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Speciale estate 2: serie tv

Volendo o dovendo passare le vacanze chiusi in casa, la situazione migliore è guardare una o più serie tv sulla droga. Ora elencherò i motivi. Una serie tv, con la sua abbondanza di personaggi, offre molta compagnia e un senso di umanità e di condivisione delle sofferenze immediate (sia degli spacciatori e consumatori e poliziotti antidroga, sia di noi seduti sul divano in mutande davanti alla tv o al computer). Dopo cinque puntate consecutive di una serie si comincia a commentare a voce alta le azioni dei personaggi (“non ci posso credere, Walter, sei la persona più stupida che sia mai esistita”, l’ho esclamato un mese fa del protagonista di Breaking Bad: ricordo di aver scandito le parole perché fossero ben udibili). La serie tv, in cambio della compagnia che offre, trae beneficio dall’immersione totale: guardando diverse puntate al giorno per giorni consecutivi, lo spettatore sembra quasi massaggiare la serie, sciogliendola, rendendola fluida, aiutandola a maturare e ad esprimersi, e quando il senso della divisione in puntate si perde grazie alla selezione “watch all the episodes” dal menù del dvd, questo flusso totale sembra rendere viva la serie, che invece, se guardata un episodio per volta su Sky o in streaming, rimane estranea come quegli amici che conosciamo da anni ma con cui non siamo mai andati in vacanza. Ma in particolare, ecco perché d’estate è meglio guardare serie sulla droga: la vita di coloro che consumano, producono, vendono o combattono la droga sembra costringere tali soggetti in angustie esistenziali fisicamente e psichicamente debilitanti: nelle serie che parlano di droga, spesso i personaggi si trovano a dover attendere per ore in posti strani che succeda o non succeda qualcosa di terribile o decisivo. Come noi, che chiusi in casa nella penombra aspettiamo che settembre rimetta in moto il sistema, e la vita riacquisti una forma sopportabile, adorabilmente noiosa. Stiamo chiusi in casa come latitanti, come tossici nella shooting gallery. Quindi la serie sulla droga ci fa sentire meno ridicoli. Una serie tv più incentrata su vicende urbane, borghesi, come può essere Mad Men, o Six Feet Under, ci farà sentire male, perché siamo, in questo momento, troppo distanti dalle persone con cui noi stessi, un tempo lontano (poche settimane fa), costituivamo un nucleo familiare o un contesto, chessò, perfino da sit-comedy, con puntate regolari al bar, al campo di calcetto, nella cucina dei genitori o degli amici.

 

THE WIRE

Cos’è: i meccanismi di Baltimora dal punto di vista dei poliziotti che perseguono il crimine con le intercettazioni.

Droga: Non è esattamente l’argomento della serie, ma nella prima e nella terza stagione tutto ruota intorno alle vene dei tossici di Baltimora e ai progetti di riforma sociale. La droga in The Wire non è niente di bello. L’unica cosa che fa stare insieme la gente in maniera piacevole è l’alcol, ma anche lì, i poliziotti fuori servizio sono sempre orrendamente ubriachi e hanno vite indecorose. Vedi l’agente Bunk che a casa di un’amante va in paranoia e comincia a dare fuoco ai propri vestiti nella vasca da bagno per, mmm, non farsi scoprire dalla moglie

Nuovi amici: Bunk e McNulty.

Disponibilità ad andare fino in fondo: Il vantaggio di The Wire è che è già terminata. Se si rimediano le cinque serie, si può passare l’intero agosto a Baltimora fra l’antidroga, lo spaccio, il contrabbando, le campagne elettorali e le scuole pubbliche: una cinquantina di ore intense, arrivando alla fine fra le lacrime, e senza sentirsi vuoti, perché The Wire rende migliori.

Tenuta della serie: Basterebbe un diagramma. La prima e la quarta stagione sono i capolavori (parlano di spaccio nel ghetto e di scuola pubblica). La terza è interessantissima (come farcela in politica promettendo ciò che non si può mantenere), la seconda è geniale perché dopo un anno nei project tra spacciatori neri cambia completamente scenario e ti porta tra gli scaricatori di porto di origine polacca a parlare di contrabbando. Passare dall’estetica dei neri a quella dei polacchi da una stagione all’altra è un grande azzardo estetico. Come un primo tempo di Spike Lee e un secondo di Jim Jarmusch. Come Michael Jordan che si mette a giocare a baseball nelle serie minori.

Effetto religione organizzata: Se incontrate qualcuno che ha visto The Wire avrete trovato un nuovo amico. Non ce ne sono molti, ma chiunque l’abbia visto diventa un fanatico.

 

BREAKING BAD

Cos’è: Un malato di cancro mette da parte il denaro per la famiglia sintetizzanto metanfetamine.

Droga: Il New Mexico fa schifo, l’erba la fumano solo queli che moriranno di crack. L’antidroga fa un lavoro crudele, gli agenti muoiono combattendo trafficanti squilibrati. Breaking Bad è come andare in rehab, è la Cura Ludovico, fa passare qualunque interesse per la droga. In Breaking Bad nessuno si diverte, mai.

Un nuovo amico: Walter White è un chimico frustrato e professore di liceo che scoprendosi malato grave di cancro decide di mettere su un laboratorio per sintetizzare crystal meth. Lo fa con l’aiuto di un suo ex pessimo studente. Con il passare delle stagioni gli autori si rendono conto che Walter White non è una vittima della sfiga, ma un personaggio incredibilmente negativo. Penso non ne siano consapevoli fino in fondo. In America è invalsa l’opinione che Breaking Bad parla del passare al lato oscuro. Secondo me, la serie parla di un uomo che , diventando un delinquente e riacquistando così una buona cera, scopre che nella sua carriera frustrata e rinunciataria era contenuto un segreto: sei hai un brutto carattere, come Walter White, hai due possibilità: o trionfi sugli altri, o soccombi. Non potrai avere una vita tranquilla. In sostanza, la malattia non ha portato Walter nel lato oscuro: già ci abitava, ma come schiavo. Walter White è il personaggio più naturalmente e irresistibilmente orribile della storia. Siamo oltre Raskolnikov. Walter White fa sembrare Don Draper di Mad Men una ragazzina che non sa scegliere se iscriversi ad Archeologia o a Medicina.

Disponibilità ad andare fino in fondo: È appena iniziata la quarta stagione in America. Se ne prevedono cinque. Chi passasse l’estate a divorare le prime tre (in Breaking Bad, come in The Wire, nulla separa davvero un episodio dall’altro, si può vedere tutto di seguito, il lavoro sulla tensione e sulla passione ignora quasi sempre i confini irritanti della puntata), finirà in cold turkey tremendo. Dopodiché: o passa al lato oscuro cercando le puntate in streaming su internet dopo ogni domenica (le prime due sono già state trasmesse, la terza è questa domenica), oppure aspetta che esca in Italia e si fa il satellite. È comunque tremendo. E poi bisogna aspettare l’estate prossima per la quinta serie.

Tenuta della serie: Per ora è in continua ascesa.

Effetto religione organizzata: Conosco tre persone soltanto che hanno visto Breaking Bad. Il che vuol dire che non lo sto praticamente commentando con nessuno. Non è una bella esperienza.

 

WEEDS

Droga: Trattando quasi solo di marijuana, la descrizione dei rapporti con la droga in Weeds è sempre esilarante. L’erba non viene mai descritta come un problema. Al di là dell’ovvio, che non ha senso fumare e poi tentare una truffa o una fuga, la serie è priva di rappresentazioni tristi della droga. Perciò, tutto il casino dello spaccio fra Messico e Stati Uniti, la quantità di personaggi che muoiono di morte violenta, la corruzione, non vengono collegati agli effetti della droga, ma al fatto che essendo illegale costituisce un’opportunità di arricchimento per la malavita.

Una nuova amica: La protagonista, Nancy Botwin, una vedova che comincia a spacciare perché non sa come altro mantenere i figli orfani di padre, è il personaggio più arrapante della storia della tv, la MILF definitiva. E il motivo per cui risulta così arrapante è che sembra che all’inizio non lo fosse ma poi gli autori si sono resi conto che lo era, e uno dei temi più interessanti della serie è stata come la Mother I’d Like to Fuck si mette nei guai e si tira fuori dai guai facendo sesso in luoghi e posizioni degradanti. È così fuori controllo che da come parla ai figli ci si aspetta che da un momento all’altro vada a letto anche con loro.

Disponibilità ad andare fino in fondo: La settima stagione la stanno dando in America in queste settimane. Dovrebbe essere l’ultima. Purtroppo ha chiaramente perso velocità. Se passi l’estate a guardare le prime sei stagioni, verso la fine dell’estate potresti dedicarti alla settima stagione.

Tenuta della serie: La serie non è mai crollata di schianto, ma di stagione in stagione si avvita in situazioni sempre più implausibili. L’elemento peggiore in questo senso è l’irrompere sulla scena di un signore della droga messicano che tiene la serie in scacco per diversi anni. Il problema (vedi osservazione generale in fondo al pezzo) è che ciò che fa Weeds è solo rinfacciare alla commedia la propria irrealtà: vuoi fare la storia della MILF spacciatrice? Prima o poi la MILF arriverà in cima alla piramide, e dovrà confrontarsi con il druglord. Se non sei in grado di raccontarlo, ciò non significa che puoi fingere che la serie non debba arrivare là, in Messico, in una villa coattissima, fra la peggio gente, e che la MILF non debba imparare a parlare da gangster come hanno dovuto impararlo i Club Dogo.

Effetto religione organizzata: Weeds è un culto davvero segreto. Non essendo una serie tecnicamente drammatica, osando raccontare con la commedia cose che solo un drama psichedelico (Breaking Bad, per esempio) potrebbe raccontare rispettando il bisogno del pubblico di sentirsi dire che certe cose sono tragedie, ha perso nel tempo i suoi spettatori. Il rischio era troppo. Aver visto la prima stagione è ok. Non conosco quasi nessuno che abbia visto la sesta. Weeds non fa parte dell’aristocrazia televisiva; l’autrice Jenji Kohan sta scrivendo una serie sul poker; per apprezzare il suo stile bisogna accettare che la qualità non è tutto nella vita; chi ha visto una foto di Jenji Kohan la ama incondizionatamente. Ha la faccia perfetta per scrivere una serie su una 40enne figa.

 

 

OSSERVAZIONE GENERALE: Le serie di questa generazione, essendo ancora vincolate alla programmazione televisiva (sempre più un’ipocrisia, tutto sommato, visto che è la maniera meno soddisfacente di guardarle, di entrarci), danno quasi sempre la sensazione che le loro cose succedano parallelamente alle nostre cose, che attraverso la porta dimensionale del palinsesto noi accediamo a un mondo complesso e lento come il nostro. Non è una forma d’arte che ama la sintesi; al contrario, in questa fase ancora tutto sommato ingenua e poco self-conscious dello sviluppo dell’arte, è bello vedere come ogni serie affronta la questione più spinosa: il passare del tempo e l’evoluzione dei personaggi. Se le arti più narrative devono sempre smarcarsi dal problema che le bugie hanno le gambe corte e dunque le storie inventate tanto più tengono quanto più sono limitate nello spazio e nel tempo, essendo difficile letteralmente costruire un mondo, nella serie tv assistiamo a una sorta di suicidio volontario, eroico, degli autori, che vogliono andare incontro al tempo, incalzarlo, e vedere quanto riescono a mantenere o sviluppare in modo credibile la premessa iniziale della serie anche dopo che gli anni e i fatti hanno portato i personaggi lontano dalla premessa della serie. Breaking Bad è costretta ad affrontare le conseguenze delle scelte di un malato di cancro che si mette a sintetizzare metanfetamine. Weeds deve fare i conti con il destino di una MILF che non fa che scopare la gente peggiore. The Wire deve capire come si può raccontare il fallimento delle istituzioni senza dare la sensazione allo spettatore di essere fermo sul posto, non-morto. Difficile mantenere queste premesse per anni. I fallimenti degli autori delle serie sono fallimenti gloriosi, e liquidare una serie che ha perso la sfida del tempo è ingiusto. Bisogna godere della loro sfida sfacciata rivolta alla fibra del tempo.

 

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