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Troppo intelligenti per essere scarpe

Punto sulle wearable technologies, che falliscono se diventano gadget inutili, ma hanno anche sviluppi interessanti.

Nel 1989 Robert Zemeckis faceva viaggiare Michael J. Fox/Marty McFly in un futuro nemmeno troppo lontano in cui si mangiava pizza disidratata e si indossavano giacche in grado di asciugarsi da sole in pochi secondi. Quel futuro sarebbe oggi – anzi: sarebbe stato mercoledì scorso – ma se anche alcune di quelle cose immaginate esistono, non sono di uso comune.

La tecnologia ha fatto altri (grandi) progressi – lo smartphone, per dirne una, non fu inserito dagli sceneggiatori del film nella dotazione quotidiana degli uomini del 2015, eppure è parte integrante delle nostre vite – e oggi le parole “wearable” e “tech” vengono utilizzate sempre più spesso e spesso una accanto all’altra. Con risultati ancora poco tangibili nella vita quotidiana, ma proiezioni incoraggianti: Gartner stima che nel 2016 saranno consegnati ben 26 milioni di capi d’abbigliamento intelligenti (a fronte degli 0,01 milioni del 2013), mentre secondo Juniper il mercato delle tecnologie indossabili nel 2019 arriverà a toccare i 53 miliardi di dollari.

Burberry "London In Los Angeles" Event - InsideLa realtà è che oggi sono poche le persone che indossano i cosiddetti vestiti intelligenti: l’Apple Watch, la cui prima versione è stata presentata nel 2014 ed è arrivato sul mercato italiano prima dell’estate, non ha certo sostituito il classico orologio. I Google Glass,  i rivoluzionari occhiali hi tech firmati dal colosso di Mountain View – che permettono, tra le altre cose, di scattare immagini, fare ricerche online, controllare le proprie email – sono sbarcati sul mercato americano a metà del 2014 al costo di 1500 dollari e sono disponibili in Inghilterra dal 23 giugno scorso, non hanno registrato un vero boom, semmai stanno vivendo una timida fase di sperimentazione. C’è chi li sta usando per scopi scientifici – per il training del personale medico o per alcuni interventi (anche all’ ospedale Le Molinette di Torino) o per studi sull’autismo (a Stanford) – e chi, quando ancora erano un prodotto in fase davvero sperimentale e quindi potevano essere elevati a status symbol, li ha sfoggiati alle sfilate di moda, condividendo le foto (spesso sfuocate o, comunque, a risoluzione bassa) sui propri social network. Di persone che, in metropolitana, spostano lo sguardo velocemente verso l’angolo destro della propria montatura prima di pronunciare un nuovo comando vocale, tuttavia, non se ne vedono. Eppure i piani per lo sviluppo dei Google Glass sono mastodontici e coinvolgono un gigante dell’occhialeria mondiale come Luxottica: l’azienda italiana che negli ultimi 30 anni, complice un sistema di licenze che vede coinvolte numerose griffe del lusso, ha contribuito a cambiare il panorama dell’occhialeria, facendo della montatura un oggetto di moda.

Nonostante il boom della wearable tech oggi sia appannaggio per lo più esclusivo dei cosiddetti “braccialetti fitness”, che misurano battiti, passi e aiutano nel coMBFW Spring 2013 - Official Coverage - Best Of Runway Day 4nteggio delle calorie, le aziende che sono al lavoro su progetti del settore sono sempre di più. Si va dalle start up alle grandi compagnie del fashion system, passando per le aziende tessili e per le big dell’hi-tech come Google e Apple. Queste ultime nel segmento wearable tech hanno visto una direttrice di sviluppo dal potenziale enorme e, in qualche caso, hanno deciso di allearsi proprio con aziende del settore moda-lusso. I connubi già noti – oltre alla già citata alleanza Google-Luxottica – non mancano: Google ha stretto una partnership con Levi’s per la creazione di un tessuto jacquard ad alto livello di conduttività che dovrebbe arrivare sul mercato nel 2016. Il Project Jacquard, questo il nome del materiale, che dovrebbe essere inizialmente mixato con il denim, ma potrà, in futuro, essere integrato ad altri tessuti, permetterà a chi indossa il capo di rispondere a una telefonata o cambiare traccia musicale semplicemente premendo le dita sul tessuto.

Ad un primo momento di esaltazione generale – quello in cui tutti abbiamo pensato che i Google Glass e l’Apple Watch avrebbero avuto la portata rivoluzionaria dell’iPhone e abbiamo letto divertiti (ma anche interessati) le classifiche sulle 10 irrinunciabili tecnologie indossabili  – è seguito quello della perplessità: i primi frutti della wearable tech sono stati alcuni prodotti pensati più per stupire che per diventare di uso comune; oppure oggetti divertenti e potenzialmente utili che, tuttavia, sono più che altro dei gadget.

Nella prima categoria r7-LED-met-gala-dress (1)ientra sicuramente l’abito che Katy Perry ha indossato nel 2010 al Met Ball, appuntamento irrinunciabile per i protagonisti del fashion system mondiale che viene annualmente ospitato al Metropolitan Museum di New York: il vestito, creato dalla CuteCircuit, azienda londinese specializzata in wearable tech, contava 3mila Led in grado di cambiare colore. L’azienda, nata 11 anni fa, dopo l’evento è stata subito contattata da Selfridges e, in collaborazione con il grande magazzino londinese, ha creato una versione più portabile di quella mise: il K dress. Oggi CuteCircuit presenta i risultati delle proprie, continue, sperimentazioni a cavallo tra moda e tecnologia durante la New York Fashion Week. Di persone che indossino abiti con Led che cambiano colore, però, in giro non se ne vedono molte. Della seconda categoria fanno parte moltissimi progetti tra cui Ringly, anello che, connesso via Bluetooth allo smartphone, vibra all’arrivo di una mail evitando alla persona che lo indossa di sbirciare lo schermo del telefono durante un pranzo, una cena o una riunione.

La moda sta lavorando mai come prima per rafforzare il proprio legame con la tecnologia, intesa sia come strumento di comunicazione e canale di vendita (l’ultima: Burberry ha presentato la nuova campagna pubblicitaria autunno-inverno 2015/16 su Snapchat, mostrando in diretta Mario Testino che scattava le foto), ma anche come settore di potenziale sviluppo. A suggellare questa sinergia sarà, il prossimo maggio, la mostra Manus x Machina: Fashion in an Age of Technology che ospiterà oltre cento abiti che si caratterizzano per l’utilizzo di tecniche sartoriali tradizionali fino all’impiego di apporti hi-tech come il taglio laser e la sagomatura a caldo. Proprio questa mostra, organizzata con il supporto economico di Apple, riporta l’attenzione su un tema importante: le interazioni tra moda e tech sono molte, e sempre più interessanti sul piano delle applicazioni concrete, ma non hanno per forza le sembianze di una giacca che si alimenta a energia solare (Tommy Hilfiger, per altro, l’ha fatta: aveva un pannello solare sulla schiena). Le nanotecnologie, per esempio, hanno contribuito a realizzare – e continuano, in modo sempre più incisivo, a farlo – tessuti “intelligenti”, in grado di garantire performance migliori (tessuti anti-vento, ignifughi, traspiranti) che stanno entrando a far parte della nostra vita quotidiana senza che nemmeno ce ne accorgiamo. La giacca auto-asciugante di Ritorno al Futuro II, così come era stata immaginata, non esiste. Ma esistono materiali e lavorazioni in grado di rendere impermeabili tessuti che, di per sé, non lo sarebbero: la lana, per esempio.

Amanda Parks, fashion technologist e capo del dipartimento tecnologico dell’incubatore Manufacture New York, scrive in un interessante articolo su Business of fashion che «l’abbiglianike-flynit-lunar1-xlmento “tech-infused” è un terreno inesplorato, ma più fertile. Se si pensa al corpo come a un sistema operativo, gli abiti diventano l’interfaccia attraverso cui esso comunica con l’ambiente circostante. E gli abiti con una tecnologia incorporata possono aprire una serie infinita di potenziali applicazioni che fanno leva sulle interazioni gestuali e la rilevazione del corpo stesso». E porta un esempio interessante: «Una delle più stimolanti tecnologie indossabili che oggi è sul mercato sono le Nike Flyknit. La stessa Nike ha individuato in esse il futuro non solo della propria azienda, ma dell’intera industria delle sneaker». Flyknit è una scarpa da ginnastica realizzata interamente in filati di poliestere grazie a un un processo di costruzione della maglia ad alta precisione che rende la tomaia ultraleggera e sagomata, pensata per sostenere il piede in modo ergonomico. Il tutto riducendo la necessità di materiali e tagli diversi (e quindi gli sprechi). È possibile che ne indossiate un paio, che lo abbiate fatto in passato o che le abbiate a casa. Ed è altrettanto possibile che non vi siate accorti del livello tecnologico di questo prodotto. Non si allacceranno automaticamente come le Nike Mag, per tornare al modello sfoggiato da da Marty McFly in Ritorno al Futuro. Per quelle pare si debba aspettare il 2016: chissà se da qui a cinque anni avremo disimparato ad allacciarci le scarpe o se rimarranno solo un gadget ambitissimo per gli amanti del cinema anni ’80.

 

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