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I tagli di Shame

Doveva essere un film sul potere. Poi Steve McQueen ha ceduto al disperato bisogno di empatia

Ci sono storie che serve troppo coraggio per raccontare. Shame è una di queste. Il film era in origine una saga sul potere. Si chiamava Power. Il protagonista, interpretato da M Fassbender, è un Irlandese cresciuto nel New Jersey, un self-made man che è partito da zero e ha ottenuto – grazie all’intelligenza e al savoir faire (“savvy”) – un lavoro nel terzo settore a Manhattan abbastanza prestigioso da permettergli di pagare lo Standard Hotel del Meatpacking District come albergo a ore con vista sul Jersey d’origine; l’uomo ha pure ottenuto – grazie alla bellezza, alle dimensioni del pene, e a una capacità fuori dal comune di comprare i vestiti giusti – la possibilità di andare a letto praticamente con chiunque.
Un tema delicato, difficile da trattare, nel cui cul de sac è finito il regista Steve McQueen dopo aver mostrato la prima stesura del copione ai suoi amici.

Un film su un uomo dotato di tanto potere è un’impresa difficile da portare a termine. Le obiezioni di amici e consulenti alla sceneggiatura si indirizzano subito sul problema dell’invidia dello spettatore maschio: nessuno andrà a vedere un film su un uomo così ampiamente e indiscutibilmente realizzato. Il protagonista ha tutto. Soldi, bei vestiti, un uccello enorme. È anche quasi simpatico. A queste condizioni, il film piacerà solo alle donne.
Bisogna trovargli un problema su cui lo spettatore possa empatizzare. McQueen si informa un po’ in giro e decide che uno così può avere una sex addiction.
Da problema secondario del film, la dipendenza sessuale si trasforma poi nelle stesure successive in argomento del film, il quale perde il titolo originario – “Power” – per prendere quello definitivo – “Shame”.

Alla ricerca disperata dell’empatia, la sceneggiatura subisce sostanziosi rimaneggiamenti. Spariscono le scene in cui più esplicitamente si tratta il tema del potere assoluto del protagonista, del suo controllo psichico sugli altri personaggi.
Ecco alcuni stralci di dialogo tagliati:

Vestiti

“Tu dove li compri? Per dire, questa sciarpa, dove l’hai trovata? È stupenda. Cioè oggi stai troppo bene”.
“Guarda c’erano i saldi da Mark Jacobs e son rimasto in fila due ore sul marciapiede. Quasi mollavo. Però un commesso gay che mi corre sempre dietro quando passo in negozio me l’ha tenuta da parte. Gli ho scritto su Whatsapp. Ho dovuto anche chiacchierarci, a quel punto”.
“Sei un genio. Me la presti un giorno?”
“Ah ah ah ah”.

Riviste di moda

“Quindi l’abbonamento a Men’s Health l’hai rinnovato, alla fine?”
“Ah ah ah sì”.
“Ma che stronzo. Hai detto che lo cancellavi e io l’ho cancellato”.
“Ti pare che mi cancello l’abbonamento? E il dolce non me lo ordinare. Devo andare un attimo in bagno. Non fare che lo ordini per me, chiaro?”
“Be’ ci sono rimasto un po’ male”.
“Sì ma non ordinarlo”.

Uccello

“Ma! Ma! Hai un uccello bellissimo! O mamma svengo. Be’ che scema tanto te lo diranno tutte. Ti prego. Posso prenderlo? Ehi mi raccomando fai piano che sono delicatina. Oh che cosa bella. Posso fargli una foto? Ti giuro che la tengo per me. Sei il mio dio fa’ di me ciò che vuoi”.
“Ah ah ah. Che dolce. Vieni qua”.

Lavoro

“È la volta che ti licenziano”.
“Scommettiamo?”

Casa

“Ah ah ah. No, il lavoro te lo pago in contanti, non in natura. Però mi raccomando, dopo che hai fatto montare la libreria compra dei dischi belli e un buon piatto. Ieri notte ti ho segnato su un file i libri di casa tua che vorrei nella libreria”.
“Ok, grazie – cioè, volevo dire Scusa. Cioè – ops – intendevo: ok, faccio tutto nel weekend”.
“Sei un grande. Ciao, eh”.
“Sì, scusa, ciao, aggancio io”.
“No, aggancio io”. Clic.

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