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Spie tra il Partito

Pechino punisce in silenzio i diplomatici corrotti. Se non ci fosse questo video nessuno lo saprebbe

La Cina ha paura. Di se stessa più che degli stranieri. È questa l’opinione di Jin Yi’nan, che molto coraggiosamente mette nero su bianco uno delle difficoltà più gravi che affliggono Pechino: lo spionaggio. Secondo il Generale Jin la Repubblica popolare deve risolvere al più presto i suoi problemi di «degenerazione morale».
Ancora più grave è il fatto che il partito potrebbe ritrovarsi a perdere la faccia nel suo stesso paese. «I dettagli relativi ad alcuni casi di spionaggio interno sono riusciti a filtrare attraverso la rete, ma se i cinesi sapessero quale è davvero la verità la credibilità del sistema verrebbe messa seriamente in discussione. Ecco perché Pechino fa bene ad essere paranoica».
Il militare orientale ha espresso il suo punto di vista nel corso di una conferenza, e alla luce delle sue dichiarazioni non stupisce sapere che i video del discorso sono stati immediatamente cancellati dalla polizia di internet del partito (ma nel frattempo l’emittente cino-americana NDTV ha messo a disposizione un bel po’ di stralci – che potete vedere in inglese nel video qui sopra, NdR)

Jin Yi’nan ha ricordato con non poca tristezza i tempi in cui i segreti della Cina erano inespugnabili. Tanto da costringere Unione Sovietica e Stati Uniti a sfruttare la collaborazione di Pakistan e Taiwan per carpirle qualche informazione. Tutto a un tratto però, le cose sono cambiate. Fino agli anni ’80 l’intelligence cinese ha dimostrato in più occasioni di essere all’altezza dei suoi rivali occidentali. Ma, a partire dagli anni ’90, sono saltate le coperture di agenti segreti più in gamba. E tutte per lo stesso problema: la corruzione.
«Come è possibile dimenticare quello che hanno fatto, per citar solo alcuni nomi, Wei Pingyuan, Wo Weihan, Guo Wanjun, Tong Taiping, Fu Hongzhang o Li Suolin?”

Wo Weihan è stato torturato fino a quando non ha potuto a meno di confessare di aver spiato, con la complicità dell’esperto di missili Guo Wanjun, per conto di Taiwan e di aver passato dei segreti militari alla provincia ribelle. Il Generale Liu Guangzhi, presidente dell’Accademia Militare dell’esercito cinese è stato rimosso dall’incarico nel 2004 per presunti crimini economici ma, in realtà, si era venduto anche lui al governo di Taipei. L’Ambasciatore Li Bin, infine, nel corso del mandato in Corea del Sud avrebbe seriamente compromesso, per «mancanza di carattere e incapacità di distinguere tra informazioni da rendere pubbliche e notizie da tenere segrete», la posizione della Repubblica popolare in Corea.

«Se la nostra economia non avesse cominciato a crescere così in fretta – prosegue il generale Jin Yi’nan – e l’ideologia non fosse stata rimpiazzata dal nazionalismo come pilastro principale della dottrina comunista Pechino non si sarebbe trovata così tante volte in imbarazzo. E in difficoltà, perché le informazioni che questi funzionari apparentemente fidati hanno rivelato al mondo intero avrebbero potuto danneggiarci molto di più di quanto già hanno fatto».

La Cina di oggi è sempre più in difficoltà perché è costretta a combattere la sua guerra contro i traditori su più fronti, e rigorosamente in silenzio. Intanto Pechino si è resa conto che le punizioni esemplari con cui ha spesso strappato la vita ai traditori non sono servite a disincentivare né diplomatici né militari dal macchiarsi di alto tradimento verso la patria in cambio della promessa di una ricompensa molto più generosa di quello che potrebbe essere il loro abituale salario. E forse inizia a sentire l’effetto boomerang legato all’aver educato la popolazione alla positività dell’«arricchirsi ad ogni costo».
In seconda battuta, i dirigenti del partito fanno sempre più fatica a fidarsi di chi sta loro intorno. Per riuscire a individuare con più anticipo possibile le potenziali spie hanno dovuto costruire attorno ai funzionari che hanno accesso ai segreti di stato un secondo cerchio di intelligence che però, come l’esperienza purtroppo insegna, potrebbe avere a sua volta delle falle. E la consapevolezza che l’Occidente possa oggi molto più facilmente di ieri entrare in possesso di informazioni segrete e segretissime irrita non poco Pechino.

Ma quello che la Repubblica popolare deve a tutti i costi evitare è perdere la faccia e, di conseguenza, la legittimità, di fronte al popolo cinese. Quando i casi di spionaggio erano meno frequenti e, soprattutto, quando sulle condanne a morte improvvise di personaggi non sempre noti non si mettevano a indagare i fanatici della rete il partito poteva ancora dormire sonni tranquilli. «Oggi, se venisse a galla la verità, come potremmo continuare a farci seguire dalle masse?».
Il Generale Jin Yi’nan ha perfettamente ragione. Ma non è certo con un dibattito aperto al pubblico che si può cercare la soluzione di problemi tanto delicati. Ecco perché anche la sua voce è stata censurata.

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