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Stay hungry, stay at home

Sì, potete evitare di andare al cinema per jOBS, il biopic sul fondatore di Apple, la cui storia è dipinta a due dimensioni e "imitata" da attori più o meno bravi.

C’è una sequenza che mi è rimasta impressa nella memoria di jOBS, il film che racconta la vita di Steve Jobs, in uscita nei nostri cinema domani, giovedì 13 novembre. Una sequenza che è esemplificativa di quello che possiamo considerare un disastro cinematografico o, se preferite, un singolo momento che contiene tutti i difetti che il genere biopic può avere. Partiamo dall’inizio: siamo nel 2001, alla presentazione dell’iPod all’Apple Town Hall. Jobs ha già assunto l’aspetto con cui siamo abituati a visualizzarlo, a ricordarlo: semplici jeans, un dolcevita nero e quel viso che abbiamo visto moltiplicarsi sulle nostre bacheche di Facebook il 5 ottobre del 2011, il tragico giorno della sua scomparsa. Un suo discorso ci apre le porte a un mondo fatto di idee, di progresso, di capacità di visualizzare il futuro e cambiare la vita delle persone. Poi Steve estrae dai suoi pantaloni un oggetto semplice e bellissimo. Al che tutti si alzano in piedi, applaudono entusiasti mentre la colonna sonora si riempi di fieri archi, e la nostra storia può avere inizio. jOBS, scritto da Matt Whiteley e portato sullo schermo da Joshua Michael Stern, grazie a un flasback ci porta indietro nel tempo fino al 1974, nell’anno in cui il nostro protagonista lascia il Reed Collegge per dedicarsi alla propria strada. Ci sono tutti i passaggi fondamentali della leggenda che libri, storie, racconti, articoli e quant’altro hanno contribuito ad alimentare. C’è un viaggio in India alla scoperta del proprio Io, gli esperimenti con Lsd, la delineazione di una personalità unica, intrigante e difficile (che passa anche per l’abitudine di girare scalzo, sinonimo di un’anarchica follia), il primo burrascoso amore e l’amicizia con Steve “Woz” Wozniak. Ma non c’è solo la vita personale: c’è ovviamente anche tutto il lavoro che ha permesso a un visionario di partire dal garage della casa dei genitori per arrivare fin dentro le case della stragrande maggioranza delle persone che oggi hanno un minimo di confidenza con la tecnologia. La scintilla, l’ideazione del sistema operativo, la costruzione dell’Apple II, la lunga battaglia per il Macintosh, la dolorosa separazione dall’azienda e la polemica risposta di Next, il grande ritorno alla Apple e l’anticipazione di quello che poi sarà. Insomma, tutto quello che ci aspettavamo e che molti di noi conoscono. Ma un film è un racconto e come sappiamo ci sono mille modi diversi di raccontare la stessa storia.

Steve si toglie le cuffie, ma non riesce subito a fermare il lettore cd. Schiaccia sui tasti, ma nulla di fatto: quello continua imperterrito con il suo rock. Capiamo che c’è del fastidio

Anni fa un amico mi fece vedere un curioso cortometraggio intitolato George Lucas in Love, diretto nel 1999 da Joe Nussbaum, giovane di belle speranze finito poi a firmare film come American Pie Presenta: Nudi alle Meta. Si trattava di una presa in giro dell’allora famosissimo Shakespeare in Love. Il procedimento narrativo era infatti lo stesso: l’idea è quella di raccontare la vita di un famoso Autore, disseminandola di aneddoti e particolari che tutti gli spettatori possono riconoscere come fonte d’ispirazione. Faccio un esempio: se vediamo un giovane William Shakespeare andare nottetempo sotto il balcone di una giovane ragazza per dichiararle il proprio impossibile amore, capiamo come si sia poi arrivati alla stesura di Romeo e Giulietta. Lo stesso vale per George Lucas. Da dove nasce l’idea de La Forza? Semplicissimo: George al college era in camera con un ragazzo che fumava erba in grosse quantità e che quando era stupefatto parlava di una strana Forza che pervadeva e univa tutti gli esseri animati e inanimati che ci circondano. Darth Vader? Un vicino di stanza antipatico e cattivo, affetto da una terribile asma. Un giochino in parte divertente, specialmente nella sua versione parodica (leggi: molto meglio la leggerezza di George Lucas in Love, piuttosto che la pretenziosità di Shakespeare in Love). jOBS, a distanza di quasi quindici anni, ha il coraggio di rispolverare questa pratica ma il risultato è tutt’altro che esaltante. E arriviamo alla sequenza che vi voglio raccontare: Steve Jobs è stato richiamato da dei vecchi matusa in giacca e cravatta della Apple (non si esagera: sono visualizzati esattamente così) per prendere di nuovo in mano le redini dell’azienda. Quelli che un tempo l’hanno malamente cacciato, tradito e derubato, ora brancolano nel buio e non possono fare altro che cedere di fronte alla potenze delle idee di un genio che ancora non sono stati in grado di decifrare. Steve si trova da solo ad un tavolino, sotto a un ombrellone. Sta ovviamente lavorando, è preso dai suoi mirabolanti pensieri e nel frattempo ascolta del rock (vi ricordo che il rock è la musica dell’anarchica follia per eccellenza) grazie a un lettore cd portatile. Viene raggiunto da questi due dirigenti che lo vogliono convincere a tornare a lavorare per loro. Steve si toglie le cuffie, ma non riesce subito a fermare il lettore cd. Schiaccia sui tasti, ma nulla di fatto: quello continua imperterrito con il suo rock. Capiamo che c’è del fastidio. Una cosa del genere, per la persona che sappiamo voler cambiare il mondo venendo incontro nel migliore dei modi possibili alle esigenze dell’uomo comune, è totalmente inaccettabile. Steve borbotta qualcosa poi concede il suo tempo ai due matusa in giacca e cravatta. Dopo poche battute fa capire ai due matusa in giacca e cravatta che non hanno assolutamente idea di dove lui li stia traghettando con la sua Visione, poi si alza e se ne va. Si avvicina a un bidone della spazzatura e getta con disprezzo il suo lettore cd. E noi sappiamo che in quel momento è nata l’idea dell’iPod. Quel miracoloso oggetto da cui s’è scelto di partire per raccontare la Rivoluzione Delle Idee, è nato così, da un semplice evento che sarà capitato a tutti noi almeno un miliardo di volte negli anni Novanta. Non mi risulta però sia stato nessuno di voi a inventare l’iPod. È stato Steve Jobs. Come la vogliamo mettere ora?

Ashton Kutcher, che è pur simpatico ma non è Laurence Olivier, fa di tutto per essere identico a Steve Jobs: ricalca la voce e l’intonazione, imita la camminata e il modo di appoggiare l’indice e il pollice sotto il mento. Ma, appunto, imita

Il film di Joshua Michael Stern, come dicevamo, ha tutti i difetti che rendono il biopic un genere incredibilmente a rischio. Non solo vengono usati escamotage del genere per evitare di scrivere lunghe pagine di sceneggiatura che non si saprebbero poi inserire nel film, ma si usano anche tanti altri trucchi. I titoli di coda ci mostrano le vere foto dei protagonisti della storia appena raccontata messe di fianco a quelle degli attori che sono stati chiamati per interpretarli. Le somiglianze sono evidenti, quasi impressionati. Lo spettatore, guardando questa sequela di sosia, dovrebbe dunque trovare ciò ha appena visto come ancora più aderente alla realtà. L’impressione che invece si ha è quella di essere stati messi di fronte a una serie di bravi (non sempre) imitatori. Ashton Kutcher, che è pur simpatico ma non è Laurence Olivier, fa di tutto per essere identico a Steve Jobs: ricalca la voce e l’intonazione, imita la camminata e il modo di appoggiare l’indice e il pollice sotto il mento. Ma, appunto, imita. Che è la stessa cosa che dicevamo di Oreste Lionello quando faceva Andreotti. In quel caso l’imitazione puntava però ad un effetto comico: sottolineare determinati aspetti o atteggiamenti serviva per creare una versione distorta, esagerata della persona di cui si voleva vestire i panni. In jOBS invece si opta questa scelta perché in questo modo si pensa di essere percepiti come veri e rispettosi. In realtà gli attori e il loro lavoro in questo modo scompaiono, mangiati vivi dai dettagli e dagli abiti di scena. Ovviamente non sarebbe stata una scelta saggia chiamare, esempio a caso, Seth Rogen per interpretare un’icona riconoscibile come Jobs, ma questa è una scelta di comodo che inficia le interpretazioni. Come per le povere Naomi Watts per Diana – La storia segreta di Lady D o Meryl Streep per The Iron Lady, ci si trova di fronte a delle riproduzioni fedeli che però non riescono ad andare oltre, a colmare quella distanza che c’è tra il Mito e il pubblico.

Steve Woziak dopo aver letto la sceneggiatura disse: «I felt it was crap», e forse non aveva tutti i torti. Il risultato è uno Steve Jobs finto ma molto simile a quello che in molti vogliono ricordare

E poi c’è il problema di “Stay Hungry, Stay Foolish”. Sono d’accordo con voi: il mondo era un posto migliore quando c’era Steve Jobs. Lo dico seriamente e con convinzione. Abbiamo avuto la fortuna di vedere all’opera una persona che è stata effettivamente in grado di cambiare la nostra vita. Sapere che mentre noi eravamo bloccati nel traffico o alle prese con le bollette del gas, la fuori c’era qualcuno in grado di visualizzare il Futuro e di anticiparlo era una cosa emozionante. Ma la sua eredità non passa solo attraverso gli oggetti concreti, la tecnologia sexy e cool a cui diamo oggi del tu. Il pensiero di Steve Jobs è stato preso in prestito ed esibito come una bandiera per tutti coloro che sono convinti che un mondo migliore sia possibile, pur non avendone evidentemente la possibilità. Il pensiero di Jobs è finito nella pubblicità di quella scarpa da ginnastica o è stato leggermente modificato ed inserito a forza nei libri di qualche scrittore che ci vuole spiegare la vita grazie a due metafore ad effetto. Non tutti hanno inventato l’iPod quella volta che gli si è bloccato il lettore cd e non tutti hanno compreso appieno cosa quell’uomo voleva esprimere con il proprio lavoro. Ma un film non può non dare conto di un messaggio di tale portata, non può deludere nessuna aspettativa (neanche quelle sbagliate), per cui gioca la carte facile dell’agiografia. Certo, non è tutto rose e fiori: Steve Jobs ha lasciato una ragazza incinta nel momento del massimo bisogno, ha voltato le spalle ad amici fedeli, è stato insopportabile e apparentemente ingiusto nei confronti di persone che lo circondavano, ma l’ha fatto perché c’era un disegno più grande. Ci vengono mostrati i suoi difetti, è vero, ma li si mette in prospettiva, li si contestualizza, per farci capire che ogni grande uomo non è perfetto agli occhi dei comuni mortali. Steve Woziak dopo aver letto la sceneggiatura disse: «I felt it was crap», e forse non aveva tutti i torti. Il risultato è uno Steve Jobs finto ma molto simile a quello che in molti vogliono ricordare. Un uomo che, man mano che il film procede mettendo in fila una lunga serie di discorso epici come quelli che fanno i coach nei film sul football americano appena prima della finale, si trasforma in una specie di Santone. Un film incredibilmente deludente e a tratti insopportabile. Peccato.

 

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