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Smart city chi?

Una città coreana interamente «gestita dalle informazioni» e un polo urbanistico negli Emirati sono le vetrine dello stato dell'arte delle città intelligenti. Cronache dalla smart city: hype mediatico fuorviante o futuro della progettazione urbana?

La Corea del Sud è un luogo particolare. Nel 1953 si trovò semidistrutta da una delle guerre civili più sanguinose della storia, che costò la vita a circa due milioni e mezzo di persone nell’intera penisola. Allora Seul, la capitale che rischiò di essere rasa al suolo, contava poco più di un milione di abitanti. Ai giorni nostri, con più di dieci milioni di residenti e un’area metropolitana che ne conta oltre 25, è uno dei centri urbani più avanzati al mondo, il manifesto del «miracolo del fiume Han» – il nome con cui ci si riferisce al ritmo serrato con cui la Corea è riuscita a rilanciarsi economicamente nella seconda metà del novecento. Forse per questo motivo ancora oggi, dopo un decennio da portabandiera della rivoluzione digitale e guida della definitiva consacrazione del ruolo di Internet, una delle espressioni più diffuse dalle parti di Seul è «pali pali», un mantra onnipresente che affonda le radici nella forma mentis coreana e significa, semplicemente, «sbrigati».

Se la Corea del Sud si è certamente “sbrigata” su un piano industriale, sociale e persino demografico (raddoppiando la sua popolazione ogni nove anni dal 1950), al punto da diventare un modello e una speranza per i paesi in via di sviluppo, lo stesso si può dire anche della sua attitudine verso le nuove tecnologie, su cui il governo nazionale nelle ultime decadi ha puntato con decisione (agli inizi degli anni Duemila c’erano più utenze di Internet a banda larga nella sola Seul che in tutta la Germania, l’Italia o il Regno Unito). Sorprende poco, a fronte di questo scenario, che il nuovo territorio di frontiera esplorato dallo Stato asiatico sia uno degli ambiti più recenti e discussi dell’innovazione tecnologia del nostro tempo, quello in cui il pragmatismo del «pali pali» si fonde con le visioni avanguardistiche e utopiche di urbanisti e pensatori tech: le smart city, o, prosaicamente, “città del futuro”.

Per incontrare il futuro in Corea del Sud basta recarsi a Songdo, una città che sorge su sei chilometri quadri di terra sottratti ai fondali del Mar Giallo, a sessanta chilometri da Seul. È qui che nel 2004 un progetto internazionale capeggiato dal costruttore newyorkese Gale International ha iniziato lo sviluppo del Songdo International Business District, il più grande esperimento diubiquitous computing city del mondo, con milioni di sensori installati per le strade, nelle rete elettrica e all’interno delle abitazioni private. Con 25 miliardi di euro investiti per il suo sviluppo dalla cordata che la sponsorizza, Songdo è anche il più costoso progetto di edilizia privata della storia.

Con 25 miliardi di euro investiti per il suo sviluppo dalla cordata che la sponsorizza, Songdo è il più costoso progetto di edilizia privata della storia.

Poco lontano dall’Aeroporto internazionale di Incheon, importante snodo delle rotte orientali inaugurato nel 2001, il complesso sorge in una zona economica speciale e, fin dall’inizio dei lavori, il suo fine dichiarato è stato quello di diventare un hub di riferimento per il commercio asiatico, attraendo attenzioni e investimenti come fece la mitica Shenzhen di Deng Xiaoping. Per arrivare a questo risultato, però, i titolari hanno allestito una vetrina tecnologica intrisa di automazioni senza pari a livello globale, concependo «una città che verrà gestita dalle informazioni», per usare le parole di John Chambers, amministratore delegato di Cisco – il colosso spesso indicato come «idraulico di Internet» che nel 2009 ha stanziato 47 milioni di dollari per diventare anche il nume responsabile della sovrastruttura digitale della città.

Le «informazioni» cui allude Chambers sono quelle rese più o meno note dagli ultimi anni di retorica sui big data, che nel distretto sudcoreano trova la sua più cristallina e avveniristica concretizzazione. A Songdo il carattere smart è riscontrabile in ogni piega e riflesso della vita quotidiana: ci sono telecamere che registrano la presenza dei pedoni e spengono l’illuminazione urbana nei momenti in cui è inutile; sono previsti dispositivi radio sulle targhe delle automobili che forniscono dati sul traffico in tempo reale; c’è una rete elettrica capace di comunicare con gli elettrodomestici nelle abitazioni, ottimizzando i consumi e riducendo gli sprechi. Senza contare la possibilità di gestire i propri appartamenti tramite applicazioni mobile e piccoli terminali dislocati negli spazi pubblici, le impronte digitali sostituite alle tradizionali serrature e il sistema di videoconferenza in HD, sviluppato appositamente da Cisco per mettere in contatto istantaneo gli abitanti del nucleo urbano (una tecnologia sfruttata anche da una scuola californiana trapiantata a Songdo, la Chadwick School, per permettere lezioni congiunte alle sue scolaresche).

Songdo è soprattutto una città sostenibile: secondo gli estensori del progetto, grazie all’uso di gas naturale emetterà due terzi di gas serra in meno rispetto a un agglomerato standard delle sue dimensioni, utilizzerà poca elettricità e acqua grazie a dispositivi, nemmeno a dirlo, smart di gestione dei consumi (ogni palazzo è dotato di un sistema di riciclo interno delle acque di scolo) ed è già adornata di uno stuolo di parchi – il cui maggiore sembra una replica steampunk di Central Park – e canali di dichiarata ispirazione veneziana.

Quando sarà completato, nel 2017, l’International Business District ospiterà 65 mila abitanti e circa 300 mila pendolari provenienti da Incheon e Seul. Per ora, però, a tratti più definiti alterna cantieri in costruzione; tra i suoi vanti già eretti ci sono il Northeast Asia Trade Tower (il cui design ricorda più che vagamente il One World Trade Center in costruzione a New York), il centro congressi Convensia (una sorta di Casa dell’Opera di Sidney in salsa “pali pali”), uno Sheraton, il già citato distaccamento della Chadwick School e un campo da golf di proprietà del campione Jack Nicklaus. «Quando ci è stata fatta la proposta, pensavamo fosse al di là delle possibilità di chiunque», ha ricordato di recente Stan Gale, presidente dell’omonima società responsabile del progetto.


La Incheon Tower di Songdo.

Eppure, il trasporto emotivo di molti sostenitori dell’avvento dell’età delle smart city si è già infranto sui primi passi falsi dell’operazione Songdo. Sfumati gli entusiasmi iniziali, la vendita dei complessi residenziali – complice anche la crisi mondiale del settore – ha subito pesanti rallentamenti, riprendendosi solo in tempi recenti. Attualmente, un decennio dopo l’inizio della sua costruzione, la città è ancora a metà strada dal riempirsi di abitanti, e meno del 20 per cento dello spazio dedicato agli uffici commerciali ha trovato un compratore. Le multinazionali che dovevano essere attratte in Corea del Sud hanno attraversato il Mar Giallo e portato i loro capitali direttamente in Cina, lasciando il posto a quelle già direttamente impegnate nella messa in pratica del progetto (tra le altre, la già citata Cisco e il colosso dell’acciaio sudcoreano Posco). Come scrive Anthony Townsend nel suo testo di riferimento Smart Cities: Big data, Civic hackers and the quest for a New Utopia, «il potenziale di Songdo risiede soprattutto in un futuro in qualche modo distante».

Il piano sudcoreano, però, non è soltanto un tentativo d’implementazione di un sistema urbanistico dell’avvenire, ma anche il protagonista di una narrazione diffusasi nell’ultimo decennio.

Il piano sudcoreano, però, non è soltanto un tentativo d’implementazione di un sistema urbanistico dell’avvenire, ma anche il protagonista di una narrazione diffusasi nell’ultimo decennio, che vede nelle smart city (e, più nello specifico, nella loro declinazione dalle sembianze di Songdo) la risposta eletta alle sfide sociali ed economiche delle comunità del futuro. Un altro caso spesso citato da esperti e appassionati è quello di Masdar, green city in costruzione dal 2008 sulle sabbie del deserto che fa da contorno ad Abu Dhabi, il cui design è firmato dallo studio dell’archistar Norman Foster. Costata l’equivalente odierno di sedici miliardi di euro, Masdar dopo l’ultimo annuncio di rinvio sarà pronta nel 2025 e ospiterà 40 mila persone su una superficie di sei chilometri quadri. Oggi è soprattutto la base del Masdar Institute, un centro d’eccellenza di ricerca sulle energie sostenibili sviluppato in collaborazione col Mit, nonché un’avanguardia urbanistica alimentata da pannelli fotovoltaici e sistemi di ottimizzazione dei consumi. Fino alla fine del 2010 era previsto che la città venisse dotata di un sistema di trasporto automatico sotterraneo gestito da magneti e cavi in fibra ottica, il Personal Rapid Transit, ma nel giro di pochi anni il costo economico della soluzione persuase gli emiri a optare per un meno ardito misto di macchine elettriche e altri mezzi a basso impatto ambientale.

«Non vedo come un intero livello extra di strade sotterranee con macchine ultra-costose che si guidano da sole sia una proposta praticabile per un modello urbano di successo», aveva obiettato Bjarke Ingels, architetto danese celebre per aver portato la Sirenetta di Copenhagen a Shanghai per l’Expo cinese del 2010, intervistato dal Guardian un anno fa. «La maggior parte delle città che saranno i nostri centri urbani del futuro sono già qui».

Anche Adam Greenfield – direttore esecutivo di Urbanscale, una compagnia di urban technology con sede a New York, nonché divulgatore attivo nel campo – rigetta alcuni dei punti fermi del concetto stesso di smart city che ha fortuna sui media mondiali, monopolizzando il dibattito. Nel suo pamphlet Against the smart city, pubblicato nel dicembre scorso, Greenfield argomenta che quello alimentato da Songdo e Masdar City è un falso mito: «Al momento ci viene offerta soltanto una storia particolare dell’impiego di network informatici nel milieu urbano, e benché essa sia largamente predominante nella cultura, ritrae solo il frammento più esiguo di ciò che è possibile». Nella sua critica a tutto tondo alla narrazione delle città intelligenti, Greenfield snocciola quelli che a suo parere sono i limiti e le contraddizioni insiti nel modo di raccontare il fenomeno. Per prima cosa, il puntare su «any-space-whatever cities», ovvero città costruite da zero in luoghi desertici o disabitati, come espediente per sfuggire alla difficoltà di rapportarsi ai problemi dei centri urbani esistenti. Poi la controproducente retorica che riguarda il futuro: siti come Masdar e Songdo, scrive Greenfield, «vivono perpetuamente in ciò che i ricercatori Genevieve Bell e Paul Dourish chiamano “futuro prossimo”: un tempo che è sempre dietro l’angolo – anzi, così vicino da essere inevitabile – ma mai davvero presente». Infine la visione delle grandi aziende impegnate nel campo, che considera il più delle volte sostanzialmente superficiale: nel suo pamphlet Cisco, Ibm e le altre corporation appaiono attori incapaci di farsi portavoce di dinamiche socio-culturali e tecnologiche che in buone mani, viceversa, potrebbero portare a un Rinascimento della vita in città. Riferendosi al progetto sudcoreano, l’autore commenta che «è come se qualcuno avesse preso Minority Report come una lista della spesa o di cose da fare, invece che una visione distopica, e posto i risultati su qualche migliaio di acri di terra fangosa recuperata al largo della costa».


Foto: Clarissa Bonet.

D’altra parte, però, le critiche della mozione Greenfield sono accolte con scetticismo e cautele da altri esperti e addetti ai lavori. Irving Wladawsky-Berger, ingegnere, docente, accademico e divulgatore scientifico con un passato ultradecennale in Ibm (dove ha lavorato al programma Smarter Planet, la divisione che si occupa di smart city e smart systems), crede che un dibattito che prende le mosse dal niet alle visioni futuribili di corporation come Ibm o Cisco non colga il nocciolo della questione: «Bisogna confrontarsi progetto per progetto, non fare discussioni generali. Per me scrivere un pamphlet contro le smart city equivale a scriverne uno contro gli asteroidi», mi dice al telefono ridendo, salvo poi precisare subito dopo la sua stima nei confronti del collega. «Un dibattito basato sull’opposizione top-down contro bottom-up è sbagliato nelle premesse», continua in collegamento dalla East Coast Wladawsky-Berger, «come si fa a pensare che città come New York, Londra o Milano possano essere generate interamente da approcci top-down? Non ha senso». «La vera sfida è gestire le informazioni necessarie allo sviluppo di sistemi efficaci in settori di importanza centrale come la sanità pubblica e i trasporti», mi dice il professore, che a dicembre ha partecipato a un panel sul tema sponsorizzato dall’Economist dal titolo “Are smart cities empty hype?”, dove ha argomentato in favore del “no”. «Se ci si pone l’obiettivo di rendere le città più vivibili, sostenibili e sofisticate, non vedo cosa ci sia di “esiguo” in questo, né perché debba essere sbagliato se a perseguirlo è una grande azienda».

Wladawsky-Berger tuttavia concorda con Greenfield quando si tratta di abbozzare l’identikit delle città del futuro: «Sono piuttosto scettico riguardo al modello Canberra-Brasilia (città costruite da zero negli ultimi settant’anni per assolvere a funzioni amministrative, nda): una città necessita di secoli prima di poter vantare quella ricchezza e profondità che si sperimenta camminando per le strade di New York». Proprio per questo, sostiene, «Songdo non è il futuro. Il futuro è aiutare il Messico a risolvere i suoi problemi di traffico; il futuro sono le telecamere a circuito chiuso che a Londra aiutano a combattere il crimine e tutte le applicazioni della tecnologia a vantaggio della vita quotidiana dei cittadini». Prima di occuparsi di schermi avveniristici e auto che si guidano da sole, «la cosa veramente interessante è applicare il ragionamento di fondo delle smart city alle città esistenti», mi ha ripetuto diverse volte il decano ex Ibm, con un entusiasmo difficile da credere insincero.

E, se questa sarà la vera sfida dei prossimi anni, il punto non è più quello che Kurt Vonnegut esplicitava nella sua opera del 1965 Dio la benedica, signor Rosewater in una celebre lode agli autori di fantascienza: «Rendersi conto di ciò che ci fanno le macchine». Si tratta, piuttosto, di chiedersi una volta e per tutte cosa le macchine, in ogni loro forma e incarnazione, possono fare per noi.

 

Dal numero 19 di Studio, in edicola.

 

Nell’immagine in evidenza: veduta di Songdo, Corea del sud.

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