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Salvarsi da Trump

The Donald esce dal dibattito incredibilmente ancora in piedi. Il suo obiettivo non è solo Hillary ma anche il partito repubblicano, che rischia di uscirne demolito.

Donald Trump si è presentato al secondo debate al punto più basso della sua popolarità, con il Partito repubblicano in rivolta, le «chiacchiere da spogliatoio» in cui lui parla in termini espliciti del suo rapporto con le donne riprese, analizzate, ripetute senza sosta per 48 ore: sembrava politicamente defunto – come già lo è sembrato in passato – e invece è uscito vivo dal confronto, persino ringalluzzito, come già è accaduto in passato. La tenacia di Trump, la sua capacità di andare oltre qualsiasi dichiarazione, fatto, polemica, bugia che ucciderebbe chiunque, è già materia molto dibattuta, ma a meno di un mese dal voto quel che conta, per lui e per la dinamica elettorale, è che la partita con Hillary Clinton non è chiusa. Incredibilmente, si potrebbe dire. Eppure.

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Trump ha usato l’arsenale che non aveva voluto schierare al suo primo debate con Hillary: le amanti di Bill Clinton, la brutalità di Hillary con le amanti, lo scandalo delle email, i rapporti dei Clinton con Wall Street e con i poteri forti, l’incapacità di Hillary di fare qualcosa di concreto in trent’anni di vita politica – lei chiacchiera, io farò – citando anche la battuta-mantra dell’elettore trumpiano: Hillary dovrebbe essere in prigione. Per ferire la sua rivale Trump non ha soltanto usato l’arma delle donne di Bill, ma anche le frasi di Bernie Sanders, in particolare quella sul «bad judgement» di Hillary che il senatore del Vermont ha ripetuto spesso durante le primarie (sembrava un corteggiamento all’elettore sandersiano, insofferente nei confronti di Hillary e magari comunque tentato dall’idea di dare un voto antisistema: i populismi s’assomigliano, si sa, ma forse il salto in questo caso è invero lunghissimo).

La mancanza di pertinenza, un’altra caratteristica della retorica di Trump, l’ha fatta da padrona: il candidato repubblicano ha usato le stesse frasi denigratorie in ogni momento, indipendentemente dal contesto. Ha iniziato subito, definendo il fuorionda sul suo voler possedere le donne (eufemismo) una «chiacchiera da spogliatoio», e poi si è messo a parlare dello Stato islamico, come a dire: loro tagliano le teste, io al limite provo a «grab» le donne «by the pussy», non vorrete mica paragonarci. Ci sono stati alcuni momenti surreali, altri in cui Hillary non s’è difesa benissimo ma l’obiettivo di Trump è stato quello di consolidare il suo elettorato, che il candidato repubblicano non vuole tradire, anche se il suo partito, attorno a lui, cerca un’alternativa last minute e disperata. Anzi, l’obiettivo di Trump, oltre a Hillary, era proprio il suo partito: potete continuare a considerarmi un corpo estraneo, voi «ipocriti», ma non vi libererete di me.

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La tentazione – tardiva, suicida quasi – del Partito repubblicano negli ultimi giorni è proprio questa: provare a levare di torno il proprio candidato, dopo un anno di tentativi falliti. Almeno 57 membri del Partito repubblicano tra deputati e governatori hanno detto che non voteranno per Trump, con 39 che hanno annunciato il loro “non sostegno” da quando la registrazione sulle donne è stata pubblicata, venerdì. Durante il dibattito, Bill Kristol, direttore del magazine neocon Weekly Standard che si è dissociato da Trump fin dall’inizio e ha sperato in una presa di coscienza collettiva dei conservatori fin dalla primavera scorsa, ha scritto: «Tutto è così deprimente che non ho nemmeno la forza di fare tweet presumibilmente arguti». Kristol come molti altri spera che l’emorragia continui, come se questo fosse un piano alternativo alla candidatura di Trump: gira voce che Paul Ryan, speaker del Congresso, voglia dissociarsi ufficialmente da Trump.

Durante il dibattito alcuni hanno addirittura sperato che a dissociarsi fosse il compagno di ticket, il candidato vicepresidente Mike Pence: parlando della Siria, Trump ha detto di non aver parlato con il suo vice e di non essere d’accordo con lui. Uno sgarbo in diretta, può Pence sostenerlo?, si interrogavano speranzosi i commentatori su Twitter. Probabilmente no, ma ormai non è questo il punto. L’istinto di sopravvivenza scoppiato all’ultimo miglio non salva la vita. Come ha scritto il Washington Post, «la campagna turbolenta di Trump ha danneggiato ben più delle sue prospettive presidenziali. Rischia di sminuire un’intera generazione di leader repubblicani che sono rimasti con lui nonostante le sue dichiarazioni». Tutto quel che Trump tocca muore, dicono i guru del Partito repubblicano, e adesso il tentativo di sfilarsi potrebbe non essere sufficiente. Certo non per cambiare il candidato o la corsa alla Casa Bianca, ma forse nemmeno per salvarsi.

Immagini del dibattito di Jim Bourg/Afp/Getty Images
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