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Memorie di un diplomatico

Di guerra, di etica e di relazioni internazionali. Un ex ambasciatore oltre il cliché della Realpolitik

Ex ambasciatore a Teheran e Nuova Delhi, Roberto Toscano discute di etica, relazioni internazionali, pacifismo e interventi umanitari

Quando Roberto Toscano e io ci siamo sentiti la prima volta lui era l’ambasciatore italiano a Teheran e io una giornalista alle prime armi che seguiva il diplomatico per un quotidiano romano, con il vizio di andare in cerca di scoop a colpi di quel “ma è vero che? ma è vero che?” che poi sarebbe divenuto il marchio di fabbrica degli inviati santoriani. Erano i primi anni della seconda Amministrazione di George W. Bush, quando il dossier dell’atomica iraniana teneva con il fiato sospeso mezzo mondo (poi, chissà come, è sparito dalle prime pagine), ma anche un periodo in cui l’allora Segretario di Stato Condoleezza Rice cercava di aprire un dialogo con la repubblica degli ayatollah per cercare una soluzione condivisa al pantano iracheno, che stava attraversando la sua fase più sanguinaria. Nel disperato tentativo di trovare una strategia d’uscita, l’input era arrivato dall’Iraq Study Group, il think tank bipartisan presieduto dall’ex Segretario di Stato James Baker III messo a punto dalla Casa Bianca.
Problema: dalla rivoluzione del 1979 gli Stati Uniti non intrattenevano rapporti ufficiali con la Repubblica islamica, appoggiandosi all’ambasciata svizzera di Teheran solo per le comunicazioni strettamente necessarie. Dunque restava da chiedersi chi gestisse i contatti, embrionali, tra Stati Uniti e Iran. Negli ambienti diplomatici romani circolava la voce secondo cui fossimo proprio noi italiani a fungere da punto di contatto, mantenendo un profilo estremamente basso. Quando un diplomatico americano di passaggio all’ambasciata di Roma rispose a una mia domanda sull’Iran con un “I’d ask your own embassy,” mi sono detta: bene, la notizia c’è, ora basta solo avere una fonte diretta. Così, come unica precauzione l’utilizzo di un provider di posta elettronica criptato, scrissi all’ambasciatore Toscano una lettera zeppa di (santorianissimi) “ma è vero che?.” Lui, anziché rispondermi “ma chi diavolo le ha insegnato a fare questo mestiere,” mi scrisse, molto diplomaticamente: “Il quesito che Lei mi pone mi mette in vivo imbarazzo. Nei miei trentotto anni di lavoro diplomatico ho sempre intrattenuto rapporti strettissimi con i giornalisti, convinto come sono che sia la diplomazia che il giornalismo possano solo trarre beneficio da questa collaborazione. A volte però dobbiamo riconoscere l’esistenza di limiti di opportunità, oltre che di etica professionale”. Risultato: poteva “solo confermare che Washington è interessata anche a conoscere le valutazioni sul questo Paese dei Paesi amici e alleati, fra cui l’Italia, che in Iran ha una sua presenza consolidata e normale accesso ai principali interlocutori. Come direbbero gli americani, that’s as far as I can go…” Ne seguì un invito, ahimé mai accettato, a Teheran e un intenso scambio di riflessioni via email sulla politica estera iraniana, sulle ambizioni egemoniche di Mahmoud Ahmadinejad, sulla dottrina americana, e sui report che circolavano sulla stampa anglosassone sul coinvolgimento di Teheran in Iraq. Non portai a casa un singolo articolo, ma imparai molto sugli equilibri del Medio Oriente.
Da allora sono cambiate molte cose. Tanto per cominciare, Toscano è da poco andato in pensione e quindi più libero di parlare. Concluso il suo mandato a Teheran (2003-2008), è stato ambasciatore a Nuova Delhi (2008-2010) e poi, dopo 41 anni di servizio che lo hanno portato tra gli altri luoghi in Cile e in Unione Sovietica, ha lasciato la carriera diplomatica per quella accademica. Ora è Public Policy Scholar alla Woodrow Wilson International Center for Scholars, di Washington, e ha pubblicato un saggio sul principio di “guerra giusta,” La Violenza, Le Regole, edito da Einaudi, che oggi ritorna particolarmente attuale.

Come ha cominciato la sua carriera diplomatica e cosa l’ha spinta in questa direzione?
Non ho avuto una “vocazione diplomatica”. Sapevo soltanto quello che mi interessava, quello che mi piaceva studiare. Direi che la mia professione è stata una conseguenza dei miei studi,
e non viceversa, come accade quando si sceglie un tipo di itinerario accademico al fine di
accedere a una professione, a una carriera. Nel mio caso, dopo la laurea in legge all’Università
di Parma, la mia città, nel 1966, ho seguito un corso di due anni di Relazioni internazionali, prima al Bologna Center della Johns Hopkins University, e poi alla School of Advanced International Studies alla sede di Washington, dove nel 1968 ho conseguito il Master in Relazioni internazionali. Tornato in Italia, ho deciso che con la mia preparazione avrei potuto tentare l’esame per la carriera diplomatica. Ho superato le prove, sia scritte che orali (sono risultato primo del mio concorso, suscitando un certo stupore fra chi sapeva che non mi ero preparato in modo specifico, come di solito si fa, per l’esame) e sono entrato al Ministero degli Esteri nell’aprile del 1969.

Il suo primo incarico all’estero è stato in Cile, ai tempi del golpe di Pinochet. Come l’ha segnata questa esperienza?
Uno dei ricordi più forti della mia carriera quarantennale è legato all’accoglienza dei rifugiati nell’ambasciata di Santiago dopo il colpo di stato del 1973. Io ero allora un giovane diplomatico e per un anno l’unica mia attività fu occuparmi degli asilados che si rifugiavano nell’ambasciata per sfuggire alla repressione. Un’esperienza drammatica, ma nello stesso tempo più che compensata dalla sensazione di essere utile, da un vero arricchimento umano, e anche dalla scoperta che il diplomatico, soprattutto nelle situazioni di emergenza, ha un ruolo e anche un margine di azione, che vanno al di là della ordinaria burocrazia.

Quali qualità si deve possedere per essere un buon diplomatico?
Per dirla molto sinteticamente: una buona preparazione (diritto, economia, politica, storia), ma anche e forse soprattutto molta curiosità per i Paesi, per le lingue e per le culture. Aggiungo una forte dote di pazienza, dato che tutto sommato, anche se certo non noiosa, anche la diplomazia fa parte della burocrazia.

Forse il momento più delicato della sua carriera è stato ricoprire il ruolo di ambasciatore a Teheran nel pieno dell’era Bush. Con gli Usa sul piede di guerra e l’Italia che tentava di mediare…
L’Iran è stata la mia prima sede da ambasciatore (la seconda, e ultima, è stata l’India) e, nei cinque anni in cui ho vissuto e lavorato a Teheran ho avuto un’esperienza unica da tutti i punti di vista. Certo, il Paese era, ed è ancora di più oggi, difficile. Ma la cultura è straordinariamente sofisticata, le persone, e non solo i membri dell’élite, sono accoglienti nei confronti degli stranieri. In poche parole, l’immagine che dell’Iran si ha all’estero (mullah, pasdaran, donne in chador) è a dir poco parziale.
Come diplomatico ho dovuto trattare questioni molto delicate, ma devo dire che le sedi troppo “facili” e troppo simili al proprio Paese dal punto di vista politico sono meno interessanti, molto meno stimolanti. Mentre l’Italia può avere, ed ha, problemi concreti con l’Iran e la sua politica (ma il dialogo è sempre possibile) nel caso dei rapporti irano-americani c’è qualcosa di più profondo: una incomprensione che spesso impedisce la necessaria ricerca di dialogo e di compromessi.
Gli iraniani non hanno dimenticato il colpo di stato contro Mossadeq del 1953, fomentato e favorito dagli Stati Uniti, oltre che dal Regno Unito, e gli Usa non hanno mai superato il trauma degli oltre 400 giorni di sequestro dei diplomatici americani nella loro ambasciata a Teheran, subito dopo la rivoluzione del 1979.

In uno dei suoi scritti, lei parla di guerra giusta come imperativo morale a patto che esistano tre condizioni. Ovvero: che siano esaurite le opzioni pacifiche, che l’uso della forza sia proporzionale e che esistano concrete possibilità di successo. Alla luce di questi ragionamenti, come possiamo interpretare l’intervento in Libia?
Il caso libico è molto complesso, e credo che le perplessità rispetto all’attuale azione militare siano più che giustificate. Certo, anche i libici hanno diritto alla libertà e soprattutto non dovrebbero essere oggetto di massacri e di una spietata repressione. Il problema è però che, come qui a Washington si sta discutendo a livello politico, di centri studi e di stampa, non è chiaro l’obiettivo dell’azione militare della coalizione. Obama ha detto che Gheddafi deve andarsene, ma i capi militari americani ribadiscono che la Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza parla solo di protezione dei civili.
La domanda è infatti questa: si tratta di un’azione umanitaria o dell’appoggio militare a una ribellione armata? Direi che è molto meno controverso intervenire per difendere civili disarmati oggetto di repressioni unilaterali. Ma non lo stiamo facendo per il Bahrein, e nemmeno per lo Yemen. Insomma, temo che la vicenda libica sollevi moltissimi interrogativi.
Paradossalmente, credo che fra le ragioni che abbiano portato gli americani, anche se riluttanti, ad aderire all’azione militare contro la Libia (promossa principalmente da Parigi) vi sia anche il ricordo dell’errore politico, e direi della vergogna morale, di non avere fatto niente nel 1994 quando in Ruanda quasi un milione di civili è stato massacrato in un colossale genocidio.

Decisamente in controtendenza con la Realpolitik dominante, lei non si è mai vergognato di parlare ripetutamente di etica e diplomazia. Qual è, a suo avviso, oggi il rapporto tra relazioni internazionali ed etica e quale dovrebbe essere?
E’ curioso, credo, che mentre si riconosce che esiste una dimensione etica in tutte le professioni (il medico, l’uomo d’affari, il militare) per il diplomatico si concepisca una sorta di esonero, dato che deve operare nell’interesse dello Stato. Quando nel 2000 ho pubblicato un libro su Etica e relazioni internazionali non sono stati pochi i colleghi diplomatici che hanno reagito fra lo stupito e il divertito, come se si trattasse di un’idea bizzarra. Insomma, anche chi sostiene la necessità di un vaglio morale alle nostre azioni in altri campi quando parla di politica estera e diplomazia diventa improvvisamente machiavellico.
Il fatto è che si traccia una specie di perimetro di riconoscimento dei doveri morali e lo si fa coincidere con i confini dello Stato-nazione. Legittima opzione, ma solo se poi riconosciamo che è altrettanto legittimo, sulla base di un altra scala di preferenze e identità, tracciarlo attorno alla propria famiglia, la propria tribù, il proprio partito, la propria religione. “My country right or wrong” non è più sostenibile, come principio, di “my family right or wrong”, “my party right or wrong”, e cosi’ via.
L’etica non può coincidere con la politica, né quella interna né quella internazionale. Ma ogni azione politica dovrebbe essere sottoposta a un vaglio etico, soprattutto per ricavarne quei limiti che scaturiscono dal riconoscimento di principi di comune umanità al di là di tutte le pur reali differenze. Realismo e etica sono due dimensioni che si collocano in una sorte di tensione permanente, ma non possiamo certo eliminare né l’uno né l’altra. Forse, come ha scritto uno studioso americano, dovremmo, in diplomazia, puntare verso un difficile ma necessario “realismo etico”, anche perché l’etica della politica, anche quella internazionale, è etica della responsabilità e non quella della convinzione. Siamo responsabili dei risultati della nostra azione, per quanto ispirata eticamente.

Parlando di etica, lei ha citato Martin Buber, Emmanuel Levinas Isaiah Berlin e Hanna Arendt come suoi punti di riferimento. In che modo questi pensatori – tra l’altro tutti appartenenti a una Mittleuropa ebraica cancellata dalla Storia – hanno influenzato il suo lavoro e le sue decisioni?
Anch’io mi sono posto la domanda sul perché, non essendo né ebreo né esperto di ebraismo, praticamente tutti gli autori da cui ho tratto la mia ispirazione per una riflessione sull’etica sono pensatori ebrei. Una volta ho anche pubblicato una breve nota su una rivista internazionale di sociologia, con il titolo “Jewishness and Ethics”. In sintesi, ho scritto che il pensiero ebraico si distingue per alcune importanti caratteristiche: la permanente ricerca di verità attraverso il dibattito (il Talmud è più dialettico che dogmatico, vista la varietà di opinioni), la non territorialità
prodotta dall’esilio del popolo ebraico, e quindi l’esposizione costante alla diversità, ma più di ogni altro aspetto, forse, vi è la centralità del rifiuto dell’idolatria. L’idolatria nella Bibbia non è tanto l’adorazione di un falso Dio quanto l’adorazione di qualsiasi aspetto della realtà, anche positivo, come se fosse Dio, e dietro il non riconoscimento del dovere morale vi è sempre l’elevazione di una particolarità, di un’identità, di un interesse, di una passione, al di sopra di tutto. Appunto, come
se fosse Dio.

Nel suo libro La violenza, le regole, lei mette in guardia contro il rischio di una “regressione, dove il più barbaro finisce per dettare le norme generali”. Non è un’ipocrisia pensare di potere regolare la guerra, che è di per sé una forma di imbarbarimento?
Ricordo di avere scritto nel libro che lei cita: “Visto che l’umanità non è riuscita a mettere la guerra fuori legge, almeno ha messo la legge nella guerra”. Ne sono ancora convinto, e fra l’altro va detto che non siamo nel campo delle aspirazioni, ma del diritto internazionale realmente esistente: il diritto umanitario, o di guerra, in particolare con le Convenzioni dell’Aja e di Ginevra. Si tratta di norme che storicamente sono state generalmente rispettate dagli stati, ma che oggi sono in difficoltà
di fronte a fenomeni come il terrorismo e in genere la partecipazione ai conflitti armati di soggetti non statuali.
Devo dire comunque che trovo abbastanza curioso come  spesso si ricavino dalla violazione delle norme internazionali conclusioni scettiche sulla loro esistenza. Sarebbe come dire che, visto che ci sono tanti criminali il codice penale è solo una illusione o un’ipocrisia.

Una volta ha detto che è necessario “essere pacifici senza essere pacifisti,” eppure l’ho sentita citare abbastanza spesso Gandhi. Il pacifismo duro e puro è un’utopia?
Credo che tutti possano/debbano essere pacifici, ma che essere pacifisti in modo integrale e coerente richieda una disciplina e una disponibilità al sacrificio personale che non si può esigere da nessuno. La domanda drammatica è che fare di fronte a una violenza barbara e ingiusta. Gandhi, coerente fino in fondo, inviò alla fine degli anni Trenta una lettera alla comunità ebraica in Germania esortandola a non abbandonare il principio della non violenza anche di fronte alla persecuzione nazista. Sono posizioni che possiamo certo rispettare, ma che risulta difficile condividere.
Ma anche se non ci sembra possibile essere gandhiani fino in fondo, la sua figura rimane importante anche ai nostri tempi. Pensiamo a Martin Luther King e a Nelson Mandela. Il secondo, fra l’altro, è arrivato alla non violenza come scelta anche politica dopo un periodo in cui dirigeva il braccio armato dell’African National Congress contro il regime di apartheid. Il che significa che a volte i non violenti sono non solo più nobili, moralmente, dei violenti, ma anche più efficaci.  La crisi dei regimi egiziano e tunisino, recentemente, ha dimostrato la grande forza della non violenza.
Ma di fronte a un dittatore spietato come Gheddafi l’ipotesi non violenta si è rivelata non sostenibile.

Lei sostiene che l’Occidente ha vinto la Guerra fredda grazie al soft power. Sarà il soft power a vincere la guerra contro il terrorismo?
I terroristi vanno combattuti con l’intelligence e sconfitti anche con le armi. Il fatto però è che i gruppi terroristi sono composti da un numero ristretto di persone, ma hanno successo nella misura in cui possono contare su una rete di appoggi materiali e simpatie politiche da parte di vasti strati di popolazione. Se sono isolati (come le Brigate Rosse) è relativamente facile sconfiggerli, ma se hanno appoggio popolare (come l’Ira, ad esempio) risulta molto più difficile, e il discorso politico, il negoziato, diventano indispensabili. Nel frattempo, però, è essenziale affrontare le ragioni per cui i terroristi riscuotono simpatie e appoggi nella popolazione. Di solito alla radice di questo fenomeno troviamo profonde ragioni di scontento, sia politico che socio-economico, che vanno affrontate non in alternativa, ma in parallelo alla repressione dei gruppi terroristi armati.
Nella lotta anti-terrorista, vedo tre livelli: la repressione contro i nuclei terroristi, una politica attiva
di democrazia reale e attenzione ai problemi sociali, e infine anche il “soft power”, nel senso della necessità da parte delle istituzioni di riacquistare credibilità e adesioni oltre che egemonia culturale.

A proposito di terrorismo, lei è più volte tornato sulla necessità di definire più chiaramente il concetto di terrorismo…
In effetti credo che sia essenziale definire il terrorismo, cosa su cui non ci si è ancora messi d’accordo a livello internazionale. Il problema è che tutti cercano di introdurre un’eccezione o una specie di esonero per la propria causa. Così, ad esempio, la Organizzazione della Conferenza Islamica, in una convenzione sul terrorismo, sostiene che se si lotta per la liberazione nazionale non c’è mai terrorismo. Assurdità politica e anche logica, dato che il terrorismo è un mezzo e la liberazione nazionale un fine, una causa. In realtà non è difficile definire il terrorismo (uso premeditato della violenza contro bersagli civili), ma bisogna prescindere dalla causa, come si fa per il genocidio: non mi risulta che qualcuno oserebbe scrivere che la lotta per una buona causa non può mai essere tacciata di genocidio. Ma va detto che c’è chi, negli Stati Uniti, applica la stessa perversione logica e morale quando difende la tortura sostenendo che le azioni intraprese contro il terrorismo, compresa la tortura, sono giustificate e non possono essere ritenute illegali.
Insomma, dovremmo metterci d’accordo, a livello internazionale, almeno sull’esclusione dei mezzi più disumani del conflitto: genocidio, terrorismo, tortura. Dico “dovremmo” perché sarebbe nell’interesse di tutti. Anche i boia prima o poi possono diventare vittime….

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