Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

E se la soluzione fosse andarsene in esilio?

Stanco di orti urbani, odio e complottismi, Simone Lenzi, armato di albero genealogico, si ritira in campagna. E lo racconta nel suo ultimo romanzo.

Difficilmente uno in esilio ci va da solo. E se proprio lo fa di solito è per scappare da qualcosa. Simone Lenzi invece ci è andato perché lo ha deciso da sé. E leggendo il suo ultimo romanzo In esilio (sottotitolo: se non ti ci mandano, vacci da solo), edito da Rizzoli e in libreria dal 24 aprile, sembra che la scelta di ritirarsi a vita appartata tra le colline pisane sia stata naturale e condivisa con la moglie. Una sorta di resa al non riconoscere più i volti di chi da sempre faceva parte del quotidiano: qualcuno non lo senti più, qualcun altro è diventato parte di quella legione del Movimento della pallina che lava le mutande, un gruppo ormai sparuto ha riposto le sue speranze nell’agricoltura biodinamica e nei piedi sporchi ma tanto veri e liberi. Neppure tu stai troppo bene. Che fare di fronte a tutto questo? Che fare se si è figli di comunisti e cugini di Andrea Orlando ma ormai è chiaro, il calcolo dei dadi più non torna? Frontman e paroliere dei Virginiana Miller, con cui ha vinto la Targa Tenco nel 2014, autore e attore per il cinema (dal suo romanzo La Generazione è stato tratto il film Tutti i santi giorni di Paolo Virzì), Lenzi alla soglia dei cinquant’anni scrive della sua rappacificazione con le velleità della passione politica ma anche dell’inevitabile scoramento che ne consegue. Un romanzo che spazia nel racconto del suo albero genealogico, della realtà così come esce dalla tv e dal bar Sport. Drammaticamente ironica.

ⓢ Come si vive in esilio? Hai trovato quello che pensavi di trovare?

Si vive piuttosto bene, forse dipende dal fatto che ho trovato una casa che mi piace in un paesino che mi piace, quindi direi che ci si sta bene.

ⓢ L’esilio può essere una scelta molto di tendenza. Spesso proprio una parte di quella sinistra degli orti urbani su cui ironizzi nel romanzo sceglie di rintanarsi in un casale. La tua vita nelle colline pisane come si svolge?

La scelta è la stessa infatti. La differenza è averlo fatto senza nessuna ideologia. La vita continua allo stesso modo, faccio il mio lavoro e poi frequento quello che è il centro assoluto della vita paesana: il bar Sport. Ogni tanto viene a trovarci qualche amico, sto dietro al giardino. Mi sono scoperto appassionato di giardinaggio a quasi cinquant’anni, ma più che altro è una di quelle cose che devi seguire per forza. Un po’ come avere il cane, certe cose ti obbligano alla regolarità della cura. Sono dei grandi antidepressivi.

ⓢ Nel libro scrivi che al paese ti chiamano ciabatta. È vero?

Il barista sì. Per il resto non ho ancora capito bene, di solito sei l’ultimo a sapere il tuo il soprannome. Se lo diventasse mi farebbe molto piacere.

ⓢ Racconti di un quarto di sangue oscuro nelle tue origini familiari, uno dei punti centrali del romanzo, e il libro si chiude con un lieve afflato magico. Perché questo a fianco di tanta concretezza?

Alla fine mi piaceva lasciare uno spiraglio di questa magia, come la chiami tu. Questi elementi spettrali sono effettivamente capitati, ma la cosa interessante è che il mio romanzo inizia con la fine del comunismo e anche il manifesto del Partito Comunista si apriva con un fantasma che si aggira per l’Europa. Tutto torna quindi.

ⓢ Consideri il Renzi in giacca di pelle da Amici un punto di non ritorno nel rapporto tra intellettuali e partito. Tra popolo e partito.

Il ceto medio riflessivo non gliela poteva perdonare, quella è stata la grande rottura a sinistra. Lo dico in maniera provocatoria ma un po’ di vero c’è. Se a una parte della sinistra gli levi la sicurezza della propria superiorità antropologica non resta che lo smarrimento.

ⓢ Renzi è passato dal 42 per cento all’essere bersaglio dell’odio totale. Quando è successo tutto?

Quello che è successo e che continuerà a succedere è iniziato ai tempi di Tangentopoli. Ora è la storia si ripete e si ripete sempre peggio. In realtà la politica incide sempre meno nella vita delle persone perché le grandi decisioni vengono prese in parte in Europa e in parte dall’economia, dai colossi della finanza. Un consiglio di amministrazione di Google spesso è più decisivo di un Consiglio dei Ministri. Il compito della politica rimane quindi quello di allevare potenziali capri espiatori, cosa che il Movimento Cinque Stelle ha capito benissimo e su questo ha costruito una strategia di marketing eccezionale che lo ha portato al 32 per cento. È toccato a Renzi, tra un po’ forse a Macron; toccherà a tutti quelli che vengono attraversati dal potere, verranno lasciati come gusci vuoti sulla spiaggia.

ⓢ Però è complicato trovarne di nuovi.

Esatto, questo svuotamento continuo rischia di non lasciare nulla. Ho una visione certamente disillusa della politica, però credo che se non usciamo da questo meccanismo diventi difficile parlare delle cose. Questa campagna elettorale è stata la più brutta della storia repubblicana, nessuno ha parlato di cose vere. Non c’è stato un dibattito in tv in cui potessimo seguire un legittimo scontro tra idee e visioni di possibili società. È rimasto solo l’abbattimento del capro espiatorio.

ⓢ Non risparmi le critiche al Movimento 5 Stelle nel romanzo, che nella tua Livorno ha conquistato una delle prime amministrazioni importanti. È stato l’averlo vissuto più da vicino che ti ha fatto scrivere un libro dov’è molto presente?

Non voglio dar loro troppa importanza, mi sembra siano manifestazioni di un dissolvimento del tessuto sociale. Da quando ci sono, è diventato difficile parlare di politica perché mancano i termini per farlo. Sono venuti meno i requisiti minimi della possibilità di un confronto, quindi figurati se si può passare dalla demonizzazione antropologica dell’avversario a un accordo. Quando i grillini vinsero a Livorno la prima cosa che disse il neo sindaco fu che avrebbe disinfettato l’ippodromo dove di solito si svolgeva la Festa dell’Unità. Cosa si può costruire su questo?

ⓢ Certe uscite le avevano anche alcuni esponenti di Forza Italia. Solo che oggi sembra tutto più diffuso, un odio da stadio.

È incredibile, l’odio si è diffuso nonostante sia un sentimento faticoso, che io non riesco a condividere. Queste emozioni richiedono tempo e impegno e credo siano sprecati.

ⓢ I social ne sono megafono e contenitore. Sei su Twitter, non su Facebook. Cosa critichi dei social network?

Leggo sempre i miei amici e non mi infilo mai in nessuna polemica, evito le provocazioni. I problema dei social è la gratuità: visto che non costa nulla la maggior parte delle volte si dicono cazzate. Lo so che sto per dire una cosa estremamente snob, ma con i social il linguaggio scritto è utilizzato da persone che non lo conoscono. Il senso del tono, la sfumatura, tutte quelle cose che dal vivo sono più facilmente gestibili, se scrivi o sei bravo o raramente ti riesce. Ho questa speranza: la gente si stuferà di stare lì sopra perché è noioso.

ⓢ Con i Virginiana Miller hai fatto parte di quella leva cantautorale anni Novanta legata ai primi maggi, a un’effervescenza di una certa sinistra giovane e impegnata, che grazie ad un rinnovato senso civico spesso organizzava festival, rassegne, girotondi. Oggi buona parte di questo fermento sembra essersi esaurito.

Non so se si è esaurito, non lo frequento da un po’ anche per anagrafica. Però è vero, insieme agli altri abbiamo contribuito ad aprire qualche strada. I tempi erano più complicati, per registrare dovevamo andare in studi costosi, cercavamo di mettere insieme la tradizione musicale italiana con quello che ci arrivava dall’Inghilterra, come la new wave e il post punk. Cercavamo di trovare una mediazione che sdoganasse questa nuova musica declinandola in una tradizione italiana. Tanta della musica che ormai viene considerata mainstream, che è uscita dalla nicchia, credo sia debitrice di questo lavoro.

ⓢ Al Concertone infatti la line-up era fatta quasi solo da artisti della nuova scena. Niente Modena City Ramblers ma Sfera Ebbasta. Che ne pensi? È colpa di Renzi?

Non avevo mai pensato a Renzi come rottamatore dei Modena City Ramblers! Ma la verità è che io a Renzi, a differenza dei grillini, non ci penso proprio mai.

ⓢ Nei testi dei Virginiana – penso a Tutti al mare ad esempio – serpeggia una certa nostalgia. È una nostalgia diversa da quella che spinge i ragazzi a fare i carbonai negli Appennini di cui parli nel romanzo?

Nel nostro ultimo disco c’è una canzone “Lettera di San Paolo agli operai” che si chiude con «Credo che tutto sia compiuto e che tutto sia ormai passato» e che riassume molto il mio sentimento. Sono convinto che un mondo sia finito, quello in cui mi sono formato io, la formazione novecentesca. Ora ho nostalgia del presente, cerco di aderire al giorno che sto vivendo. Non ho la testa rivolta all’indietro. Anche la nostalgia ha rotto, credo sia una cosa che si possono permettere più i giovani, che hanno tutto a disposizione insieme nella rete.

ⓢ Hai lavorato e lavori nel cinema, con Paolo Virzì.

Per la mia piccola esperienza lo vedo come una cosa straordinariamente divertente. Credo molto nella bontà dell’industria culturale. Quando fai una cosa deve avere un riscontro a livello di pubblico, con la realtà. Il cinema ti obbliga a questo approccio innanzitutto perché costa molto, per questo credo sia più difficile che scrivere poesie ermetiche in cameretta.

ⓢ Hai scritto canzoni, libri, cinema. Qual è il mezzo più efficace per raccontare una storia?

La verità è che di raccontare non mi interessa tantissimo. Ciò che mi interessa è mostrare la potenza del linguaggio, mi interessa di più la forma delle trame e dell’intreccio. Mi interessa molto l’immaginazione che riesce a mettere insieme cose anche molto lontane fra loro. Per questo non scriverei mai un giallo, a me di chi è l’assassino non me ne frega niente.

ⓢ Della storia quindi ti importa poco?

Dev’essere per quella cosa della formazione novecentesca. Continua ad interessarmi come si dice quello che si dice e non cosa. Leggo molti libri che sono scritti male, che non hanno senso del ritmo o musicalità nella frase. Questi autori dovrebbero fare gli sceneggiatori. La letteratura deve dare delle suggestioni, evocare mondi. Sennò non potrà mai competere con il cinema, la letteratura deve riscoprire le sue potenzialità, che magari possono adesso svilupparsi un po’ a lato rispetto al ricatto della “storia”.

54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg