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Rihanna

Ammettere che ti piace essere dominata quando tutti sanno che sei finita in ospedale. Ci vuole coraggio

Quello che state per leggere contiene riferimenti alla violenza domestica. Siete stati avvisati.

Cercando su Google «Rihanna e Chris Brown tornano insieme», c’è un mezzo milione di risultati in rapida crescita. Anche solo per dire «tornano insieme – nella musica». Se sono stati nella stessa stanza, ultimamente, era per il remix di un pezzo di lei, Birthday Cake. Poi lui è – pare – andato alla sua festa di compleanno. E forse le ha tenuto un po’ la mano. E vai con le versioni dei fatti. Lei non l’ha mai dimenticato. Non stanno tornando insieme, però scopano di nascosto. Lui vorrebbe riprovarci, lei ha qualche dubbio. In fondo, all’inizio, lei se l’era già ripreso. Per un po’. Lui è stato il suo grande amore.

Chris Brown, naturalmente, è quello che ha mandato in ospedale Rihanna con la faccia sfasciata.

La cosa più rischiosa che lei avesse fatto fino a lì era Shut Up and Drive, una canzone che contiene meno doppi sensi del singolo medio di una star per famiglie come Beyoncé Knowles. Poi, la notte dell’8 febbraio 2009, Rihanna è diventata “Robyn F.”. E’ stata citata con il suo vero nome e la prima lettera del suo cognome, sui documenti legali che riportavano l’accaduto. Verbali del pronto soccorso, mandati di perquisizione. Appena ha potuto, è tornata Rihanna. Ha detto «mi sono lasciata quella storia alle spalle». Non ha più smesso di dirlo.

Non è dato sapere se gli ultimi tre anni siano stati una decisione di altri, o se lei abbia agito sempre di testa sua. Trattandosi di una persona pubblica molto giovane e molto bella, la svolta era già cominciata: aveva già un’immagine provocante. Oggi però non la assocereste nemmeno per sbaglio alla sua cover di Redemption Song; o all’abito nero con cui l’ha cantata in TV. La ricordate rossa fuoco in una serie di video via via più zozzi. Ricordate Rated R, l’album uscito nove mesi quello che ora viene amabilmente definito the incident, “l’episodio”: il disco di Rude Boy, give it to me baby like boom boom boom, e di Russian Roulette, la ballatona dell’amore oscuro, dove si piange ma alla fine è lei che la spunta. Nulla di nuovo. Noi dovevamo essere rassicurati che, ehi!, solo perché un uomo non era stato gentile non per questo Rihanna era meno femmina e meno in controllo della sua sessualità, e poi, detta liscia liscia, all’Inferno sapevamo tutti che lei aveva sempre avuto una grandissima voglia di — .

Ma non è stata solo questione di video o di musica. Rihanna, prima, non parlava di sesso. Sul palco si metteva i corsetti e imitava Janet Jackson; fuori, sembrava voler conservare un privato da ragazza acqua e sapone, che voleva bene alla mamma. La Rihanna del dopo è una che parla perché tutti sappiano che lei, con i suoi nuovi uomini, tra cui Drake, ci va eccome. E’ ovvio. E quanto. Ci sono stati non uno ma due set di foto private finite online, il primo giro (2009) attribuito a una sorta di vendetta da parte di Chris Brown e che l’ha fatta piangere in bagno all’aeroporto, il secondo (2011) molto meno esplicito e preso con molta maggiore allegria. Oggi Rihanna si lamenta perché non le arrivano abbastanza foto sconce sul cellulare. Nessuna cicatrice, qui.

Il salto definitivo, comunque, è arrivato tra 2010 e 2011: c’è stata la collaborazione con Eminem, Love The Way You Lie, con lei che canta I like the way it hurts (e tutti pensano: «ma quando dice it hurts, non intenderà per caso…»); e poi un pezzo inqualificabile come S & M, che porta a casa i quattro risultati di lei avvolta nella plastica, lei che agita una frusta bianca, lei legata con i piedi dietro la schiena, e lei che canta, senza crederci mezzo secondo, un testo che trova un senso solo come didascalia appiccicata a Retro Spider-Man. E invece, a sorpresa, lei si fa intervistare da Rolling Stone e mette a verbale che certe cose le fa davvero. «Mi piace essere sottomessa, mi piace essere sculacciata e legata».

Ammettere che ti piace essere dominata, quando la cosa che tutti sanno di te è che sei finita in ospedale per pratiche non consensuali, richiede una buona dose di coraggio, perché tanti uniranno i puntini anche se non c’è nulla da unire. E penseranno che il primo ceffone sarà stato un incidente, ma il quindicesimo eri tu che lo volevi. Da parte sua, almeno a parole, Rihanna cerca di razionalizzare il rapporto con il dolore e l’umiliazione: ci mette dentro un po’ di tutto, dai tatuaggi a suo padre che picchiava la madre, e dice che si eccita quando pensa alla quantità di negativity che c’è in giro su di lei. E va avanti così. We Found Love è la telecronaca di una Brutta Storia, e quando finisce l’eroina si scopre a rimpiangerne anche le parti più degradanti. Man Down, invece, è dove l’eroina spara in testa al tizio che l’ha stuprata la notte prima – mentre canta, I didn’t mean to hurt him. (E come la chiudiamo, questa: lei torna a casa, si toglie le scarpe e mette su Umbrella per coprire le urla di quello che ha castrato nella vasca da bagno?)

Non è la prima donna maltrattata che dice «non permetterò all’abuso di definirmi come persona», però nessuno sa se lei, come persona, abbia avuto la possibilità o il desiderio di consultare un terapeuta specializzato. (Sappiamo che ne ha visto uno, nelle 24 ore subito dopo il ricovero.) Mentre la sua storia pubblica sono i 30/40 minuti che in un telefilm stanno tra il kit stupro in pronto soccorso e la cauta fiducia nel domani, e che qui stanno durando da tre anni. Un montaggio superveloce di lei che scopa e piange, si ubriaca e scopa, si guarda allo specchio e ripete ce la posso fare, è tutto ok. Sperma e lacrime. Paghi per uno, ti arriva l’altro.

 

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