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Tradurre Franzen

Lo scorso settembre, sulla scia delle prime critiche a Freedom, ho sentito il bisogno di rileggere Le correzioni. Nonostante lo avessi amato moltissimo, non mi era più capitato di leggere Franzen, fatta eccezione per qualche saggio. A parte confermare l’entusiasmo provato anni prima, la rilettura aveva messo in moto altro. Nel giro di un paio di giorni, due persone ignare l’una dell’altra e ignare della mia rilettura in corso, senza che avessi mai parlato di Franzen con loro, mi hanno spontaneamente fatto sapere di aver conosciuto la sua traduttrice italiana. Chiunque di noi nella propria vita avrà sicuramente fatto esperienza di coincidenze ben più straordinarie di questa, che nel suo piccolo è stata sufficiente a farmi provare il desiderio di conoscere Silvia Pareschi, nella speranza di capire meglio alcune cose della scrittura di Franzen che rivestono per me (e ovviamente non solo) una certa importanza.
Al momento dell’intervista, autunno 2010, Silvia era a San Francisco dove vive per metà dell’anno insieme al suo compagno, l’artista e scrittore Jonathon Keats (di cui ha tradotto Il libro dell’ignoto, uscito a dicembre per Giuntina, N.d.R.). Quando l’ho contattata ho scoperto che stava terminando la prima stesura di Freedom: l’oggetto su cui volevo interrogarla era lì, aperto sul suo tavolo.
Oltre a Franzen, Silvia ha lavorato sulle opere di molti autori, tra cui Denis Johnson, Don De Lillo, Junot Diaz, Nathan Englander, Alice Munro, Cormac McCarthy, per nominare solo i più importanti. Ma con Franzen, ha dichiarato, ha un rapporto speciale.

Mi racconti come stai affrontando la traduzione? Quali sono le tue abitudini lavorative (cambiano in funzione del libro sul quale lavori)? Ti prefiggi un certo numero di pagine al giorno?
Diversamente dal solito, ho cominciato a tradurre Freedom leggendo tutto il manoscritto da cima a fondo. In genere non leggo un libro prima di cominciare a tradurlo; era un metodo che seguivo all’inizio, ma poi mi sono accorta che, per come lavoro io, la lettura preliminare era inutile. Nel caso di Freedom, però, ho sentito la necessità di una fase di approccio preliminare al testo, dovuta alla complessità dello stile di Franzen.
Il metodo di lavoro che seguo è questo: una prima stesura il più possibile accurata, nella quale cerco di non lasciare dubbi né questioni irrisolte, e dalla quale devo emergere con la sensazione che la traduzione sia già pronta e perfetta. La seconda fase è una rilettura molto attenta e minuziosa, fatta confrontando il testo tradotto con l’originale, parola per parola. Questa è la fase in cui immancabilmente mi accorgo che la mia sensazione di aver già fatto una traduzione perfetta era sbagliatissima. Ho tradotto ormai una trentina di libri, quindi so bene come funziona, eppure ogni volta rimango stupita di quanto la seconda stesura risulti diversa dalla prima. Al primo giro, infatti, la concentrazione è tutta sulla singola parola, espressione, frase al massimo: un minuzioso, analitico lavoro di dissezione del significato che produce un testo perfettamente leggibile ma stilisticamente inesistente. Solo con la seconda stesura comincio a guardare il testo un po’ più da lontano, a unire fra loro i vari mattoncini di significato per creare una prosa fluida e aderente allo stile dell’autore. È una fase importantissima, quella dove si compiono le scelte stilistiche, dove si decide su quali elementi porre l’enfasi e su quali invece alleggerirla, dove il libro comincia ad assumere una sua personalità definita e si riallacciano i fili tra le varie parti della narrazione. La terza fase è una rilettura più veloce, quasi da lettrice “comune”, nella quale cerco di “sentire” il testo come se fosse stato scritto direttamente in italiano, aggiustando gli stridii dei calchi, eliminando le ridondanze, controllando gli ultimi dubbi. A questo punto il libro passa all’editor/revisore, che dopo un primo giro di correzioni me lo rimanda da controllare. Infine, dopo il confronto e le discussioni con l’editor, il libro viene messo in bozze, e in questa fase effettuo un’altra rilettura per dare la mia approvazione finale. Nel corso di ciascuna di queste fasi può avvenire il dialogo con l’autore, che spesso mi capita di contattare in caso di dubbi sul testo.
Durante tutto il processo di lavoro seguo una disciplina piuttosto rigida, che trovo indispensabile per svolgere questo mestiere. Dopo un riscaldamento che va dalle 50 alle 100 pagine iniziali del libro, nel quale “prendo le misure” e non conto quante pagine al giorno traduco, di solito vengo presa dall’ansia, conto quante pagine mi mancano alla scadenza, l’ansia aumenta e comincio a seguire un rigidissimo calendario, che però non supera mai le cinque pagine al giorno, mio limite massimo.

È trascorso un decennio da Le correzioni. Un periodo molto travagliato nella vita dell’autore, durante il quale ha scritto poco (o perlomeno ha pubblicato poco). Sul Time ho letto una dichiarazione in cui dice che il romanzo è rimasto sepolto a lungo nella sua testa, fino a quando non ha cominciato a scriverlo nell’estate 2008, quella in cui si tolse la vita Wallace. A quel punto vi fu una nuova pausa e poi la forza di riprenderlo in mano con un’energia prodigiosa che lo ha portato a scrivere la prima stesura nell’arco di un anno. Arrivo alla domanda: se provi a fare un paragone con Le correzioni, cosa vedi? Si sente nella sua scrittura tutto questo? In che modo è cambiata, se è cambiata?
I libri di Franzen sono un amalgama di motivi personali, autobiografici, e di ambiziose osservazioni a tutto campo di un’epoca e di una società. L’amalgama alla fine risulta omogeneo e inestricabile, in esso non vi è nulla di superficiale o casuale: ogni frase viene da un posto profondo dentro la mente di un uomo che riflette su ogni gesto e ogni parola, suoi e degli altri. Le correzioni era, dal punto di vista sociale, il libro dell’epoca Clinton, mentre dal punto di vista personale era il libro in cui Franzen affrontava in particolare il rapporto con il suo passato e i suoi genitori. L’importanza dell’autobiografia per i suoi romanzi è dimostrata dalla frequenza con cui ritorna nelle sue opere di saggistica: leggendo il bellissimo saggio Il cervello di mio padre in Come stare soli, per esempio, si capiscono molte cose sul vecchio Alfred Lambert.
Freedom, dal punto di vista sociale, ossia di quel “Great American Novel” che Franzen ha sempre aspirato a scrivere, è il romanzo dell’epoca Bush, che nelle ultime pagine cede il posto a Obama. Dal punto di vista personale è come se, dopo aver scavato così a fondo dentro di sé, dentro il suo passato e i suoi sentimenti per Le correzioni, Franzen avesse faticato a trovare nuovo materiale su cui lavorare. I personaggi di Freedom li ha dovuti creare da zero.
Questo nuovo materiale è uscito, più che dal suo passato, dal suo presente, da quello che lui è adesso. Rispetto a Le correzioni, in Freedom c’è meno rabbia, meno sarcasmo nei confronti dei personaggi, e ci sono anche meno acrobazie mentali e linguistiche, segno di un autore che ha raggiunto un tale grado di maturità, equilibrio e sicurezza da sentire che non ha più nulla da dimostrare.
Il prologo delle Correzioni costituiva quasi una specie di ostacolo preliminare per il lettore, un pezzo di bravura che, con i suoi paragrafi lunghi e complessi e la sua atmosfera ansiosa, doveva segnalare che non ci si trovava davanti a un libro “facile”. Nei capitoli successivi, lo humour interveniva spesso ad alleggerire l’atmosfera, ma la scrittura continuava a poggiarsi su paragrafi lunghi e complessi. Il capitolo introduttivo di Freedom, in cui la famiglia Berglund viene presentata attraverso lo sguardo sarcastico dei vicini di casa, offre un analogo pezzo di bravura stilistica, volto però più ad accattivare il lettore che a metterlo in guardia. I paragrafi sono più brevi, e l’autore si diverte a giocare con i punti di vista: quello della protagonista che scrive una lunga confessione-autobiografia in prima persona, e via via quello degli altri personaggi, che vengono così descritti nel contrasto fra i loro pensieri e le loro azioni. Si tratta dello stesso gioco che troviamo anche nelle Correzioni, qui però la frattura tra le varie prospettive, la contraddizione tra pensieri e azioni è più netta, con un effetto ironico più profondo e forse anche più inquietante, più autentico e meno caricaturale. In un certo senso, attraverso le Correzioni si è verificato il passaggio dalla prosa “difficile” di Forte Movimento a quella più limpida e diretta, più tradizionalmente narrativa di Freedom.

Sono passati dieci anni anche per te. Ai tempi de Le correzioni eri alle prese con il tuo primo Grande Romanzo. Mi immagino che di fronte alla sua scrittura e alla qualità del lavoro sentissi una forte responsabilità. Forse provavi anche paura. Quasi certamente ti sentivi gli occhi puntati addosso: sono troppi i capolavori della letteratura inglese rovinati dalle traduzioni. Immagino che infine il successo del lavoro sia stato un importante punto di svolta per la tua carriera. Oggi stai traducendo Freedom forte di essere “la traduttrice italiana di Franzen”. Cosa ti succede in queste settimane?
Le correzioni non è stato solo il primo Grande Romanzo che ho tradotto, ma è stato anche il primo in assoluto. Ho avuto l’enorme fortuna di essere stata “scoperta” da una grande editor, Marisa Caramella, che decise di “addestrarmi” proprio su Le correzioni. Per molti mesi lavorammo fianco a fianco, intrecciando anche una fitta corrispondenza con l’autore, fu un’esperienza inestimabile. Quindi non ero particolarmente preoccupata per la difficoltà dell’impresa, da un lato perché non ero del tutto sola nel mio lavoro, e dall’altro perché il libro su cui stavo lavorando mi affascinava talmente, mi riservava così tante sorprese giorno dopo giorno che, a ripensarci adesso, mi sembra di aver vissuto in uno stato di beatitudine per tutto quel periodo. Ecco perché ho un rapporto così speciale con Le correzioni, e con lo stesso Franzen. Un rapporto che si è evoluto e approfondito nel tempo, sia a livello personale che professionale, visto che in seguito ho tradotto anche il suo secondo romanzo, Forte movimento, e le raccolte di saggi Come stare soli e Zona disagio. Per questo naturalmente ci tenevo moltissimo a tradurre Freedom. Non posso fare a meno di pensare a quando traducevo Le correzioni: allora l’esaltazione e la freschezza degli inizi, oggi la maggiore sicurezza dovuta alla familiarità con il mestiere ma anche con l’autore, con le sue idee (con le quali mi immedesimo in modo inquietante) e con il suo stile, di cui ho una conoscenza istintiva e diretta (così come istintivo e diretto è il mio approccio alla traduzione in generale).

Adriana Motti, traduttrice de Il Giovane Holden, diceva della traduzione che “è un’altra opera, affine all’originale. La libertà che è lasciata al traduttore e che il traduttore deve prendersi è grandissima”. Ora mi chiedevo, stante questo legame istintivo, comunque profondo, con la sua scrittura, che libertà ti prendi tu nel tradurre Franzen?
L’argomento della libertà del traduttore è controverso e molto personale, una questione di sottile equilibrio che marca la differenza fra chi sa “traghettare” il testo da una lingua e da una cultura all’altra e chi invece intende la traduzione come una riscrittura – talvolta arbitraria – del testo. Io non sono d’accordo sull’affermazione di Adriana Motti, soprattutto su quell’aggettivo, “grandissima”, che mi sembra pericoloso. Quando insegnavo traduzione dovevo lottare con gli studenti che usavano il testo originale come punto di partenza per scrivere, in realtà, qualcosa di proprio. Chi si prende libertà “grandissime” rischia di diventare sordo al testo. La traduzione è un’arte fatta di sottigliezze ed equilibri, fra cui quello della libertà. Il testo su cui si lavora è un contenitore chiuso in cui bisogna sapersi muovere, con grazia e agilità, certo, ma senza uscire dai suoi confini. Detto questo, è chiaro che, quando mi trovo davanti a un giro di frase particolarmente complicato e contorto, la prima tentazione è quella di renderne il senso in un italiano fluido, che però a volte, nella sua fluidità, perde una sfumatura anche minima di quello che voleva dire l’autore. Sono proprio queste sfumature che devono essere recuperate durante il lavoro di rilettura e revisione.

Ti chiederei di provare a raccontarmi da traduttrice che conosce ogni singola cellula della prosa-Franzen come funziona la sua scrittura. Cosa ci hai capito dopo settimane passate a sezionare, isolare, suturare i suoi testi?
La scrittura di Franzen segue una specie di forza centrifuga. Al centro c’è un personaggio, una figura che incarna idee, sensazioni, uno zeitgeist. Il personaggio si anima, guadagna una vita autonoma, e intorno a lui/lei cominciano a partire le onde concentriche che andranno a formare la storia, le varie tangenti che essa prenderà, le sottotrame, le digressioni che alla fine convergeranno a formare l’organismo della narrazione. In tutto questo confluisce l’enorme curiosità dell’autore, la sua attenzione a ogni aspetto della contemporaneità, a ogni dettaglio, a ogni sfumatura sociologica; elementi che finiscono per riflettersi nella lingua, che Franzen lavora con estrema, meticolosa precisione, con un orecchio sensibilissimo al parlato di ogni personaggio e del gruppo sociale a cui appartiene. C’è in lui un evidente piacere nel lasciarsi andare alle sue stesse parole, ai paragrafi lunghi e complessi come i suoi pensieri, ma non si tratta di un piacere edonistico e gioioso, bensì di un piacere quasi colpevole, o quantomeno limitato, trattenuto dalla necessità di tagliare, di dare al romanzo una forma, ai protagonisti un ruolo, di dare una struttura a qualcosa di amorfo e fluido come la vita.

Pubblicato sul Numero 1 di Studio

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