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Non recensione

Riflessione sul ruolo del critico letterario: lo scrittore contemporaneo è meno sacrale dello scrittore oramai riconosciuto?

Domanda: è deontologicamente corretto recensire una persona? Non intendo quello che facciamo tutti più o meno tutti i giorni (es. “Certo che Marco è proprio uno stronzo”), quello che intendo è recensire un libro a partire dalla simpatia o antipatia umana che si prova per il suo autore, specie nel caso se ne abbia conoscenza diretta. Il recensore non dovrebbe farsi influenzare, certo, ma quanti recensori possono dire di non essersi mai fatti influenzare in senso positivo o negativo dalla conoscenza dell’autore? Non ho statistiche precise, ma molte voci amiche nel corso del tempo mi hanno spifferato i retroscena umani di questa o quella recensione. Sono storie che sarebbero degne di inaugurare il filone cultural-giustizialista di Recensopoli.

In questi giorni, per dire, ho molto desiderato stroncare la nuova uscita einaudiana di Diego De Silva, Mancarsi. E non solo perché la presentazione del libro, per tutta una serie di elementi, mi ha fatto sprizzare odio da tutti i pori – l’atmosfera rarefatta, le parole santino bistrot e Buster Keaton a cui affidare il compito di sedurre il lettore scemo, la banalità spacciata per verità di una scena simil-teatrale occupata da l’Uomo & la Donna che si cercano e non si trovano – ma soprattutto perché qualche anno fa Diego De Silva l’ho conosciuto e dal quel momento non ho più smesso di chiedermi, senza peraltro leggere mai un suo libro, quale fortunosa combinazione astrale avesse fatto di Diego De Silva uno stimato scrittore italiano. Perché la persona che io ho conosciuto, in occasione di una presentazione a Salerno di una antologia di giovaniscrittori italiani di cui facevo parte, mi sembrò un uomo drammaticamente medio troppo compreso nel ruolo dello scrittore riuscito. Un interlocutore veramente piatto che parlava solo di contratti editoriali e pettegolezzi di vario genere.

Di certo anch’io avrò recitato a memoria il copione del giovane scrittore presuntuoso incapace di riconoscere, come sarebbe stato educato fare, che la distanza che ci separava sul piano del successo editoriale si potesse tradurre in una effettiva distanza intellettuale. Fatto sta che se avessi letto Mancarsi, ne sono quasi certo, avrei finito per recensire quella serata, dopo la presentazione, che io e altri giovani scrittori con relativi accompagnatori trascorremmo in una squallida pizzeria alla periferia di Salerno dove lo stesso De Silva ci portò vendendolo come il posto migliore che conosceva. Per inciso, si mangiò malissimo.

Vedete quali retro-pensieri si possono agitare nella mente di un recensore? Che genere di esperienze pregresse possono condizionare la dovuta neutralità nei confronti di un libro? Una brutta pizza può trasformarsi in un libro di merda. Ma possono essere, cosa forse più grave, anche esperienze di segno opposto. La critica come prodotto del sentimento (dell’amore o dell’odio, e persino del sesso) è un’immagine parecchio bolañesca, ma in fondo non così lontana dalla realtà. Paradossale proprio perché la critica – e lo faccio io stesso rendendomi insopportabile – per autogiustificare il suo sguardo dall’alto deve sempre attribuirsi un tono di autorevolezza.

Alla fine ho desistito. E anche perché avrei dovuto chiedere alla gentilissima ufficio stampa Einaudi un libro che avrei voluto pregiudizialmente stroncare. Altro sottile condizionamento per il recensore: i rapporti con gli uffici stampa. Ma questo è un altro capitolo, da trattare separatamente prima o poi.

Gennaio è storicamente un mese povero dal punto di vista editoriale e con così poche uscite interessanti mi sono affidato alle offerte del Kindle store. Ho la sensazione che la casa editrice italiana che sta interpretando meglio il mercato dell’e-book sia quella curiosamente con l’immagine più classica e, ancora più curiosamente, quella che da anni investe di più sulla cura grafica ed editoriale dei suoi libri di carta. Cioè Adelphi. La politica delle offerte e-book di Adelphi mi sembra la più sensata da fare: si ripescano per lo più vecchie cose su cui aleggia il fascino dell’imperdibile (vedi Shirley Jackson) e si propongono sulle piattaforme a prezzi molto bassi. Altro esempio: Dissipatio H. G. di Guido Morselli, libro poco conosciuto, o quanto meno poco letto. Un po’ di questi ripescaggi dal Novecento italiano venduti a prezzi stracciati non sarebbe un lavoro facile facile da fare per tutte le case editrici? Ma non si fa. In e-book finiscono soprattutto le novità.

Alla fine meglio avere letto Morselli che essersi accanito su De Silva. Al netto della santificazione post mortem, anzi post suicidio, visto che fino a quel momento nessuno aveva voluto pubblicarlo, che lo ha reso il classico esempio di scrittore incompreso, in cui il giudizio letterario si confonde con quello biografico – ed è questo il motivo per cui mi ci sono accostato con grande ritardo – Dissipatio è un libro linguisticamente fortissimo, moderno e dal punto di vista del pensiero: abissale. L’unico, che io sappia, last man standing italiano, come La strada di McCarthy o Io sono Leggenda di Matheson, solo che a differenza di questi due la voce narrante è veramente l’ultimo umano rimasto sulla faccia della Terra. Oltretutto non è una storia di sopravvivenza in cui si compiono azioni mirate al salvataggio dell’uomo. È piuttosto la storia di un pensiero che continua a prodursi in assenza di vita. Una rappresentazione concettuale della morte come esperienza di totale solitudine, ma non di nulla cerebrale. Un romanzo che sconfina nel saggio filosofico con uno stile che suona nuovo e allo sesso tempo come la voce di un’influenza sotterranea che ha percorso libri già letti.

Troppo facile tirare da questo improbabile confronto la solita conclusione che il successo editoriale non abbia nessun valore per i posteri, citando a caso l’esempio di Kafka o di qualche altro incompreso. Quello che è interessante, invece, è confrontare l’aura di sacralizzazione che ricopre gli scrittori entrati nella storia e quella strana familiarità ai limiti del contatto fisico che abbiamo, invece, con gli scrittori nostri contemporanei. Sembrano figure imparagonabili, e non solo sul piano letterario anche su quello umano. Sono, invece, soltanto persone che hanno scritto dei libri. Per sicurezza meglio comunque non andarci a mangiare una pizza.

 

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