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Sembra di essere a Mtv

Del perché l'amore di Renzi per il pop non piace a priori a persone solitamente giocose e smaliziate

Firenze – “Sembra di essere a Mtv”, dice con sarcasmo un tizio mentre gira lo zucchero nel caffé in probabile crisi nostalgica da immaginario di congresso di partito: bandiere, linea, mozione, canzone popolare, segreteria, voto per alzata di pass e cose così.
Sono passate poche ore da quando da Napoli il segretario del Pd ha detto che è bene tenere separati politica e comunicazione, sottolineando se ancora ce ne fosse bisogno la distanza siderale di buona parte della classe politica dalla contemporaneità, e ne manca una abbondante all’intervento conclusivo di Matteo Renzi. La stazione Leopolda è strapiena e, comunque la si pensi politicamente, qui concordano già praticamente tutti che l’obiettivo del suo Big Bang – quello di dire “ci siamo anche noi e la pensiamo così” e farlo sapere a più gente possibile – è centrato.

Lo sfondamento pop della proposta renziana, del resto, era uno dei veri obiettivi di questo weekend del sindaco di Firenze e soci. Più del candidarsi ufficialmente – quello verrà a tempo debito, davvero inutile e noioso chiederglielo ogni 3 minuti – in fondo contava misurare la tenuta mediatica e lo sdoganamento mainstream di Renzi, del renzismo e dei suoi contenuti. A giudicare dalle pagine sui giornali, dai numeri della diretta streaming, dall’entusiasmo e (soprattutto) dall’astio provocato, la prova, da questo punto di vista, sembrerebbe superata.

L’entusiasmo lascio che ve lo raccontino i protagonisti e chi ha sposato il suo progetto politico, qui decido di soffermarmi su un certo tipo di astio e sul perché quel “sembra di essere a Mtv” ha assunto un’accezione negativa e costituisce la critica massima mossa da moltissimi a Renzi.
Che suona più o meno così: smettila di fare il fighetto, di citare Steve Jobs, di dire start-up e altre parole inglesi incomprensibili, di mettere il frigo Smeg sul palco, di citare il capitalismo buono (non esiste). La politica è una cosa seria, la gente non arriva a fine mese, parla come mangi.
Ora, non mi stupisce che questo possa essere il punto di vista di chi è cresciuto onoratamente a pane e politica in un’epoca in cui il mondo non era quello che è adesso; coloro per i quali, fra l’altro, un ipotetico successo di Renzi potrebbe significare una per altro fisiologica uscita di scena.
Mi colpisce molto di più che questo tipo di atteggiamento arrivi da molte persone intelligenti, smaliziate, che sanno stare al mondo, che col demone della comunicazione (per non parlare del demone Apple e di quello del capitalismo tutto, buono cattivo e cattivissimo) ci convivono, con passione, tutti i giorni.

Penso ai tanti blogger, giornalisti, editori, artisti, attori, registi, comici, autori televisivi e cinematografici e compagnia bella, a cui proprio Renzi non va giù perché sta cercando di applicare alla politica le categorie che loro applicano a tutto il resto della loro vita, politica esclusa. Parlo di gente che viaggia molto, lavora col cinema, la tv, le pubbliche relazioni, l’editoria, la moda; parlo di persone che sono letteralmente impazzite per Obama, per i suoi tiri da tre, per il suo sapere usare i social network, e per lo street-artist che ne ha disegnato l’iconica t-shirt; parlo di persone per cui la città preferita se non è New York è tendenzialmente San Francisco o, comunque, nove su dieci è negli Stati Uniti. Parlo di gente che è su Facebook, su twitter, su LinkedIn. Parlo di gente che passa con passione le giornate a confezionare prodotti (mediatici, culturali, modaioli) e a cercare di venderli a più persone possibili. Parlo di gente che consuma, eccome se consuma, e di gusto: viaggi, tablet, computer, smartphone, dischi, libri, quadri, film, eventi culturali e sportivi; parlo di gente che spende cene e aperitivi a parlare male del giurassico amministratore delegato, di come sono brutti gli uffici pubblici, di come è poco funzionale e antiestetica la burocrazia, di come sono sorpassati gli studi televisivi dei talk show, di come è arretrata la Rai, di come Berlino sia molto più figa di Roma e magari vado a scriverci il mio prossimo libro, di quanto sia una vergogna che a Milano per aprire un bar che abbia il wi-fi gratutito si debbano ottenere un’infinità di permessi, di come sia impossibile trovare un posto dove cenare alle tre di notte o fare il brunch di martedì.

Parlo di gente che è tendenzialmente serena, capace e soddisfatta di esserlo.
Che però, quanda si parla di politica, si fa cupa, astiosa, partigiana, complottista. Vietato ridere, vietato innovare, vietato spiazzare, vietato provarci. Vietato portare se stessi, come individui, e il proprio quotidiano all’interno dell’agone politico. E vietato, non solo cambiare casacca, ma anche provare a modificare il modulo di gioco della propria squadra del cuore (questo è la politica per molti, una partita di pallone in cui è vietato cambiare i 22 in campo for ever).
Gente per cui il Facebook di Vendola è geniale perché “Nichi è dei nostri”, mentre il twitter di Renzi è un bluff perché “lo sai che era un boy-scout?”. Gente, mi viene il sospetto, per cui in politica è meglio che non cambi niente – come nel bar preferito a Brera, come nella spiaggia in Salento – tanto non è la politica che cambia loro la vita.

Chiudo dicendo, per inciso, che io non ho ancora deciso se Renzi mi piace o meno e non è questo il punto, e se un giorno sarà così magari deciderò che non è Studio la sede giusta per sbandierarlo (so che di sicuro non sono particolarmente fan né di Mtv – per cui alcuni di cui sopra hanno lavorato con successo – né tantomeno di Baricco in quanto scrittore).
Però mi stimola l’idea che finalmente qualcuno provi ad applicare alla politica gli stessi paradigmi che tanto ci vanno a genio su tutto il resto. Per questo sono andato alla Leopolda, per osservare e raccontare (mettendoci anche un po’ di ironia perdio) dato che fino a prova contraria è il mio lavoro.

Fa sorridere che lo stimato Giovanni Robertini sul suo blog sul Post abbia scambiato il racconto gioioso per militanza incondizionata. E’ vero, abbiamo twittato com’era vestito Zingales, scrivendo ammerica invece che amerika; accidenti a noi maledetti paninari capitalisti fighetti senza più circolo Arci di riferimento.

 

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