Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Serbia mon amour

Breve viaggio nel nuovo cinema serbo, un mondo interessante anche se dominato dalla violenza, il sesso estremo e la ricerca dello scandalo.

Quando passi la maggior parte della tua vita a tentare di vedere più film possibili, si verificano nella tua mente degli strani procedimenti. Prima di tutto si sviluppa una sorta di memoria parallela. Gran parte del nostro cervello comincia a essere pieno di titoli, date, nomi di attori o di registi, premi vinti, date di festival o aneddoti (“Non vi ho mai raccontato di quando una volta Kubrick andò a prendere il pane a Bresso?”). Per esempio io ricordo moltissime cose, ma per fare questo ho dovuto operare delle scelte. Ora so tutti i film che hanno partecipato agli Oscar dal 1973 a oggi, ma non ricordo nemmeno il nome di una via. Quando mi muovo per Milano, mi oriento tramite olfatto o memoria visiva. La seconda conseguenza della nostra passione cinefila è non riuscire mai a interrompere un film. Se, poniamo, un giorno vi capiti di vedere un anonimo film della Georgia che fin dal primo minuto si annuncia come una delle cose più noiose e per voi incomprensibili della vita, non riuscirete comunque a interrompere la visione del vostro Dvd per trovare finalmente il tempo di finire quel puzzle di 15000 pezzi che vi è stato regalato alle medie.

No! Bisogna arrivare in fondo alla visione perché, anche se i primi novantotto minuti di film non hanno suscitato in voi nessun tipo di emozione, se non il desiderio di scheggiarvi una rotula con un cacciavite per capire se siete ancora in grado di sentire qualcosa, potrebbe anche darsi che negli ultimi tre minuti di film succeda qualcosa di imperdibile. Questo potrebbe anche essere una cosa normale, certo, ma provate a spiegare alla persona che avete convinto a vedere quel film con voi, per quale motivo state buttando via due ore del vostro prezioso tempo quando si poteva andare al pub a bere una birra. Ancora: una volta che avete deciso di sacrificare la vostra vita al cinema, vi troverete spesso sull’orlo di una crisi di nervi ogni qualvolta in famiglia, o in situazioni mondane, si tratterà l’argomento. Frasi come: “Ho visto quel film con quell’attore biondo che ha fatto quell’altro film che mi era piaciuto tanto. Tu che hai studiato films, te lo ricordi? Era tanto bello!” o, peggio, “Bè, ho visto il nuovo film con (inserisci nome di un comico italiano a caso). Mi sono proprio divertito! Un’oretta e mezza senza impegno!”, o – la peggiore – “Io quel film non lo vedo neanche se mi danno dei soldi, che mi hanno detto che è un po’ triste ed io non ho voglia di vedere cose tristi, che già la vita è triste di per sé” non potranno lasciarvi indifferenti. Fingerete un sorriso di circostanza per i primi cinque minuti di conversazione, per poi esplodere come un geyser e cominciare a urlare improperi a destra e a manca. E poi, in conclusione, c’è la volontà di arrivare primi. La curiosità sempre più grande, la voracità sempre più incontrollabile, vi porterà a voler trovare quel filone d’oro che a molti, a tutti, ancora è sfuggito. Ed è stato così che mi sono imbattuto nella recente filmografia serba.

Parliamo di una manciata di film che sono usciti negli ultimi quattro anni circa e che spesso hanno creato qualche imbarazzo in qualche festival o hanno fatto parlare di sé per dei casi di censura. Addirittura? Addirittura! E come mai? Ovviamente perché parliamo di una cinematografia che non è esente da tutti quelli che sono stati i problemi e le traversie politiche che hanno segnato il paese, da Slobodan Milošević in avanti.

«Questo film è il diario delle angherie che ci sono state inflitte dal Governo Serbo; il potere che obbliga le persone a fare quello che non vogliono fare, devono sentire la violenza per capirla»

Per un lungo periodo l’incaricato a parlare in nome di una nazione (largamente intesa) è stato Emir Kusturica, regista e sceneggiatore bosniaco poi jugoslavo naturalizzato serbo. Una volta finita l’ondata di quel suo cinema, che ha avuto anche una lunga serie di imitatori più o meno in buona fede, c’è stato un interregno di calma piatta, di riorganizzazione delle forze, che sono poi esplose in maniera violenta negli ultimi anni. Parliamo di un cinema mortifero, sconvolgente che esorcizza e rielabora in questo modo decenni di soprusi e di violenza. Nell’esagerazione, nell’esasperazione di certe tematiche, nella volontà programmatica di oltrepassare ogni limite del visibile s’intravede la volontà di superare uno shock causato dalla reiterazione delle immagini che per anni abbiamo visto anche noi nei vari telegiornali. Immagini di una violenza inaudita: stupri, omicidi, stragi, sangue, sesso e violenza che sono rimasti in incubazione per troppo tempo, fino a finire nelle opere di fiction odierne. Il primo film di cui s’è parlato – e ho visto – è il famigerato A Serbian Film (Srpski film) di Srdjan Spasojevic del 2010. La storia è questa: Milos è un ex porno attore serbo. Ormai non più giovanissimo, s’è ritirato dal circuito dei film a luci rosse e oggi è un uomo sposato e con un figlio.

Sfortunatamente per lui però, non naviga in acque sicure dal punto di vista economico. Gli viene proposto però di interpretare un ultimo film, diretto da tale Vukmir, un misterioso regista famoso per le sue provocazioni. Milos, dopo qualche titubanza, accetta e qui comincia il disastro. Gli viene somministrato una sorta di Viagra per cavalli e in seguito viene spedito in un set dove l’attore deve interagire spontaneamente con tutto quello che gli accade. Milos non sa nulla: ha un’erezione enorme, è drogato e davanti a lui accadono delle cose. Solo che queste cose hanno ben poco a che fare con una “sana” pornografia fatta di normali amplessi sessuali. Quello a cui assistiamo è una folle escalation (metacinematografica) di violenza, in cui la volontà del regista è quella (espressa a chiare lettere) di andare oltre ogni barriera e oltrepassare i limiti del filmabile, fino ad arrivare a quello che uno dei punti di non ritorno della nostra carriera da spettatori, che è (anche se celato da un’ellissi) lo stupro di un infante. Inutile dire che il film ne ha passate di ogni dal punto di vista legale ed è stato censurato in gran parte del globo. Il regista Spasejevic, dopo un vespaio di polemiche scoppiate dopo la proiezione del film al Festival di Sitges ha dichiarato: «Questo film è il diario delle angherie che ci sono state inflitte dal Governo Serbo; il potere che obbliga le persone a fare quello che non vogliono fare, devono sentire la violenza per capirla».

Poco tempo prima, per la precisione nel 2009, era uscito The Life And Death of a Porno Gang (Zivot i smrt porno bande) scritto e diretto da Mladen Djordjevic. Anche questo film utilizza l’arma del metacinema. Siamo a metà dei ’90 a Belgrado. Marko è un giovante studente di cinematografia che stenta a trovare i soldi per portare su grande schermo le sue opere. Artistoide e fissato con la sci-fi e l’horror, il ragazzo comincia a creare un video diario dei suoi fallimenti. La svolta avviene nel momento in cui entra in contatto con un produttore e regista di film pornografici. Dopo averne girati un paio, rifiutati poi per le sue inclinazioni artistiche (memorabile uno in cui Marko riprende una coppia che copula durante i bombardamenti di Belgrado), Marko decide di perseguire la propria strada. Intuito che il potere del cinema e della rappresentazione della morte («Thanatos è molto più potente di Eros») si circonda di una compagnia di scoppiati (un’attricetta fallita, una coppia di attori gay malati di Aids, un travestito, una coppia di eroinomani, una ninfomane molto in carne e un ragazzo non particolarmente sveglio) e comincia a girare per le zone rurali della Serbia, mettendo in scena il suo Porno Cabaret.

I protagonisti di questi incubi in digitale sono uomini distrutti, finiti, condannati a morte certa da malattie o da atroci debiti.

Le sue rappresentazioni prevedono copule di contadini ubriachi con il terreno, fellatio operate ad asini e prelibatezze varie. Dopo essere stati minacciati di morte e violentati da contadini sconvolti dalla violenza dell’opera di Marko e compagni, i ragazzi entrano in contatto con un vecchio berlinese che s’è trasferito in Serbia da anni. L’uomo, morbosamente attratto dalla violenza e della morte, propone a Marko e alla sua Porno Gang di girare dei film snuff. Dopo qualche titubanza iniziale, l’allegra compagnia accetta. I protagonisti di questi incubi in digitale sono uomini distrutti, finiti, condannati a morte certa da malattie o da atroci debiti. Accettano di morire davanti alle telecamere per pochi soldi che saranno poi dati alle loro famiglie. Marko e i suoi inizialmente accettano anche loro per soldi, ma dopo poco il protagonista sembra intuire che dietro a questa nuova forma di estremismo cinematografico c’è l’unica soluzione possibile. Un superamento del visibile che corrisponde alle sue teorie sul cinema e sulla vita. Le cose però inevitabilmente prenderanno una brutta piega quasi immediatamente: gran parte della compagnia ci rimetterà la pelle e Marko si ritroverà ben presto solo, fino a un’ineluttabile finale.

L’ultimo film che ci sentiamo di inserire in questa manciata di titoli è il più recente Klip, esordio sulla lunga distanza della regista, sceneggiatrice e attrice Maja Milos. Questa volta la storia è quella di Jasna, una ragazzina di sedici anni che vive con la madre, la sorella più piccola e il padre morente. La ragazza è quello che potremmo definire una tipica adolescente: le piace ballare, uscire on i suoi amici, ha delle cotte pazzesche per i suoi coetanei ed è stupida come solo gli adolescenti di sedici anni sanno essere. Solo che siamo in Serbia, in questi anni, dove tutto è esagerato, folle e distorto dalla lente di quello che accade normalmente qui da noi in Europa o negli Stati Uniti. Jasna si veste e si comporta in modo programmaticamente eccessivo e, soprattutto, riprende tutto quello che le accade con il suo cellulare. Noi spettatori abbiamo quindi un canale privilegiato per entrare a far parte dell’intimità di una ragazza che, in diretta sul suo cellulare, ha le sue prime esperienze sessuali, scopre la droga, si ubriaca con le sue coetanee fino a stare male. Quello che colpisce (duro e nello stomaco) del film – oltre al senso di colpa che nasce nel vedere una minorenne in situazioni ben oltre il limite della decenza – è constatare come la violenza, la sopraffazione, quel senso di morte di cui abbiamo parlato fino a qui, sia presente in un film che non mostra snuff movie, torture o uccisioni.

Lo scandalo diventa volontario, programmatico e per questo (ancora più) fastidioso.

Lo scopo della Milos non è quello di voler superare programmaticamente i limiti del visibile inventando delle storie di fiction, ma ci arriva molto vicino mostrandoci quello che non dubitiamo essere la realtà. Jasna sembra impotente, quasi obbligata a essere maltrattata, umiliata e schiavizzata da quello che la circonda. Per lei quella è la normalità: una vita scandita da orribili singoli europop, da strisce di ketch, pompini fatti nei bagni della scuola o in squallidi condomini di periferia. Anche qui siamo di fronte a un film senza alcuna speranza, che anzi sembra quasi divertirsi a demolire ogni possibile redenzione o a impedire ogni via di fuga, fino a un finale eccessivamente crudele. Anche per questa pellicola ci sono state polemiche e censure, soprattutto in virtù dell’età dei protagonisti. Un cartello alla fine del film garantisce che nelle scene di sesso sono state usate delle controfigure e che tutto quello che si vede è finto, ma è lecito avere qualche dubbio sull’operazione. Comunque, al di là di un giudizio morale sul film, Klip, come i due titoli citati in precedenza, è un’opera ovviamente interessante, ma con dei limiti evidenti. Lo scopo di quest’ondata di cinema estremo serbo ci risulta chiaro. Forse fin troppo chiaro. Tutti e tre i titoli, oltre ad essere eccessivamente lunghi e francamente difficili da digerire, sbandierano eccessivamente quello che è il loro contenuto, perdendo immediatamente di mordente. Lo scandalo diventa volontario, programmatico e per questo (ancora più) fastidioso. Peccato perché le intuizioni di certo non mancano. Se avete il coraggio e lo stomaco, sono lì per voi.

 

Immagine: una scena di A Serbian Film

 

54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg