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L’estate in cui è impazzito WikiLeaks

Storia dell'organizzazione di Assange e di come ha perso credibilità, a 10 anni dalla sua fondazione.

La prima volta che ho sentito parlare di WikiLeaks era più di sei anni fa. Era l’aprile del 2010 e sui social network, che non avevano ancora la portata onnipresente che hanno oggi ma erano già piuttosto diffusi, impazzava un video. Il filmato in bianco e nero, girato nel 2007, mostrava alcuni americani di stanza in Iraq uccidere a colpi di mitraglia e a bordo di un Apache due giornalisti della Reuters: pare i soldati avessero scambiato per un’arma la telecamera di uno dei due reporter, così hanno aperto il fuoco, finendo per ferire anche due bambini. Sono state quelle riprese, ribattezzate “Collateral Murder”, a rendere famoso WikiLeaks, sebbene l’organizzazione fosse nata molto tempo prima, tanto che compie dieci anni a ottobre: la persona che gli aveva passato quelle immagini segrete si chiamava Chelsea Manning (a dire il vero Bradley Manning, come si faceva chiamare allora), a oggi il più celebre dei suoi whistleblower dopo Edward Snowden. Pochi mesi più tardi, WikiLeaks avrebbe diffuso migliaia e migliaia di documenti riservati sulle operazioni militari in Afghanistan e in Iraq. È stato con gli “Iraq Leaks”, che sono stati diffusi a partire dall’ottobre dello stesso anno, che ha fatto il botto, guadagnandosi le prime pagine di tutto il mondo con documentazioni di abusi sui prigionieri, report di esecuzioni sommarie, comunicazioni diplomatiche volte a insabbiarle.

Ricordo di avere pensato: hanno fatto bene a diffondere queste informazioni. Pur non essendo particolarmente pacifista, e senza essere cronicamente indignata davanti alla politica estera americana, mi pareva evidente che erano cose che il pubblico aveva diritto di sapere. A più di sei anni di distanza, quest’estate, WikiLeaks ha diffuso email del Comitato nazionale dei Democratici; servendosi (così almeno sostengono in molti) di un hacker pro-Putin, ha diffuso informazioni sensibili su migliaia di donne turche, mettendo a repentaglio la loro sicurezza personale, mentre il suo account di Twitter ha tentato di mettere a tacere i critici con insinuazioni antisemite. Nel giro di poco più di sei anni, insomma, WikiLeaks è passato da essere “quelli che portavano alla luce i casi di tortura” a “gente amica degli hacker putiniani che twitta cose razziste”.

Storia WikiLeaks

Non sono l’unica ad avere questa impressione: «Sei anni fa WikiLeaks dava l’idea di volere diffondere informazioni per rendere il mondo un posto migliore, migliorando la politica. Oggi sembrano più che altro amici di leader autoritari, gente che si diverte a creare scompiglio senza avere alcun obiettivo positivo» commenta Lisa Goldman, senior editor di Vocativ, sito specializzato in culture digitali, in una conversazione via Facebook. «Stando a quello che leggo online e che osservo nella mia cerchia professionale, sembra che nessuno li stia più prendendo sul serio», prosegue. «Certo, posso basare la mia opinione solo a livello aneddotico. Però trovo significativo che il Guardian abbia pubblicato un editoriale critico su Assange e che giornalisti anche molto liberal li fischino su Twitter». È evidente che qualcosa s’è rotto, resta da chiedersi quando.

 

Dalle origini alle Primavere arabe (2006-2012)

La storia di WikiLeaks comincia, senza che in molti se ne accorgessero, il 4 ottobre del 2006, quando viene registrato il dominio wikileaks.org. I primi documenti “leakati” sono messi in rete a dicembre, anche qui senza destare grande attenzione. L’anno successivo l’organizzazione rende pubblici i manuali delle guardie di Guantanamo; ma del carcere militare per i “nemici combattenti” e delle torture che avvenivano nei suoi confini si parlava già tanto, e non certo per merito del leak. Nel 2008 diffonde le email hackerate di Sarah Palin, allora candidata repubblicana alla Casa Bianca, e del British National Party. L’anno successivo mette online delle corrispondenze private tra alcuni climatologi di punta (accusati in pratica di avere tentato in mala fede di fare pensare al pubblico che il riscaldamento climatico fosse peggiore di quanto già non sia), nonché centinaia di migliaia di messaggi inviati sui cellulari e i cercapersone di New York city durante gli attacchi alle Torri gemelle: in alcuni casi si trattava di comunicazioni del personale di sicurezza, ergo di informazioni di qualche valore pubblico, ma per il resto erano soprattutto messaggi private di cittadini spaventati.

All’inizio del 2010, si diceva, il video dell’elicottero, che, come scriverà il Washington Post, ha «messo WikiLeaks sulla mappa»: in quel frangente comincia a circolare anche il nome di Julian Assange, che però viene descritto semplicemente come «portavoce» dell’organizzazione. Poco dopo, i documenti sull’Afghanistan e sull’Iraq: quello relativo al Paese arabo è il più grande leak di informazioni militari nella storia degli Usa. È in quel momento che la stampa comincia a parlare più frequentemente di Assange, che diventa «editor-in-chief» e «fondatore».

WikiLeaks storia

All’inizio dell’anno successivo, è la volta delle comunicazioni diplomatiche, che rendono pubblico ciò che alcuni esponenti del Dipartimento di Stato americano pensavano dei leader del resto del mondo. Molte delle informazioni diffuse non dovrebbero sorprendere – Berlusconi è «amico di Putin», il leader africano Mugabe un «disastro economico», Mubarak descritto come poco più d’un burattino – ma leggere quelle parole nero su bianco, e messe in bocca a un rappresentante del governo Usa, fa tutt’un altro effetto. Quella divulgazione di messaggi segreti avrà un grande impatto nel Medio Oriente, già in subbuglio in quei mesi. Qualcuno, incluso Amnesty International, vedrà in quelle rivelazioni una delle scintille che ha portato alle Primavere arabe. Ricordo quello che scriveva in quei giorni un blogger egiziano che ammiro molto: «È stato un bel karma in azione, grazie a WikiLeaks mi sono sentito come un bambino che per la prima volta poteva ascoltare i discorsi dei grandi».

Intanto i guai giudiziari di Assange, che nel 2010 era stato accusato di due casi di stupri che sarebbero avvenuti in Svezia ma nel frattempo si è trasferito a Londra, cominciano a farsi più complicati: la nazione nordica chiede l’estradizione, e il Regno Unito la concede; Assange, che è cittadino australiano, riesce a temporeggiare appellandosi alla Corte Suprema, che però nel 2012 respinge una volta per tutte le sue richieste. Non gli resta che rifugiarsi nell’ambasciata dell’Ecuador, dove vive tutt’ora.

Il caso Snowden, poi il declino (2013-2016)

Nel 2013 esplode il caso della Nsa e, di riflesso, quello di Edward Snowden: grazie a un numero massiccio di documenti top secret messi a disposizione dall’ex dipendente della Agenzia per la Sicurezza Nazionale statunitense, WikiLeaks rende nota la portata della sorveglianza di massa da parte del governo Usa. L’organizzazione è di nuovo al centro dei riflettori, Snowden diventa uno dei più celebri ricercati di tutti i tempi e trova asilo in Russia. In quel periodo nasce anche la collaborazione tra WikiLeaks e Rt news, il network di proprietà del Cremlino. La mole dei dati sulla sorveglianza di massa da parte della Nsa è così imponente che il dossier va avanti ancora oggi, come un vaso di Pandora aperto tre anni fa e non ancora richiuso, ogni tot ne salta fuori una. Nel 2015, per esempio, viene reso noto che la Nsa spiava anche alcuni capi di Stato e di governo di Paesi amici, inclusi Angela Merkel, Francois Hollande e Nicolas Sarkozy: la rivelazione, naturalmente, crea qualche disagio a livello diplomatico, ma l’affaire rientra ben presto.

E quest’anno? Anche il 2016 ha avuto il suo grande “leak”, i Panama Papers, dove però WikiLeaks non c’entrava nulla; anzi, l’organizzazione criticò l’operazione, perché i media coinvolti diffusero i documenti dopo un certosino lavoro di curatoriale, anziché fare un dumping massiccio secondo lo stile di WikiLeaks (in compenso Snowden l’ha definita «la più grande divulgazione nella storia del data journalism»). Quest’estate, in compenso, Assange e i suoi fecero parlare di sé per altre questioni, che hanno suscitato reazioni meno forti.

WikiLeaks timeline 2006-2016

Prima la diffusione di email riservate del Comitato nazionale dei Democratici, che ha rivelato l’ostracismo da parte della burocrazia del partito verso Bernie Sanders, provocato le dimissioni di dimissioni della presidentessa Debbie Wasserman Schultz e fatto in modo che la convention che avrebbe incoronato Hillary Clinton iniziasse in un clima teso. Ma non è stato il ciclone che alcuni si sarebbero aspettati. Soprattutto, non ha giovato a come la notizia è stata ricevuta il fatto che, stando a numerose ricostruzioni, le email del partito Democratico fossero state ottenute attraverso un hacker russo, forse vicino al Cremlino (non è un mistero che Putin faccia il tifo per Trump), anche se Assange ha negato. Altro problema: nel diffondere le email democratiche in blocco e senza alcun lavoro di curatela, nel suo consueto modus operandi, l’organizzazione ha reso pubblici i dati privati (inclusi i numeri di carta di credito!) di molti semplici donatori del partito, con eventuali ripercussioni sulla loro privacy e sicurezza.

Sempre quest’estate, cioè poco dopo il tentativo di golpe in Turchia e la svolta di Erdogan in senso ancora più autoritario, è arriva un altro “leak” analogo. Si tratta un volume massiccio di email dei sostenitori del partito di governo Akp: un caso di dumping su vasta scala di messaggi privati, per alcuni versi analogo a quello sull’Undici settembre, che secondo Zeynep Tufekci, analista turca che non può essere accusata di simpatie per Erdogan, hanno messo ingiustamente a repentaglio la sicurezza di centinaia di donne.

Un dato interessante – non un evento centrale, ma un indice che l’organizzazione ha un lato decisamente creepy – arriva a fine luglio, quando l’account ufficiale su Twitter risponde ai suoi oppositori, e più precisamente quelli che criticavano l’affaire della corrispondenza Democratica, accusandoli di essere ebrei. «La maggior parte dei nostri critici hanno ((((tre parentesi attorno ai loro nomi))) e hanno occhiali spessi. Che strano», ha sbottato @WikiLeaks, salvo poi cancellare il tweet.  La tripla parentesi tonda è uno strumento utilizzato da alcuni attivisti di estrema destra su Internet per identificare le persone di origine ebraica, o ritenute tali. Quando la cosa è stata scoperta dal grande pubblico, alcuni internauti di svariate etnie e religioni hanno cominciato ad applicare questo simbolo ai loro account sui social media in un gesto di solidarietà.

10 anni di WikiLeaks

I due dossier delle email turche e della corrispondenza dei Democratici riflettono entrambi uno degli aspetti più problematici della filosofia di WikiLeaks, quello della cosiddetta “trasparenza radicale”. Ossia l’idea, come la definiva su Gizmodo Michael Nuñez, «che se non ci fossero segreti il mondo sarebbe un posto migliore». Ogni verità nascosta, dunque, merita di essere portata alla luce, e che si tratti di un assassinio che un governo ha cercato di insabbiare o di un’opinione espressa in privato poco importa. È un passo oltre rispetto alla classica visione del mondo di chi difende i whistleblower: il nemico non sono più soltanto i potenti che cercano di nascondere colpe o ingiustizie, ma l’idea stessa che qualcosa possa essere nascosto. Se poi qualche malcapitato carneade si trova con l’indirizzo di casa o il numero di carta di credito esposti in Rete, beh, sono danni collaterali.

Qualcuno l’ha definita «l’estate in cui WikiLeaks è impazzita», nel frattempo la rivista Time ha pubblicato un articolo che dichiarava che l’organizzazione «fa più paura della Nsa», mentre il Guardian, che nel 2011 era stato un suo prezioso alleato, cominciava a scaricare Assange. «In quel periodo ho notato che la gente aveva cominciato a prenderli in giro su Twitter, e per quanto mi riguarda i tweet antisemiti sono da soli sono sufficienti a non prenderli troppo sul serio» dice Goldman, l’editor di Vocativ.

Stabilire una data precisa per l’inizio della perdita di credibilità è difficile, sostiene, «però credo sia iniziata quando hanno cominciato a fare dumping massiccio di email che richiedevano giorni o anche settimane per essere controllate… per poi scoprire che non avevano molto valore. È iniziato prima della Turchia e della Dnc. Se ben ricordo il pattern sia iniziato almeno due anni fa: prima si annunciava con una grande fanfara che sarebbe arrivato un dump gigantesco di email e tutti si esaltavano. Poi però quando ti ritrovavi per la terza volta a dedicare ore ed ore del tuo lavoro a smistare migliaia di lettere, per puoi scoprire che non avevano alcun valore giornalistico o sociale, cominci a stufarti, un po’ come nella storia del ragazzino che urlava “al lupo al lupo”». I dumping di comunicazioni dallo scarso interesse pubblico, però, non è una novità. Già i leak sull’Undici settembre, per esempio, contenevano messaggi di cittadini comuni, assai privati e un po’ struggenti, come: «Ho paura, ti voglio bene, XXXX». Forse WikiLeaks è sempre stata questa cosa qui, solo che non ce ne eravamo accorti.

Assange parla, in collegamento da Skype, a un pubblico di interessati presso un centro culturale di Quito, in Ecuador, 23 giugno 2016 (Rodrigo Buendia/Afp/Getty)
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