Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Senza anestesia

L'autoritarismo post-Soviet, il miracolo economico farlocco. Basta dare uno sguardo alla scena musicale per capire che in Bielorussia c’è poca voglia di stare zitti.

In Bielorussia l’antipolitica è imposta dalle contingenze. Da queste parti la politica puzza di apparatchik sovietico lontano un miglio. Ovvio che anche i dissidenti tendano a prenderne le distanze. Demistificando. Dissacrando. Reinventando forme di partecipazione politica, come le proteste senza slogan della scorsa estate, ideate per non incappare nelle disposizioni repressive emanate da questo avanzo di politburo tenuto in piede dal regime di Aleksandr Lukashenko.

Questo non è un paese anestetizzato. Tutt’altro. Diciotto anni di potere assoluto di un presidente sinistramente ribattezzato, “batska”, padre, non hanno piegato la dissidenza. Uno zoccolo duro che unisce i ventenni nati e cresciuti sotto il regime, ai quarantenni illusi dalla sbornia della perestrojka e traditi dalla corsa verso quella democrazia bloccata sul nascere nel luglio del 1994, quando Lukashenko è stato eletto presidente. Altro che glasnost. Da allora, questa icona dello stalinismo d’antan che tanto furoreggia nello spazio politico post-sovietico, ha consolidato la sua posizione delegittimando il parlamento, zittendo i media non allineati e imponendo una riforma costituzionale che gli ha garantito l’eleggibilità senza limite di mandato. La virata definitiva del paese verso l’autoritarismo duro e puro.

Ad oggi, il presidente di mandati ne ha collezionati quattro. Il suo ultimo trionfo da 80% di consensi, quello delle elezioni del 2010, si è chiuso nel sangue. Quando i manifestanti si sono riuniti davanti al parlamento per protestare contro una vittoria bollata dagli osservatori dell’Osce come illegittima, la milizia ne ha rastrellato e incarcerato più di 800. Da allora il pugno di ferro su tutta la produzione culturale anti-establishment ha toccato un punto di non ritorno.

Eppure, le intimidazioni ai dissidenti, i raid del Kgb nelle redazioni dei giornali, gli editti contro le band antigovernative non l’hanno spuntata e il panorama del dissenso continua a crescere. Negli ultimi due anni flash-mob e sit-in organizzati tramite V-Kontact, il Facebook russofono, hanno visto per la prima volta scendere in piazza la gente comune. Babushke e nipoti a cui la crisi economica globale ha sbattuto in faccia l’essenza farlocca del “miracolo bielorusso” basato sulla statalizzazione dell’economia nazionale, uniti contro il regime. Stritolato da un’inflazione in caduta libera e da un debito pubblico al 63%, il tassello chiave del consenso al regime, il welfare state in Lukashenko style, fatto di salario minimo garantito e accesso universale a istruzione e sanità è saltato. Di qui le proteste dello scorso luglio, che banale a dirsi, sono state soffocate con modalità prevedibili: 500 arrestati e black-out dei siti web di organizzazioni come Charter 97Free Belarus.

Eppure basta dare uno sguardo alla scena teatrale o musicale per capire che c’è poca voglia di starsene zitti. Testi onirici e surreali, metafore evocative sono gli espedienti utilizzati per arginare la censura e raccontare cosa significhi vivere in un clima di repressione permanente. Gli stessi che hanno reso celebre il Belarus Free Theater, compagnia invisa al regime e riparata a Londra, che storce il naso quando gli si affibbia l’etichetta di teatro politico. Il loro messaggio, del resto, è inequivocabile: meno politica, più informazione. Che tradotto in azionesignifica raccontare in pièce, musica o versi, la violenza di stato, l’espulsione degli studenti dissidenti dalle università, le carcerazioni preventive. Cose lontanissime dalla politica fatta di sproloqui raccontata dalla televisione di stato.

Una linea condivisa anche da band come i N.R.M, (Repubblica Indipendente del Sogno) il cui primo album è del 1994, l’anno in cui Lukashenko sale al potere e vara la black list governativa dei dissidenti. Il loro leader, Liavon Volsky, figlio del poeta dissidente Arthur, l’aveva raccontato nel 2007. Da queste parti per annullare un’esibizione, basta la telefonata intimidatoria di un funzionario di governo agli organizzatori. Per questo, le jam session improvvisate in cantine scalcinate, l’autoproduzione, la distribuzione clandestina degli album all’estero sono diventati la norma.

Ai Lyapis Trubetskoy, il più popolare dei gruppi off, è andata peggio. Dal 2011, un mandato d’arresto per “diffamazione della nazione” attende in patria il frontman del gruppo, Sergey Mikhalok, ora nascosto a Mosca. Per Lukashenko e i suoi, però, la sua messa al bando è stata un boomerang. L’esilio oltreconfine è valso la celebrità globale e così Mikhalok è diventato un’icona dissidente – l’ennesima in stile Pussy Riots – celebrata nei circuiti underground di tutta Europa. Del resto come poteva essere altrimenti? Dismesse le vesti punk degli esordi, oggi, questo quarantenne belloccio e ultra-tatuato non spacca chitarre, ma declama Vladimir Majakovskij ad apertura di ogni concerto. Entrée intellectual-chic da appendice, si dirà, ma intanto a Minsk, Vilnius o Varsavia pezzi come “Belarus Freedom” sono diventati cult che animano le serate agitpop della dissidenza espatriata.

“Questo tipo è stupido come una scimmia con una corona in testa”, cantano i Lyapis. Superfluo precisare chi sia la scimmia – che però, tanto stupida non pare, se come sembra, è riuscita a sguinzagliare alle calcagna dei vessati artisti un apparato di sorveglianza da guerra fredda. Un accanimento che Mickalok interpreta in modo messianico: “È il ritorno del sistema stalinista dei gulag. Lo puoi vedere in Russia, in Bielorussia, in Ucraina. Artisti, poeti e musicisti dovrebbero essere i primi a reagire e a far scattare l’allarme” ha dichiarato al St Petersburg Times. Detto fatto. La sua Graj è diventata la canzone manifesto di chi al regime dice no. “Anche se adesso i tempi sono bui e spaventosi, ritornerà la Primavera nella nostra terra” canta. Sarà. Ma, vista da qui, la Primavera sembra più lontana che mai.

(In alto: foto di SERGEI SUPINSKY/AFP/Getty Images)
(sotto: foto di ER Petrillo)
54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg