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Alta Velocità Afragola, parliamone

Proprio come la storia, anche le opere pubbliche a volte sembrano esistere per amore di discussione. Chiedete a un campano della stazione di Afragola.

La 2 puntata di “Studio estate”, serie di ritratti di personaggi e di luoghi da scoprire e riscoprire durante le vacanze d’agosto. Potete leggere la 1 puntata, un ritratto di Pamela Anderson, qui.

Nell’autunno del 1998 ero appena iscritto all’università, a Napoli, e imparavo a conoscere le strade della città. Passando per Piazza Nicola Amore mi accorsi che stavano realizzando lo scavo che doveva preludere alla realizzazione di una fermata della metropolitana. Ricordo nitidamente che l’amico con cui mi accompagnavo, provinciale quanto me, disse: «Chissà, magari quando prepareremo la tesi, potremo anche venire in facoltà con la metro». Ovviamente ci siamo laureati entrambi da quindici anni e lo scavo è ancora lì. Ma non ci lamentiamo troppo, le opere pubbliche in Campania servono per parlarne: l’importante è che i lavori vadano avanti. Se si escludono certi programmi tv nessuno vuole più recitare la parte di quello che urla “e lo Stato che fa?!”.

Un parcheggio, una strada o una stazione… siamo abituati a vederli come progetti, non è detto che finiranno, non è detto che saranno quello che dovevano essere e quando, finalmente, saranno utilizzabili (ma non completamente, ci saranno sempre delle rifiniture incomplete, come allo stadio San Paolo che attende ancora gli ultimi ritocchi per Italia ’90) non è assolutamente detto che lo sviluppo delle città, da queste parti veloce e incontrollato, non abbia reso nel frattempo quelle opere parzialmente inutili. «Ehi, ma perché nessuno aveva pensato a fare un’uscita anche qui?». «Ma perché avevamo deciso due corsie e non quattro?». «Avevamo?! Io non ne so niente. Hanno deciso tutto trentacinque anni fa. C’è ancora il plastico con le 128».  E, appena concluse, tocca rimetterci mano. Però tra di noi ci diciamo: non ci lamentiamo troppo, è già tanto se l’hanno finita e la possiamo usare.

Così quando abbiamo saputo che la stazione dell’alta velocità di Napoli-Afragola era funzionante (anche se incompleta, ma ci arriviamo) quello che ad altri è sembrato un ritardo enorme, a me e tanti come me è sembrato un tempo accettabile. Chi non ci credeva più, chi non ci aveva mai creduto, chi pensava che a un certo punto tutto si sarebbe risolto in qualche altro modo… invece siamo rimasti colpiti. Ma poi, subito dopo, ci siamo anche detti che tanto le cose di cui lamentarsi comunque non sarebbero mancate. Intanto potevamo usarla e parlarne moltissimo. Parlarne bene con chi ne parlava male e male con chi ne parlava bene. Si potrebbe dire che lo facciamo per amore di discussione. Gli antichi dicevano che la storia è opus oratorium, per noi vale lo stesso con le opere pubbliche.

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Sul treno ascolto un tizio raccontare di quando anche tornare da Bologna per il weekend in Intercity – dieci anni fa, non trentacinque – era un’impresa. Il treno partiva a mezzanotte del venerdì sera e arrivava alle otto del mattino. E a Napoli, mica qui! Come se l’alta velocità non esistesse da un pezzo e come se fossimo lontanissimi da Napoli!… Ma poi ci penso meglio, e forse ha ragione lui. È uno dei primi giorni in cui il collegamento per Afragola è in funzione e, una volta arrivati, siamo giusto in otto a scendere. Il treno è carico di pendolari o emigrati (servirebbe un termine più specifico per definire i meridionali che vivono e lavorano altrove e tornano continuamente “a casa”), hanno gli atteggiamenti che riconosco, il linguaggio del corpo, l’accento, gli abiti. Gli abiti, soprattutto, quando sono lontano mi dimentico sempre quanto il modo di vestirsi da queste parti sia ancora molto riconoscibile. Se è mai esistita una differenza di clientela tra treni veloci e treni lenti, qui sembra saltata.

La stazione è stata realizzata proprio per permettere ai treni di proseguire la marcia senza invertire il senso; quindi il treno riparte mentre ancora ci guardiamo in giro. Un ragazzo si lascia andare a un commento entusiasta ad alta voce, un altro sorride compiaciuto con una smorfia che, in base ai propri pregiudizi, qualcuno potrebbe anche trovare ironica. I binari non sono sotto terra, quindi non dobbiamo cercare un sottopassaggio, ma un modo per entrare nella stazione vera e propria che è in alto. Perché la stazione è una sorta di enorme ponte sui binari. Neanche dentro c’è molta gente. Il bar è chiuso con i sigilli perché pare – con la tipica terza persona impersonale che in Campania usiamo per non dare una responsabilità diretta a nessuno – “che non ci fossero tutte le carte”. Cioè che sia un problema di burocrazia, ulteriore modo per dare la colpa alle leggi, troppe, e non alle persone. Per un altro intoppo di “carte” scoprirò che anche il parcheggio (obbligatorio per come è impostata la stazione che non ha un “classico” retro) non funziona regolarmente. C’è una guardia giurata che controlla gli ingressi, ma non si ritira il bigliettino alla transenna. Il parcheggio è sotto sequestro fin quando i responsabili non completeranno a dovere l’iter burocratico. Gli ottimisti danno la colpa alla burocrazia, i pessimisti al malcostume locale, grande o piccolo chissà. Intanto sono tutti contenti di non dover pagare. Neanche all’abusivo, che senza guardia giurata si sarebbe di sicuro presentato.

Una cosa che mi stupisce sempre delle mostre di architettura, e in piccola parte trovo persino un po’ buffa, è osservare i bozzetti preliminari alle grandi opere. Dentro la stazione di Afragola ne sono esposti alcuni. Ora che il bar è chiuso e gli altri esercizi commerciali non sembrano neanche sul punto di aprire, l’unico posto in cui ha senso fermarsi è un piccolo spazio espositivo assemblato molto bene con video, foto e altro materiale di altre infrastrutture progettate da Hadid. La stazione metro del distretto finanziario di Riyad, il nuovo terminal dell’aeroporto di Pechino, la stazione marittima di Salerno. Sei dentro un’opera mastodontica che copre più di trentamila metri quadri, tonnellate di calcestruzzo, cemento, diecimila metri quadri di vetrate, e scopri che tutta quella materia era contenuta in un foglietto con una decina di linee curve, un po’ ricalcate. Solo gli architetti molto bravi e i cittadini abituati a vivere in terre di opere pubbliche infinite sanno leggere così bene certi bozzetti. I primi sanno che, con quel bozzetto, il lavoro ha inizio; gli altri che, con quello stesso bozzetto, avranno inizio le inaugurazioni.

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Qualcuno ha contato, con gioia, che la stazione di Napoli Afragola ha avuto ben cinque inaugurazioni. Ma le critiche alla stazione sono parecchie e alcune ben più serie di questa battutina. Si critica il fatto che sia inutile o, quantomeno, sovradimensionata. Che non ci saranno mai passeggeri a sufficienza, che non è collegata al resto della rete locale di infrastrutture, che ad Afragola e nelle vicinanze non c’è niente da vedere e che nessun turista scenderà mai ad Afragola. Quest’ultima pure con la presunzione d’essere divertenti e sagaci. Ci sono poi quelli che dicono che non ha senso spendere tutti questi soldi, quando ci sono ancora tanti tratti della rete ferroviaria italiana a binario unico, anche se non si capisce mai perché stabilire che ci sia una necessità che deve escludere le altre. Chi la difende obietta che non l’hanno certa costruita per perderci, che le prospettive sono altre, che presto tutto sarà a regime. Ne riparleremo per anni. Anzi, ne parliamo da anni. È come se parlassimo già di questo anche quando parlavamo d’altro. Parliamo sempre di questo.

È altrettanto vero che pure il modo avverso di essere altisonanti ha stancato. Le definizioni come “la porta del Sud”, la stazione di Afragola è stata soprannominata così, suonano ormai ridicole e inconsistenti, vuote come le corazze arrangiate dei musei arrangiati, e non si capisce davvero più chi possa ancora esaltarsi per un’espressione del genere. Nell’area di Napoli Nord, vive più di un milione di persone. Con chi s’è trasferito altrove, si arriva al doppio. Tutte persone che all’idea di non doversi cacciare nel traffico di Piazza Garibaldi e della stazione centrale di Napoli sono esaltate. Che all’idea di risparmiare del tempo sia all’andata che al ritorno sono esaltate. E ce ne saranno ancora di più in Puglia e in Calabria quando finalmente l’alta velocità arriverà anche lì e attraversare velocemente Napoli gli permetterà di guadagnare altro tempo. Nessuno di questi però si esalta per l’espressione“la porta del Sud”, perché perfino la dicotomia tra fare e non fare qui ha stancato. Ha vinto il fare, spesso a qualunque prezzo, ma almeno facciamolo, ci si dice. Si fa spallucce davanti alle inchieste sui rifiuti (vabbè, però non sono rifiuti tossici) e si fa spallucce anche se qualcuno sospetta che perfino una faida di camorra con otto morti abbia a che fare con appalti per la stazione (Antonio Corbo sul Venerdì di Repubblica del 16\06\17). È un mix di abitudine, sfiducia che le inchieste vadano in porto, voglia di voltare pagina, fatalismo, desiderio di non offrire alibi, il desiderio di essere come gli altri.

Tuttavia, a giudicare dagli status dei social, l’esperienza del viaggio in treno è diventato un momento centrale dell’esistenza serena. A chi non capita di leggere continuamente storie di viaggio di altri? Ritardi, coincidenze mancate, aria condizionata troppo calda o troppo fredda, compagni di viaggio molesti, le letture sul treno degli altri, a volte anche corredate da paparazzata del lettore, le conversazioni sul treno degli altri; ormai esiste persino il format giornalistico di indiscrezione raccolta origliando chiacchierata altrui; poi chi si lamenta delle valigie messe male, chi ti racconta che ha incrociato un vip spesso con selfie perché pic or din’t happen lo sappiamo. E senza che ci sia una di quelle iniziative #raccontailtuoviaggio altrimenti nessuno lo farebbe, solo perché tutti non vedono l’ora di compiacersi di un wifi ben funzionante in carrozza e per un’area silenzio in cui il silenzio sia davvero rispettato. Non servirebbe insomma “la porta del Sud” per raccontare un successo. I clienti non vedono l’ora di essere considerati davvero clienti.

Galleria-pedonale

Camminando verso il parcheggio si vedono gli operai che venti metri più in alto, sopra le vetrate, ancora lavorano. Incrocio due gruppi numerosi impegnati in qualche tipo di verifica tecnica e un paio di famiglie che paiono essere lì giusto a fare una passeggiata, senza fretta. Me lo confermerà distrattamente il tizio che, per qualche ragione, presidia il parcheggio. Dice che sono in tanti che vanno lì per una passeggiata. Che vogliono vedere «una cosa bella». E, vista soprattutto da fuori più che da dentro, la stazione è davvero notevole. «Perché Calatrava a Reggio Emilia va bene e Zaha Hadid ad Afragola, no?», mi domanderà provocatoriamente l’amico che viene a prendermi e che vede razzismo ovunque ma, come dice lui e, vuole il refrain, qualche volta c’azzecca. Chi si lamenta che la stazione sia costata troppo si lamenta che sia bella, perché non vogliono che abbiamo mai qualcosa di bello. Sono afragolesi, giuglianesi, acerrani, dovevano accontentarsi, al massimo, di una cosa funzionale. No, sì lamenta del fatto che abbiano fatto lievitare i costi, dicono i buoni. Bella o meno ci penseremo noi a rovinarla, obietta lo stesso amico sarcastico di prima.

Qualcuno ha detto che la stazione sembra una discoteca. Non sono sicuro volesse fargli un complimento, ma possiamo anche leggerlo in questo senso. Perché è avveniristica, in una zona in cui l’unica altra cosa avveniristica di questo tipo è l’inceneritore di Acerra. Poco più in là un’altra archistar, Renzo Piano, ha realizzato un centro commerciale, Vulcano Buono, a forma di cono, con un’enorme piazza centrale che avrebbe dovuto fare da “polis”, circondata da negozi. Il centro è aperto da anni, ma ha sempre subìto la concorrenza degli altri centri commerciali della vicinanza. Non è mai diventata una “cosa bella”.

Per allontanarsi è quasi obbligatorio girare tutt’attorno alla struttura della stazione. C’è un lato enorme su cui i lavori fervono. Dopo centro metri, incrociamo un trattore e anche un cavallo col calesse, di cui davvero non riesco a spiegarmi l’esistenza (forse per un matrimonio, ma non sembra abbastanza elegante). C’è solo campagna, molto arida e gialla quest’estate [Ndr, il pezzo è stato scritto prima che cominciassero gli incendi], poi la solita spazzatura abbandonata ai bordi delle strade, resti di inciviltà che tutti conosciamo. L’autostrada sarebbe molto vicina, ma il cavalcavia per arrivarci è, va a scoprire perché, più lontano. Basta superare la stazione e se non ti giri di spalle nulla ti ricorda che esista. L’ambizione è che la stazione e il contesto un giorno si fonderanno in qualche modo. Ma è un processo che dovrebbe essere governato e, con tutta la buona volontà, non si capisce proprio chi potrà farlo. C’è chi ha rispolverato anche l’espressione “cattedrale nel deserto” (espressione che, in teoria, riguardava solo le strutture industriali). La cattedrale nel deserto resta, però, l’unica idea di sviluppo mai tentata in zona. E per molti non è una critica, ma una scusa per abbandonarsi alla nostalgia.

Immagini Getty Images
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