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Spingitori di primarie

Renzi contro Civati contro Cuperlo. Ma anche migliaia di volenterosi sostenitori che mirano a cambiare il PD. In un'intervista tre di loro ci spiegano questi mesi di campagna elettorale.

L’8 dicembre, dopodomani, il popolo del Partito democratico andrà alle urne per scegliere il successore di Guglielmo Epifani al vertice del partito. Non si tratta di una mera formalità: i fatti dell’ultimo anno – la Caporetto alle elezioni di febbraio, il parricidio di Prodi al Quirinale e il mancato accordo sulle regole delle primarie, protrattosi per mesi e tuttora più che latente – raccontano un partito in crisi, chiuso e drammaticamente lontano dai suoi elettori.

Eppure, a riportarlo sul giusto binario non toccherà soltanto a Matteo Renzi, Gianni Cuperlo e Giuseppe “Pippo” Civati: con loro ci sono migliaia di militanti, sostenitori e gruppi organizzati che in questi mesi li hanno accompagnati ovunque, dagli spazi digitali di Facebook e Twitter all’ultimo dei circoli di periferia. Sono loro che vogliono cambiare il PD, ognuno a modo suo e in corrispondenza col candidato che sostengono.

Ne abbiamo scelti tre rappresentativi per fare loro qualche domanda su questi mesi di dura campagna elettorale. Enrico Sola, torinese, lavora in un’agenzia pubblicitaria ed è uno dei più conosciuti blogger italiani. Sostiene Matteo Renzi. Michela Cella, milanese, è una studiosa di economia all’Università di Milano Bicocca; fa parte del team di Civati. Tania Ruffa, di Tropea (VV), era candidata del PD bersaniano alle scorse elezioni ma in queste primarie è nella squadra di Gianni Cuperlo. Abbiamo provato a farli andare d’accordo.

 

Dopodomani è il grande giorno, quello che da mesi aspettate, preparate e discutete senza sosta, il weekend dell’Immacolata che vedrà il cambio al vertice del primo partito italiano. Iniziamo con una prova di ecumenismo: dando per scontato che siate tutti d’accordo nell’affermarlo, mi dite perché quel giorno è importante votare? Con una regola: vietato nominare il vostro candidato di riferimento.

Enrico Sola: «È importante perché il PD è l’unico partito in Italia che fa le primarie per davvero e lascia ai suoi elettori la possibilità di incidere – per davvero – nella sua identità e linea politica. Chi partecipa sceglie. E aiuta la sinistra a migliorare ed evolvere. Chi non partecipa, poi non si lamenti di essere costretto a “subire” la politica».

Michela Cella: «È importante andare a votare per dimostrare che il Partito Democratico è l’unico vero grande partito degno di questo nome in Italia, che è ancora in grado di essere rappresentanza per milioni di elettori. È anche fondamentale dare forza al nuovo segretario con il voto di tanti elettori che volontariamente si recano alle urne per scegliere tra linee politiche in competizione; un esercizio democratico che non ha eguali in Italia e nemmeno in Europa».

Tania Ruffa: «Votare significa partecipare alla vita politica, poter scegliere. Le primarie sono un’opportunità: tutti i cittadini potranno scegliere il segretario del più importante Partito italiano. Credo che ogni elettore o simpatizzante del centrosinistra dovrebbe sentire la spinta, partecipare a questa straordinaria scelta. È un evento democratico straordinario».

 

Dopo mesi di campagna elettorale, ognuno di voi deve essersi fatto un’idea precisa di meriti e demeriti della mozione del candidato che sostenete. Vorrei che mi indicaste, a vostra discrezione, una proposta di cui andate particolarmente orgogliosi – e qualcosa che invece non vi trova d’accordo – dei “vostri” Matteo Renzi, Pippo Civati e Gianni Cuperlo.

Sola: «Credo che la proposta di Matteo Renzi di mettere la scuola al centro della propria azione politica sia fondamentale: la sua idea di fare una grande campagna di ascolto degli insegnanti è sintomo di un pensiero politico che, in tempi di minimalismo, guarda lontano, cerca risultati che toccheremo con mano fra vent’anni. Si crea un futuro. E lo si fa partendo dalla spina dorsale di uno Stato: l’istruzione. A Renzi contesto una sola cosa: eccessive timidezze riguardo i diritti civili. Vedo che col tempo Matteo ha raffinato, approfondito e fatto evolvere la sua piattaforma sui diritti: proposte concrete, non proclami roboanti genere “tutto e subito”, destinati a restare sulla carta. Fossero tutte trasformate in legge, saremmo un paese civile e aperto. Però mi aspetto più iniziativa sulle adozioni e sul fine vita. Certo, non potremo che fare meglio di prima, se pensiamo che il PD bersaniano (che attraverso Cuperlo e Civati sbandiera la propria laicità a destra e a manca) ha affidato – non senza malizia – la legge sulle unioni di fatto alla Bindi, con risultati noti».

Cella: «Quello che mi rende particolarmente orgogliosa (visto che dopotutto sono un’economista di sinistra) è il coraggio che ha avuto Civati di parlare di uguaglianza e di declinarlo in chiave moderna. Bisogna fare attenzione al riequilibrio delle condizioni di partenza di ciascuno (equality of opportunities) perché poi si possa dire che la disuguaglianza che scaturisce nei risultati sia dovuta al merito. Lo strumento di cui si parla è quello della predistribuzione, ovvero la distribuzione di risorse all’inizio della vita di ciascuno e non alla fine. Ciò vuol dire investire in asili, scuola, istruzione per ridurre le grosse disparità dovute al censo e alla regione in cui si abita. Nella mozione di Civati diciamo che siamo contro la separazione in research universitiesteaching universities perché questo condurrebbe a università di serie A e università di serie B. Io non ne sono così convinta, investire in buona didattica è diverso che investire in buona ricerca, soprattutto per le lauree triennali. Negli Stati Uniti ci sono ottimi college (dove i professori si dedicano principalmente all’insegnamento) che poi permettono ai loro studenti di essere ammessi nelle più prestigiose università come graduate students».

Ruffa: «Iniziamo con il sottolineare che si andrà a votare per il segretario del partito, non per il premier.
Cuperlo mette al centro della sua idea di partito i militanti, i circoli, come lui stesso ha molte volte sottolineato il partito si crea dal basso, è costituito dalla base, «che non può essere chiamata a decidere solamente per le elezioni» ma va coinvolta nelle decisioni importanti del partito e nella sua linea da seguire. Sono sempre stata tesserata, quindi vado orgogliosa di questa presa di posizione. Credo che difendere un partito in questo momento sia un fatto rivoluzionario. Non c’è un punto su cui mi trovo in disaccordo, i problemi della dignità del lavoro, dell’austerità, della lotta al precariato sotto tutti punti fondamentali. Avrei voluto vedere più Sud e più proposte per il Mezzogiorno nella mozione, quello sì».

 

Tre hashtag ci hanno accompagnato in questo cammino verso l’8 dicembre su Twitter, terreno di dibattiti e aspre polemiche: #belloedemocratico, #cambiaverso e #civoti. Seconda prova di intesa in vista del post-Immacolata: cercando di non essere troppo di parte, se riuscite, valutate pro e contro degli slogan ideati dagli avversari.

Sola: «#belloedemocratico è un hashtag pessimo: è puramente riflessivo e di posizionamento, parla del partito dicendo poco. Mi pare evidente e scontato che il PD debba essere di default bello e democratico. Sappiamo tutti che non lo è pienamente, ma arrivare a esserlo sarebbe il minimo sindacale: niente di cui vantarsi. #civoti è simpatico, fa ridere come tutti i giochi di parole ingenui. È un hashtag un po’ sterile, perché è meramente un racconto di processo, al massimo una call-to-action. Funziona di più, nel suo paradosso, l’hashtag #vincecivati: è arrogante, con una comprensibile boria brianzola alla Commendator Zampetti, ma può generare entusiasmo tra i sostenitori del meno popolare dei candidati. La strategia è chiara: fare come gli Statuto, che si presentarono sul palco dell’Ariston con la canzone “Abbiamo vinto il Festival di Sanremo”. Non vinsero, ma fu comunque un successo».

Cella: «#belloedemocratico proprio non mi è piaciuto, anche perché sembra riferirsi all’avvenenza (seppur un po’ sfiorita) di Cuperlo. #cambiaverso è ad effetto, poi alla lunga ti rendi conto che è solo un modo di dire, che tutto va cambiato, che non c’è nulla che funzioni. Fare di tutta l’erba un fascio secondo me non è costruttivo».

Ruffa: «Niente polemiche? Aiuto! Allora: #cambiaverso è uno slogan di rottura… Che significa poi? «Verso» inteso come guardare a destra o a sinistra? Troppi attacchi personali con questo hashtag: il partito deve dare immagine di unità. Ricordiamo che dal 9 saremo, comunque vada, tutti insieme.
#civoti è geniale. Come cambiare una semplice vocale del cognome del candidato e crearsi lo slogan. Ha il suo pro nella brevità, il contro nell’essere troppo personalistico: non dà un’idea di partito ma, appunto, del candidato».

 

Immaginate il migliore degli scenari possibili: il vostro candidato vince la corsa alla segreteria. Sempre ipoteticamente, nel giro di pochi mesi si va alle elezioni. Cosa temereste di più, la riaffermazione di Forza Italia o l’ulteriore consolidamento dei voti di Beppe Grillo e del suo Movimento 5 stelle? Tra i due cosiddetti populisti, ce n’è uno con cui il PD che avete in mente scenderebbe a compromessi?

Sola: «Credo che il grillismo e il berlusconismo siano due incarnazioni dello stesso problema e cioè la propensione del popolo italiano ad affidarsi a quelle che chiamo “soluzioni pigre”. Di fronte alla complessità dei problemi attuali, Grillo propone rabbia e complottismo, Berlusconi addita nemici e promette un inspiegabile miracolo se gli si lascia mano libera. Sono tutte narrazioni facili e autoassolutorie: è colpa degli altri, sempre. Berlusconi e Grillo ci regalano la comodità di sentirci vittime: votarli è un sollievo. Credo che con gli alfieri delle soluzioni pigre non ci siano compromessi possibili. E temo entrambi alla stessa maniera, perché sono simili. Ecco perché serve un PD a vocazione maggioritaria».

Cella: «Dipingi due scenari apocalittici ma che non si verificheranno se Civati diventerà segretario, e non ci sarà bisogno di fare ulteriori compromessi al ribasso. Il PD di Civati riuscirà a parlare a quei milioni di elettori che hanno scelto il M5S e li riporterà a votare per noi – dopotutto alcune istanze che sono a cuore degli elettori del M5S sono patrimonio civatiano da sempre. Mi riferisco a temi come il reddito di cittadinanza, la riduzione dei costi della politica, il conflitto d’interessi e anche la disponibilità al dialogo con l’elettorato. Se recuperiamo i voti che abbiamo perso vinciamo e possiamo evitare di preoccuparci di una destra incattivita».

Ruffa: «Il mio “nemico” è Berlusconi. Abbiamo dato per morto molte volte il centrodestra: mi ricorda l’ Araba fenice, l’uccello mitologico che rinasce dalle proprie ceneri dopo la morte. Quindi, calmi. Il centrodestra durante la campagna elettorale tornerà ad essere più unito di prima – in questo sono molto più bravi di noi. Per il resto mi auguro che il PD non debba scendere a compromessi con nessuno, che vinca da solo (ci diamo una mossa con la legge elettorale?). Nel caso contrario credo che su alcune posizioni potremmo essere molto più vicini al M5S».

 

Qual è l’immagine, l’evento o la frase simbolo che ricorderete di queste primarie? È valsa la pena di esserne «spingitori», per citare quanto detto da Civati? La vostra vita quotidiana è cambiata durante questo periodo?

Sola: «Mi ha colpito mia madre. Alle scorse primarie, come molti ortodossi ex PCI, ha scelto Bersani nonostante avesse in famiglia un “bersaniano per Renzi” che insisteva. Poi l’ho incontrata alla Festa Democratica di Torino, con mia somma sorpresa, il giorno che parlava Renzi. Aveva portato perfino un paio di amiche. E pare avessero fatto così molte altre mamme, perché l’area normalmente deputata al ballo e trasformata in spazio dibattiti vista la folla intervenuta, era piena di militanti di una volta: lo zoccolo duro del partito. Gente che, come mia mamma, non partecipava da anni a un’iniziativa politica. Tutta gente che si conosceva, che conoscevo e che riconoscevo come mia simile. Belle facce, da sinistra. E in più un sacco di ragazzi che non mi sarei mai aspettato. Lì ho capito che qualcosa era cambiato e che il popolo della sinistra (quello vero, non l’apparato) aveva accettato Matteo Renzi. La mia vita non è cambiata molto, con le primarie. Ogni elezione vado in trance agonistica e milito online e offline: per me è naturale. Qualcuno si è sorpreso, altri non riescono a farsi una ragione del fatto che uno possa spendersi per una causa senza chiedere tornaconti o riconoscimenti. La politica praticata è passata di moda e chi la fa è pure costretto a giustificarsi».

Cella: «Devo dire che l’evento che non dimenticherò mai è stato assistere insieme ai miei compagni “spingitori” di primarie al confronto Sky: è stato come vincere il derby. La tensione precedente, le aspettative altissime (che avevamo noi che conosciamo bene Pippo), l’eccitazione durante e l’euforia adrenalica dopo. Far parte della squadra è stata un’esperienza molto bella, ho conosciuto delle persone stupende e mi gratifica la sensazione di contribuire ad un progetto ambizioso e a tratti visionario che però gli elettori hanno compreso e apprezzato. La mia vita quotidiana è stata abbastanza stravolta, ho imparato a spese mie e dei miei figli che la campagna elettorale non ha orari ed è imprevedibile. Mi sento in un turbine, non vedo l’ora che finisca ma sono anche convinta che dal 9 sentirò la mancanza di certe emozioni».

Ruffa: «L’immagine è quella dei tre candidati insieme sul palco di Sky: abbiamo dato una bella idea di partito. Tre menti che ragionano, che propongono; sono stata fiera di appartenere al PD in quel momento. La frase simbolo è invece: «Io sono sempre stato un militante» di Cuperlo a Piazza Pulita. Per chi vive il partito è stata una bella ventata di positività e di “ripartiamo dalla base”. Del resto, vale sempre la pena mettersi in gioco e “combattere” per qualcosa in cui si crede. E io credo nel PD e nel progetto di Cuperlo. Mi chiedi della mia vita quotidiana. Perché, esiste altro oltre al Partito da mesi a questa parte?».

 

Questa è la più facile: chi vince domenica, al di là delle battute? E le percentuali degli altri due? Chiudiamo con un pronostico. E buone primarie a tutti.

Sola: «Vince innanzitutto il PD, che non se lo merita perché è il peggiore di sempre, alleato al governo con la parte meno peggiore della peggiore destra e di fatto colto in flagrante mentre tradisce i propri elettori. Vince se cambia del tutto, cioè rinnova dirigenti e programmi e definisce un nuovo “noi” che contempli idee e persone nuove.
L’unico candidato che garantisce questo è Renzi, che sa guardare oltre il solito confine della sinistra identitaria, gloriosa e impolverata erede del Novecento. Credo che Renzi vincerà le Primarie, superando agevolmente il 50% dei voti. Gli altri faticheranno e si contenderanno il secondo posto intorno al 30%, perché di fatto desiderano la stessa sinistra di sempre, minoritaria e autocompiaciuta».

Cella: «#vincecivati ovviamente, ma di poco. Potrei azzardare un 34% Civati, 33% Renzi e 32% Cuperlo».

Ruffa: «Ovviamente vince Cuperlo. Percentuali: 55-52 il primo, 33-30 il secondo, 18-12 il terzo. Buone primarie a noi, Democratici».

 

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