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Il pop vittimista di Taylor Swift

La trasformazione dell'ex stella della musica country, da fidanzatina nazionale a prima della classe.

È difficile essere buoni. Taylor Swift ci ha provato, e ci siamo cascati tutti. L’America ha sempre bisogno di una nuova fidanzatina nazionale, lei aveva pronto il pacchetto completo. Era la brava ragazza tutta casa, famiglia e messaggi positivi. Era la biondina né bella né brutta, anche a fare la figa manteneva quella dose di goffaggine che tradotto sta per: immedesimazione. Era l’ex diva country, che negli Stati Uniti è il Festival di Sanremo centuplicato, diventata diva pop con sicurezza navigata. Il morphing definitivo (con 1989, album inappuntabile uscito tre anni fa) l’ha consacrata più grande fenomeno musicale mainstream degli ultimi anni.

Qualche giorno fa è uscito il suo nuovo singolo, con relativo video. Titolo: Look What You Made Me Do. Insieme è arrivata la conferma a una domanda che si erano fatti in tanti: e se invece fosse lei, la stronza? Se Swift, sotto l’aria da rassicurante sweetheart, fosse in realtà una bulla? Lei sull’antibullismo ci ha marciato non poco, se ci fosse un premio per l’alunno più bravo del Paese come quello che assegna ogni anno il nostro Presidente della Repubblica, quel premio sarebbe sicuramente suo. Mattarella consegna il trofeo a Taylor, la compagnuccia che si prodiga per gli altri, che scrive i temi con la morale edificante, che non ha mai falsificato la firma di un genitore sul libretto delle assenze. Questo è stato, almeno finora, il suo profilo ufficiale.

Taylor Swift '1989' World Tour - Sydney

Il nuovo pezzo, e ancora di più il video, sviscera con orgogliosa scrupolosità gli ultimi anni di hating (secondo lei). L’immaginario cambia poco: è di fatto lo stesso scenario di Shake It Off, il primo singolo di 1989, quello in cui cantava «haters gonna hate»; e pure lo stesso di Bad Blood, sempre in quel disco, ovverossia faide vere o presunte tra colleghe del pop. L’unica differenza è che Look What You Made Me Do è il monumento finale di Taylor a se stessa. Le vecchie Taylor messe in croce dall’opinione pubblica internazionale (hashtag: #machiticaga) lasciano il posto a quella nuova, che non fa sconti a nessuno. Il simbolo è il serpente, sembrerebbe in doppia valenza: gli stronzi che ha collezionato lungo la strada, ma pure la muta della pelle. Non si fanno i nomi e i cognomi dei cattivi, ma si intuiscono senza sforzo. Ce ne sarebbe per Kanye West (e relativa moglie Kim Kardashian), con cui i trascorsi sono sempre stati burrascosi, salvo una parentesi di finta tregua. Ce n’è per l’eterna rivale Katy Perry, per gli ex fidanzati Calvin Harris e Tom Hiddleston, per le amiche della Squad (così è detta la sua cumpa) che l’hanno pugnalata alle spalle, per i critici musicali che avevano bacchettato la sua scelta di non usare i servizi di streaming (poi lei è tornata sui suoi passi), per i media rei di aver sempre manipolato la sua immagine. Il titolo è già di per sé un capolavoro di vittimismo: «Guarda che cosa mi hai fatto fare». Sottotesto: io non sono cattiva, siete voi che mi disegnate così.

O forse no. Negli anni Taylor Swift è stata colpita, in misura assai maggiore, dalla sindrome di Anne Hathaway, da reginetta del cinema caruccia ma goffa (immedesimazione) a prima della classe detestata da chiunque: non si contano le analisi sull’odio globale per l’attrice, addirittura accresciuto dalla vittoria dell’Oscar per Les Misérables. Swift è solo più potente. Parte della colpa va assegnata all’eterna ansia di riposizionamento che prende ogni popstar, in un’era discografica in cui si resta in trending topic per due giorni e poi avanti un’altra. Ora Taylor è nella fase autoassolutoria alla Express Yourself di Madonna (le piacerebbe), oppure in mente ha la Britney Spears di Piece of Me (ma senza lo stesso sincero e patetico struggimento). Taylor regola i conti lasciati in sospeso, lancia pizzini a nastro, non dimentica e non perdona nessun misfatto che si era legata al dito. Fa tutto da sola. Ma in questo campo, va riconosciuto, è una professionista.

TOPSHOT-US-GRAMMY-SHOW

C’è poi un’altra questione. Taylor Swift, ormai è dato certo, non sa parlare che di sé. O quantomeno non vuole fare altro. Da sempre: insieme agli hater, i ragazzi che l’hanno piantata sono i grandi protagonisti di quasi tutta la sua produzione. Anche in quel caso, la colpa è sempre degli altri. Oggi Swift procede sulla strada dell’autoreferenzialità creativa. Per mantenere il titolo di fidanzatina d’America, sa che non deve cedere su un dettaglio cruciale: essere una democristiana. In un momento storico in cui tutte le popstar si scoprono politiche, lei non prende posizione. Non sarà certo per “white supremacy”, ma fare l’anti-trumpiana le è economicamente svantaggioso: basta considerare i numeri che muove nella profonda provincia americana, che l’ha scelta come eroina ai tempi del country. La domanda è: il suo ombelico è ancora un argomento di interesse collettivo? Il suo prossimo album, anticipato dal singolo coi serpenti, uscirà il 10 novembre. Titolo: Reputation. Io, io, io. Per una vittima, si sa, non v’è soggetto migliore di se stessa.

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