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“E voi lo votereste comunque”

Da Trump a Berlusconi, le élite scoprono che non c'è scandalo tanto grande da affossare un politico. Forse perché certe idee sono ancora radicate.

Una sbandata d’euforia mal riposta, poi il duro risveglio: è un copione che m’è capitato di osservare più di una volta in questa sconcertante campagna elettorale americana che sta volgendo al termine, e dove non pare più un’ipotesi del tutto remota l’eventualità che vinca un candidato sostenuto dall’“Alt-right”, quell’osceno miscuglio di suprematisti bianchi, troll misogini e cospirazionisti antisemiti.

Due esempi, freschi di queste settimane: l’incoronazione a “eroe” di Ken Bone e la registrazione di Donald Trump diffusa dal Washington Post. Per chi non avesse seguito le vicende, o le avesse freudianamente rimosse, un breve riepilogo. Durante il dibattito dello scorso 9 ottobre tra Hillary Clinton e Donald Trump, che prevedeva alcune domande dal pubblico, un tizio paffutello dell’Illinois vestito come a un pranzo dalla zia ha posto un quesito, a dire il vero bene articolato, sulle politiche energetiche e nel giro di poche ore è diventato un meme, un simbolo virale della pacatezza e semplicità di cui l’America avverte il bisogno. Non è stata la domanda, né tantomeno le due risposte ricevute, a valergli la fama improvvisa, bensì la sua presenza scenica (più propriamente, la mancanza di): con il suo maglione rosso, gli occhiali fuori moda e le sue buone maniere un po’ goffe, Kenneth Bone aveva un’aria talmente provinciale e anonima, insomma “normale”, da quasi non sembrare vero. Presentatosi come un «elettore indeciso», perché evidentemente anche nella campagna più polarizzata a memoria d’uomo ce ne sono, era una boccata d’aria fresca rispetto ai toni esasperati degli ultimi mesi.

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Qualcuno l’ha definito «la versione umana di un abbraccio», qualcun altro ha notato che «l’America aveva bisogno di un eroe, Ken Bone ha risposto alla chiamata», qualcun altro ancora gli ha dedicato una canzone, in un paio di giornate è passato dall’avere sette follower su Twitter (in realtà sei, perché la nonna ha due account, ha spiegato) a oltre 240 mila. Lui, naturalmente, ha provato a farci qualche soldo, facendo pubblicità sul social network a Uber Select, ma poi ha dovuto cancellare il tweet perché violava il regolamento. Fin qui, tutto normale. Poi, spulciando su Reddit, qualcuno s’è accorto che Bone aveva giustificato la morte di Trayvon Martin, il diciassettenne afroamericano ucciso a colpi di pistola in California nel 2012 in un caso assai controverso di legittima difesa: non staremo a ricapitolare la storia, basti sapere che è uno degli episodi da cui è scaturito il movimento Black Lives Matter. S’è scoperto che «la versione umana di un abbraccio» era capace di esprimere opinioni che fanno rabbrividire una metà dell’America, quella “dalla parte giusta” (o che se non altro si sente tale).

Poi, si diceva, la registrazione di Trump. Un fuorionda del 2005, finora rimasto negli archivi della Nbc, riprendeva il tycoon mentre si vantava di avere messo le mani addosso ad alcune belle donne non particolarmente consenzienti. Non è stato, come invece ha riportato qualcuno, soltanto qualche «commento misogino», del genere che gli uomini, certi uomini, spesso si scambiano tra loro; lo scambio di battute dava più l’impressione di una molestia vera e propria: «La gente si concentra sul linguaggio volgare di Trump, ma non è che se avesse detto “l’altra sera ero in compagnia di un’amabile signora e ho avuto l’occasione di accarezzarle le zone intime contro il suo parere” il contenuto della registrazione sarebbe meno grave» ha fatto notare Trevor Noah. «Gli uomini a volte usano termini grevi quando parlano di donne? Vero, ma normalmente non parlano di molestie».

Insomma, roba seria, o che dovrebbe essere presa sul serio. In un primo momento, sembrava l’innesto di una valanga. In un editoriale sul New York Times, tanto bello quanto fuorviante, Susan Dominus scrive che la registrazione di Trump è al contempo «l’apoteosi di tutto ciò che i sostenitori di Hillary Clinton vogliono combattere e la palla di cannone che potrebbe abbatterlo». Molti politici repubblicani, di quelli che si erano schierati con Trump, si dissociano dal candidato, dicono che non voteranno più per lui, ma nel giro di qualche giorno fanno marcia indietro. Stando ai sondaggi commissionati da Politico e Abc, il video non ha spostato voti, mentre secondo la Reuters ne ha spostati pochi. Più o meno in contemporanea, salta fuori una rilevazione secondo cui, se a votare fossero solo gli uomini, il candidato repubblicano stravincerebbe: scatta l’hashtag #RepealThe19th, cancellate il diciannovesimo emendamento, cioè il suffragio universale.

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Contro le previsioni di molti, una discreta fetta del pubblico americano non ha ritenuto la vicenda poi così scandalosa. Lo scarso peso della registrazione sulle intenzioni di voto ha evidentemente preso in contropiede non soltanto i media progressisti, ma anche i vari politici repubblicani che si erano affrettati a dissociarsi da Trump. Com’è possibile che nel 2016 ci sia ancora tanta gente che ritiene le molestie sessuali (nel caso specifico si parlava di “groping”, palpeggiamenti non richiesti) qualcosa da condonare? Non è un atteggiamento che, come scrive Dominus sul Nyt, fa parte «di quel viscidume che è definitivamente uscito dal mainstream negli anni Settanta»? L’impressione è che ci sia stato un cortocircuito. Da un lato cosa le élite (liberal, certo, ma anche del Gop) pensano che il grande pubblico ritenga accettabile, dall’altro quello che il grande pubblico ritiene accettabile in realtà: due misure sempre più distanti. Per il pubblico italiano, è una sorta di déjà-vu. Abbiamo già assistito a una dinamica simile ai tempi del ventennio berlusconiano, quando il ciclo, a ripetizione pressoché continua, era questo: Silvio che dice o fa qualcosa che appare “al di fuori del consesso civile”, perlomeno dal punto di vista dell’élite, una certa élite che include la stampa liberal e anche qualche conservatore di vecchio stampo orgoglioso dei suoi valori borghesi (tra i casi più noti l’accusa di avere fatto sesso con una minorenne, Noemi Letizia); l’élite s’indigna, lancia campagne (vedi le dieci domande a Silvio Berlusconi di Repubblica), dice che Silvio così s’è squalificato; poi però si scopre che, orrore!, al grande pubblico più di tanto non interessa.

Forse le ragioni di questo scollamento sono da rintracciare nel politicamente corretto, insomma in quel milieu culturale dove certe cose si possono pensare ma non dire: a un certo punto era stato creato un clima in cui non si poteva più dire che palpeggiare una donna senza il suo consenso non è poi così grave, così in molti si sono convinti che la registrazione di un politico che si vantava di una molestia avrebbe segnato la sua caduta, o perlomeno un colpo da cui sarebbe stato difficile rialzarsi. Il fatto che si fosse creato un clima in cui certe cose non si possono dire, però, non significava che molta gente non continuasse a pensarle, come si è visto.

A scanso d’equivoci e a rischio di sembrare un po’ bacchettona, tengo a precisare che non penso affatto che il politicamente corretto sia sbagliato. L’idea, in fondo, non è affatto male: ci sono opinioni ripugnanti, e oggettivamente velenose, che andrebbero estirpate della società; ma visto che le idee non si possono estirpare facilmente, allora come primo passo si crea un clima in cui le persone si vergognano di esprimerle; con la speranza che, a furia di non dire certe cose, con un po’ di fortuna si smetterà anche di pensarle. Il problema è che non sempre funziona. L’America di questi mesi insegna che alcune idee che pensavamo relegate ai margini della società – la misoginia più becera, un razzismo impenitente, persino l’antisemitismo – sono in realtà più radicate di quanto non si pensasse: semplicemente, erano tenute in privato, pronte a riemergere con poco preavviso sotto l’ombrello del trumpismo e dell’Alt-right. Ci eravamo illusi che delle molestie sbandierate sarebbero state un punto di non ritorno, e avevamo torto. Ci eravamo illusi che un tizio con un maglione rosso avrebbe potuto dimostrare che c’è ancora un mainstream dignitoso, e avevamo torto. Se c’è una cosa che abbiamo capito di queste elezioni, è che non abbiamo capito un cazzo.

Fotografie Mary Schwalm, Sarah Rice/Getty Images
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