prima perversione di massa a cui lei ha dato l’ok è l’analisi della sua sessualità tramite musica e testi. Due anni fa, Dear John voleva dire che lei era andata con John Mayer, e che lui l’aveva lasciata per strada con la maglietta alla rovescia; oggi, tutti lì ad ascoltare We Are Never Ever Getting Back Together e a chiedersi, «chi mai sarà questo maschio tanto immaturo e inconcludente?» [risposta: Jake Gyllenhaal.] Oppure: «Dio caro, ma questa donna ha mai avuto una relazione durata più di dieci minuti di fila, oppure sotto sotto sta pubblicizzando i suoi servizi come “fidanzata rispettabile” per uomini dalla sessualità fuori fuoco, che possono così godersi un incongruo corteggiamento pubblico in diretta globale a base di passeggiate e frisbee?» (Swift ha 22 anni, ma il passaggio alla maggiore età non ha spostato nulla, né in termini di vendita del personaggio né per come viene percepita dai suoi ammiratori: stringendo, sì ai vestitini fiorati e alle foto con i cani, no alle foto con le dita in bocca e alle pubblicità per Abercrombie & Fitch.)

In realtà, però, qualcosa è cambiato lo stesso. Sulla carta, Swift è ancora la signorina Cuore Infranto, una che prima sorride e poi piange lacrime vere. Ma una recente parodia di successo vede in lei una Barbie psicopatica determinata a rovinare chiunque si azzardi a lasciarla. La serie televisiva Nashville ha trovato una co-protagonista esemplare in “Juliette Barnes“, una cantante famosa che è pettinata come Taylor, vestita come Taylor, canta cose sceme a base di ragazzi – e quindi è una cagna, un’intrigante, meschina con i deboli, servile con i potenti; ma è anche depressa e infelice. E poi c’è un’interpretazione comune – una storia parallela, se volete – per cui Swift sarebbe «il peggior incubo del femminismo»; un piccolo mostro che vendendo se stessa come un modello di virtù e pulizia incarna tutto quanto va storto al mondo oggigiorno. Probabilmente le viene addossata la responsabilità ideale di qualche stupro di gruppo, l’aria è quella.

Ora, attaccare un personaggio come Taylor Swift per la purezza esibita nella sua confezione è offensivo e misogino quanto definire “svergognata” una concorrente del Grande Fratello.

La differenza è che, almeno a questo giro, la Vergine non vuole salvarla nessuno.

Taylor Swift va in giro dicendo «non sono femminista!» come se il femminismo fosse un’accusa di omicidio. Uomini Traditori a parte, i suoi testi si riassumono nella frase «io sono bella, buona e – beh, diciamo casta se non proprio certificata intatta al 100% , però mi tengo da conto, eh!, mica come quella PUTTANA di Rihanna». Non aiuta che lei abbia debuttato stabilendo che una volta persa la verginità una donna non ha più nulla da offrire al mondo. (La canzone si chiamava Fifteen; l’errore viene commesso da un’amica di lei – ovviamente – e l’atto descritto come «she gave everything she had».) Non aiuta che lei abbia fatto rimare “attrice” con “materasso” (giuro), quando derideva la nuova donna di un suo ex, e che continui a dipingere se stessa come un’improbabile underdog, sempre snobbata in favore delle rivali alla moda. (Ecco le gambe di Taylor Swift; ecco la casa al mare di Taylor Swift.) Se vogliamo abbracciare questa interpretazione, insomma, la Vergine è radicalmente più malvagia dei mostri a cui sopravvive.

Non dobbiamo mai perdere di vista un dato importante, però. L’innocenza è solo una perversione tra le tante.

No, nemmeno. La parola “perversione”, in italiano, si porta dietro una sfumatura negativa; una macchia. Sto cercando un sinonimo di kink, un feticcio facilmente integrabile nella vita di tutti i giorni. “Fissazione”, magari? “Gioco”? Ok. L’innocenza è un gioco. Ha lo stesso valore, e lo stesso senso ultimo, della pratica sessuale più impubblicabile che potete immaginare, e le probabilità che qualcuno si affezioni a quel gioco in particolare rispetto a un altro sono più o meno uguali. Traduzione: se un uomo o una donna trova attraente Taylor Swift, perché vorrebbe passare sotto casa sua al tramonto e aprirle la portiera del Maggiolone e sentirle dire oh, grazie, come sei gentile!, o perché vorrebbe corromperla senza pietà (il filone “la profanazione del ragazzino“, esatto), questo non è il sintomo che la società odia le donne sessualmente attive. E’ solo il sintomo che qualcuno desidera avere dell’altro, e che, in un determinato momento, quel desiderio può trovare posto sul mercato.

Torniamo indietro nel tempo fino a Brooke Shields, l’attrice e modella che dai 12 ai 22 anni generava contenuto grazie al dichiarare la propria verginità mentre veniva collocata in contesti molto ammiccanti – uno a caso, la pubblicità per i jeans di Calvin Klein, accompagnata dallo slogan “non c’è nulla tra me e i miei Calvin“. L’unico tratto davvero disturbante di quelle fotografie, oggi, è pensare che Shields non fosse del tutto coinvolta nel processo; che le decisioni venissero prese dai suoi tutori legali, o di chi diventava ricco grazie al suo lavoro. (Lei ha poi detto di essere effettivamente sbocciata tardi, perché «non amava il suo corpo» e «si sentiva troppo esposta allo sguardo del pubblico». ) Per il resto, questo teatrino dell’innocenza non era l’unica possibilità, per il pubblico, e non piaceva a tutti.

A volte lavoriamo con quello che abbiamo. A volte lo costruiamo noi.

 

(Dal 30 novembre al 2 dicembre un weekend ci panel, discussioni e concerti: Studio in Triennale, alla Triennale di Milano. Qui tutte le informazioni del caso. Vi aspettiamo.)

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