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Supereroi: il punto della situazione

Le nuove uscite per "adulti" come Logan, le serie tv come Iron Fist, la rincorsa della DC sulla Marvel: storia recente e futuro prossimo di un genere.

Nell’estate del 2000 uscì un film strano. Era un blockbuster diretto da un regista che prima di allora aveva girato drammi, neo-noir e thriller dai sottotesti sadomaso, aveva una scena d’apertura ambientata in un campo di concentramento ed era accompagnato dalla frase di lancio «Fidati di pochi, temi tutti gli altri». Anche se a prima vista non sarebbe sembrato, era un film di supereroi. Un film, tra l’altro, tratto da una serie a fumetti della Marvel Comics in cui il più sobrio dei personaggi girava con una tutina gialla e blu e si riferiva agli altri con l’appellativo di “Cocco”. Si chiamava X-Men ed era il primo di una nuova era per quello che sarebbe stato conosciuto come il genere dei cinecomic, i film tratti dai fumetti.

Non ho controllato se la data sia o meno canonica all’interno delle trattazioni in tema ma penso sia un buon punto d’inizio per capire come l’industria cinematografica guarda ai supereroi da una quindicina d’anni a questa parte. È vero, pochi anni prima di X-Men c’era stato Blade, l’horror con il cacciatore di vampiri tratto da un fumetto (sempre Marvel), ma la scarsa notorietà del personaggio ha in parte oscurato il suo tentativo di uscire dalle convenzioni.

L’adattamento fumettistico non era certo pratica innovativa, ma la pellicola di Bryan Singer è stata la prima a costruire una mitologia fumettistica in un contesto realistico e soprattutto a prendere sul serio tutto ciò che stava mettendo in scena. Singer dipinge gli X-Men come reietti, minoranza in una società che li teme, peggio, li odia, e racconta senza un fronzolo la lotta tra i pacifisti e la frangia estremista di questo segmento ghettizzato della società. Li prende talmente di petto che elimina ogni residuo di fumettosità, agghindando Wolverine e gli altri più come delle teste di cuoio che come supereroi. Non è un caso che il dettaglio estetico dei costumi verrà rubato a piene mani dallo sceneggiatore Grant Morrison, assoldato dalla Marvel per rivitalizzare i fumetti degli X-Men all’alba del nuovo millennio.

LOGAN

Prima del 2000

Prima del 2000, l’idea di fumetto e cinema aveva trovato rappresentazione massimizzata solo in due personaggi, Batman e Superman, entrambi della DC Comics. Il primo aveva tentato di percorrere strade adulte con gli adattamenti di Tim Burton, a tratti bambineschi, ma con un senso del macabro e della morte potentissimi. Poi, di fronte a tanta oscurità, i capoccia della Warner Bros si erano tirati indietro e gli avevano preferito la stroboscopia al neon di Joel Schumacher, reo di aver affossato il genere in una spirale di stupidera e carte di credito griffate. Superman, invece, partito con spirito gioviale, era decaduto negli anni Ottanta dopo due episodi memorabili, a causa della qualità infima dei sequel e nessuno più sembrava in grado di trovare la ricetta giusta per raccontare un personaggio difficile da gestire.

I due pezzi grossi dell’editoria a fumetti, Marvel e DC Comics, si incontrarono a metà degli anni Novanta nello stesso punto, ma i marchi stavano andando in direzioni diverse e, mentre la DC vedeva i suoi asset crollare sotto il peso delle risate involontarie, la Marvel sbocciava in una miriade di produzioni. Negli anni Duemila la Marvel ha però problemi di tono e coesione. Se gli X-Men sono affilati e oscuri, i Fantastici Quattro sono goffi e infantili, lo Spider-Man di Sam Raimi è in una narrazione tutta sua, l’Hulk di Ang Lee non pare nemmeno vivere nello stesso universo. Un flop segue un successo senza soluzione di continuità perché manca una metodicità produttiva che possa essere replicata a ogni produzione.

È solo nel 2005, con il ritorno alla spicciolata dei diritti di adattamento dei vari personaggi alla casa madre, che la Marvel inizia a creare un universo compatto e grandioso con cui replicare le regole dei fumetti (cioè che i personaggi delle varie testate agiscono in uno spazio comune) ma con mezzi ambiziosi. È il Marvel Cinematic Universe e a capo del progetto c’è il produttore Kevin Feige che, come un grande produttore esecutivo di serie tv, è presenza costante quanto e più del regista. Ogni cosa va livellata di modo che, uscendo da un film ed entrando nel successivo, lo spettatore si senta abitante dello stesso luogo. Ecco che nel 2008 l’episodio pilota, Iron Man di Jon Favreu, imposta un tono (smaliziato), uno stile (informale) e un look (colorato) che, con progressivi aggiustamenti e modifiche, verrà emulato da tutti gli altri lavori e darà frutto al film sugli Avengers, oggetto simbolo dello stile Marvel.

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Un’idea, quella dell’universo cinematografico condiviso, che non era riuscita alla Warner negli scorsi quarant’anni, pur detenendo (quasi) tutti i diritti di sfruttamento a seguito dell’acquisizione della DC Comics. Anche perché ogni progetto andava da sé, in balia del regista convocato, e non c’era nessuno a tirare le fila dei discorsi. Il Batman di Christopher Nolan è bellissimo nel suo studio della figura del vigilante ma è inutilizzabile per un’operazione di gruppo se messo accanto al Superman di Bryan Singer, genuflesso in maniera imbarazzante alla versione anni Settanta; un po’ perché è effettivamente difficile divincolarsi dall’ombra titanica che gettano Batman e Superman, gli eroi a fumetti più famosi, antichi e memorabili. Perché sono divinità dai profili perfetti e la paura del minimo cambiamento attaglia ogni passo in avanti. La Marvel, con i suoi personaggi a misura di lettore, nelle loro scalfitture, non teme di rovinarli e stravolgerli perché l’iconografia non è parte della sacralità della narrazione. Pensate, di nuovo, agli X-Men cinematografici e a quanto poco ci assomiglino nella prima incarnazione. Poi guardate ogni singolo film di Batman e Superman e guardate quanto (non) cambino i personaggi. Lo stesso Bryan Singer, che gli X-Men li aveva decostruiti a colpi di giubbotti di pelle e tute nere, quando passa a dirigere Superman Returns rimane prigioniero della versione classica del personaggio, quella che Richard Donner aveva consegnato alla memoria collettiva nel 1978.

 

La risposta DC

La Marvel ha raffinato e calibrato la propria formula al punto che ora ogni suo film sembra un episodio di una dispendiosa serie tv. Se una volta, ogni personaggio titolare compariva soltanto nel film a lui dedicato e in quello in comune con gli altri, adesso siamo in una fase in cui ogni film Marvel è un’avventura, più o meno ridotta, degli Avengers: in Ant-Man c’era una sequenza molto importante con un Vendicatore, in Civil War comparivano tutti, i Guardiani della Galassia, il cui sequel è in arrivo a maggio, saranno presto della partita, nel prossimo Spider-Man ci sarà Iron Man e nel prossimo Thor apparirà Hulk. Ormai il problema principale è fornire quel gusto diverso abbastanza da non annoiare il palato. Ant-Man è il solito film Marvel mascherato da heist movie, Doctor Strange è Iron Man in salsa lisergica. Resta immutato l’escapismo, anche quando si tenta di affrontare tematiche serie (alla fine i discorsi sulla politica di Captain America: Civil War sono più nella nostre teste che nel film).

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Insomma, la Marvel ha trovato un problema (mettere insieme eroi diversi), lo ha risolto (pareggiamoli) e ora sta pensando al problema successivo (differenziarli ma non troppo). La DC, di fronte all’egemonia della rivale, non ha saputo che rispondere allo spirito di gruppo marveliano con interpretazioni diametralmente opposte. Cupe, incartate su se stesse, piombate da una gravitas connaturata ai personaggi e con una percezione raffazzonata di cosa significhi “universo condiviso”. La Marvel ha un conceptual artist, Ryan Meinerding, che fa da supervisore a tutte le sue produzioni. Ha disegnato i costumi di Thor, Capitan America e Devil e si assicura che l’aspetto di armi, abiti e ammennicoli vari sembrino provenire dallo stesso universo.

La Warner, dalla sua, ha preso l’estetica un po’ leccata di Zack Snyder e la sta spalmando sul proprio parco giochi. Poi, per velocizzare i tempi, hanno puntato tutto su un unico cavallo, Batman v Superman: Dawn of Justice. Quello che la Marvel – attraverso la sua divisione cinematografica – aveva realizzato in cinque anni (continuando poi a espandere l’arazzo narrativo), la Warner ha azzardato a farlo in un film di due ore e rotti, procedendo a ritroso rispetto al metodo Marvel, presentando tutti i personaggi e poi dando a ognuno un film solista. Dawn of Justice è uno spezzatino con troppi ingredienti a cui viene delegato l’onere di essere un sequel di Man of Steel, l’introduzione a un nuovo Batman, il debutto di Wonder Woman, un team-up tra due leggende e il preambolo per Justice League, il film sullo squadrone di Batman e soci in arrivo quest’anno. Lo stesso si può dire di Suicide Squad, un Frankenstein cinematografico in cui il disperato bisogno di iniettare umorismo nell’universo DC fa a cazzotti con la premessa di un gruppo di cattivi sacrificabili in mano alle autorità.

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Stesso discorso, di segno inverso, si può fare sulla televisione. Negli anni Sessanta, la serie tv di Batman ha ridefinito il concetto di kitch, mentre, nei limiti dell’epoca, L’incredibile Hulk marvelliano si sbilanciava nella ricerca di un’intimità e un pathos inediti per il genere. La grande serialità di oggi prosegue il discorso e ribalta la situazione rispetto al mezzo cinematografico, proponendo gli eroi Marvel, finora visti sulle piattaforme Abc, Netflix e Fx, con dosi ridottissime di supereroismo. Si passa da un Daredevil che aspetta l’ultimo episodio della prima stagione prima di farci vedere il protagonista con addosso il suo costume carminio a un Jessica Jones o Iron Fist che il costume manco ce l’hanno. Storie urbane, con pochissimi effetti speciali, dove il sole fa di rado capolino all’orizzonte e tutto vive nella penombra. La DC, invece, punta sul pubblico giovane, giovanissimo, con serie traboccanti di luce, sgargianti nel design e aggressive nello svolgimento delle trame come Flash, Arrow e Supergirl, che strizzano l’occhio agli appassionati. Per entrambe, i fili delle singole vicende si annodano e allacciano, tramite crossover o prodotti collaterali (vedi The Defenders, che unirà i destini di Devil, Luke Cage, Jessica Jones e Iron Fist).

 

La nuova Marvel

L’altra vena aurifera l’ha aperta Deadpool, con il suo taglio adulto. In America, Deadpool è stato il primo film Marvel a ottenere un visto censura R (vietato ai minori di 17 anni non accompagnati), da sempre considerato veleno per i blockbuster che, per puntare al pubblico trasversale, mirano a un più remunerativo PG-13 (vietato ai minori di 13 anni non accompagnati). Invece la pellicola del Mercenario Chiacchierone è diventata una delle più viste del 2016 ed è partita la corsa degli studios a rendere i loro cinefumetti più cattivi, sordidi e violenti. Detto fatto: quest’anno Logan, il nuovo capitolo dedicato a Wolverine, ha ottenuto il visto R ed è diventato il campione degli incassi primaverili, nonché uno dei meglio recensiti (il rischio è che prodotti non pensati per una confezione adulta se la ritrovino giocoforza, seguendo la tendenza per cui un elemento superficiale diventa specchietto per le allodole).

Deadpool Logan sono il prodotto della contro-storia della 20th Century Fox, detentrice del franchise degli X-Men e non legata direttamente a Marvel o Warner. Il panorama, per quanto frammentario, è dominato dalle tre major, che bene o male detengono i diritti di tutti i supereroi più celebri. La Marvel (o dovrei dire la Disney, che possiede lo studio di Iron Man e compagni), la Warner (che gestisce la DC) e la Fox, che dalla Marvel aveva comprato alcuni dei suoi pezzi pregiati come i Fantastici Quattro e gli X-Men, riuscendo a far fruttare solo questi ultimi. Ci sarebbe poi la Sony, con in mano il parco diritti dell’Uomo Ragno, ma la recenti uscite cinematografiche del personaggio non hanno sortito l’effetto sperato e il marchio giapponese si è visto costretto a invocare il tocco di Feige, mettendo Spider-Man in co-gestione con la Disney. Quella stessa Fox che ha avviato la nuova fase felice del cinecomic ora è senza un piano d’azione lungimirante. Ma tra fasi alterne (di incassi e riscontri critici) e incertezze sul futuro ha saputo tirar fuori alcuni dei più eclettici lavori del parterre supereroistico.

Deadpool con il suo metaumorismo e l’esistenzialismo di Logan – ma ne abbiamo anche per la televisione: Legion, la serie con protagonista un mutante schizofrenico, è lo show più atipico del palinsesto, merito anche dello showrunner Noah Hawley (Fargo) – paiono la risposta alla previsione funerea di Steven Spielberg, che tempo fa aveva decretato i film di supereroi un genere vicino all’estinzione. Forse anche vedendo lo slancio degli Avengers, Deadpool e Logan hanno aperto i cancelli esclamando a pieni polmoni che “vale tutto”, che si può fare un film vietato ai minori con stanziamenti modesti e scalare comunque le classifiche d’incassi. Però è una modalità che prevede di ripensare alla serie ogni volta che ci si avvicina al nuovo episodio, senza una ricetta o una formula preimpostata, proprio il modus operandi da cui fuggiva Feige. Da qui al 2019 ogni film di supereroi sarà un adattamento di fumetti Marvel o DC e produrre i grandi giocattoloni estivi potrebbe non essere l’unica soluzione sensata per sopravvivere nel mercato.

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