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Rihanna in dieci mosse

Il mash-up di riferimenti culturali, i dischi più e meno recenti, la moda: dieci cose sulla popstar che ci sono venute in mente assistendo al concerto di Milano.

1.
Ho incontrato Rihanna per la prima volta nella mia camera in casa dei miei genitori. Lei aveva 19 anni, era comparsa su una rotazione musicale di Mtv, un body nero, cantava “Umbrella” con un timbro di voce che non avevo mai sentito prima. Ricordo che pensai: è bellissima. Io avevo 21 anni. La canzone non mi piacque affatto. Mi prese una specie di febbre molto rapida e altrettanto effimera: cercai su un internet ancora dotato di una connessione a 56k altre foto di quella Rihanna che mi aveva colpito in qualche modo. Scoprii che aveva inciso un altro singolo in precedenza, si chiamava “Pon De Replay”. Lo ascoltai (non ricordo come) e lo trovai brutto. La maggior parte delle foto mostravano una Rihanna molto diversa da quella del video di “Umbrella”. Credo che abbandonai dopo pochi minuti la ricerca, tornando a concentrarmi su, probabilmente, l’ultimo disco di un qualche gruppo indie-rock che sarebbe scomparso di lì a pochi mesi.

2.
Poco tempo dopo Rihanna fu protagonista di uno degli episodi più importanti e controversi nell’industria della musica: il (suo) pestaggio (a opera) di Chris Brown. L’epicentro del sisma fu una fotografia pubblicata da Tmz e leakata dalla polizia di Los Angeles, che mostrava il volto tumefatto della cantante. Dopo l’episodio ci furono nove mesi di silenzio, rotti nel 2009 dalla pubblicazione dell’album Unapologetic. In questi nove mesi, Rihanna perdonò Chris Brown e la loro relazione, tutto sommato, “tenne”. In un’intervista a Oprah Winfrey la Rihanna ventiquattrenne di allora raccontò, piangendo: «L’unica persona che ho, oggi, è lui. E pur arrabbiata com’ero, ferita e tradita, ho pensato che… lui ha fatto un errore perché aveva bisogno di aiuto. E chi lo può aiutare?» A questo punto Oprah, sul divano della casa della Barbardos di Rihanna, emette un «Mmmmh» che mi sembra suoni come una sorpresa mista a disappunto mista al riconoscimento, da giornalista consumata, del tipo “questa è una Notizia!”. Quando appresi del “perdono”, la mia reazione emotiva fu ingarbugliata. Da un lato Chris Brown aveva picchiato una donna: doveva pagare, tutto e caro. Dall’altro non poteva essere trattato come un mostro per tutta la vita, aveva diritto a una grazia, come chiunque. Questo mi ha fatto pensare alla difficoltà di perdonare, e alla strana e per certi versi imbarazzante empatia e affezione che sviluppiamo nei confronti di celebrità come attori e cantanti, e alla loro vita più privata. È una sorta di voyeurismo, ma anche di megalomania. Pochi giorni dopo su The Daily Beast Linda Fairstein, scrittrice ed ex “prosecutor”, scrive un articolo intitolato: «Next Time, He’ll Kill You».

3.
Sulla metropolitana verso lo stadio di San Siro i passeggeri più presenti sono ragazze (e, in una misura minore, ragazzi) giovani, alcune hanno capelli decolorati rosa, azzurri, verdi. Mi viene in mente la parola “tumblrette”. A una prima lettura estetica, penso che dieci anni fa un concerto di Rihanna, o del suo corrispettivo di dieci anni fa, sarebbe stato frequentato da un pubblico molto diverso. C’è stato un video, in particolare, che ha impostato una traiettoria estetica innovativa per la carriera di Rihanna, un video che si appropria di alcuni dettami estetici e culturali diversi, ne fa un mashup, lo inforna, ed estrae una torta pop con una faccia estremamente contemporanea: “We Found Love”. Riguardando il video, oggi, vedo: le bretelle su maglietta bianca e jeans azzurri stinti, un’immagine che fa pensare alla sottocultura mod e skinhead; gli skateboard; le automobili vintage; le case popolari di Belfast; le Doc Marten’s; i fumogeni; le droghe sintetiche; delle specie di rave in campagna, nel fango. È un “kit” inedito, e non era presente, ad esempio, nella generazione di popstar precedente. È una deriva, o forse un’evoluzione, che il pop più mainstream sta vivendo ancora: i fenomeni blockbuster musicali non sono più soltanto dedicati alle teenager dei Take That, dei 5ive o dei Backstreet Boys. Sono trasversali. Il fatto che Rihanna, Beyoncé, Lana Del Rey siano donne c’entra in qualche modo? Credo di sì.

4.
Il set pre concerto di Dj Mustard, verso la fine, comprende anche “Wonderwall”. È un sing-along strano e una scelta, beh, sorprendente per introdurre un’artista caraibica che basa la sua musica su dance pop, reggae, hip hop, e un alto contenuto di blackness. C’entra, in qualche modo, con il paragrafo di cui sopra?

5.
Rihanna sale sul palco in una tunica bianca, ha i capelli lunghi, la scenografia è allestita in modo minimale. La prima canzone è “Stay”, un pezzo che si basa unicamente sul pianoforte. Le telecamere la inquadrano in primo piano sui grandi schermi ai lati del palco. C’è qualcosa nel modo in cui muove le mani, che si agitano come ragni, ma eleganti, e assecondano la melodia ballando da sole, come se fossero parte di una coreografia studiata soltanto per loro, mentre il resto del corpo è immobile e il volto di lei è coperto da un cappuccio bianco che arriva fino alla bocca. Quando si toglie la tunica, il suo sorriso tradisce emozione. Penso: è un’attrice formidabile. Sembra davvero colpita, oppure recita perfettamente la parte. Quale che sia la verità, funziona. Dice: «Milano, era davvero passato troppo tempo». Un atteggiamento adulatorio che mi ricorda un’intervista firmata da Miranda July uscita sul T Magazine del New York Times: la prima frase dell’incontro è pronunciata da Rihanna, che si avvicina alla July, si siede ed esordisce: «Hai degli occhi bellissimi».

Rihanna concerto Milano luglio

6.
Nell’intervista con Oprah, la giornalista chiede a Rihanna: «Cosa pensi quando ti indicano come la persona più sexy del mondo?». Forse si aspetta una risposta forte, forse sdegnata. Rihanna dice: «It’s flattering. Inaccurate, but flattering». Ride. A San Siro, verso la metà del concerto, chiede al pubblico di spegnere i cellulari con cui sta riprendendo lo show. Sembra un divieto serio, un divieto che ti aspetteresti da un’egotica leggenda come Bob Dylan. Subito, però, aggiunge: «Unless you are taking pictures of me».

7.
Mentre iniziano le prime note di “Diamonds” Rihanna chiede al pubblico di accendere i flash degli smartphone, per creare una coreografia che ricordi il soggetto della canzone. Guardo il primo, il secondo e il terzo anello obbedire in pochi secondi, e in pochi secondi la luminosità dello stadio aumenta sensibilmente. Nuvole di schiuma cadono sul palco dall’alto.

Rihanna

8.
Nell’articolo del T Magazine Rihanna fa altri complimenti all’intervistatrice. Dice: «Posso chiederti cos’è quello?», indicando il vestito di Miranda July. Lei risponde: «Yves Saint-Laurent, vintage». Rihanna, ancora: «Your taste – I mean, I can’t even talk to you». L’attenzione di Rihanna alla moda è maniacale e del tutto particolare: al Met Gala del 2015 si presentò con un mantello giallo ricamato, con uno strascico lungo metri; lo stesso anno diventò il primo volto afro-americano di una campagna Dior; ai Grammy indossò uno strano abito rosa di Giambattista Valli, e Marie Claire commentò: «Everyone can go home now. Rihanna won the red carpet». Giambattista Valli disse: «She wears couture like a T-shirt». Nel dicembre 2014 passò dall’altra parte della linea, quando Puma annunciò la sua nomina a nuova creative director. Le cose le stanno andando piuttosto bene: Puma ha chiuso il primo quarter del 2016 con un 3,7% in più rispetto allo stesso segmento del 2015. La sua prima collezione (Fenty) ha debuttato con successo alla New York Fashion Week di febbraio.

9.
Il terzo singolo estratto dal suo ultimo album, Anti, è “Needed Me”. Il sito Genius lo descrive come un «female empowerment anthem». Dopo il primo verso, Rihanna canta: « But baby, don’t get it twisted / You was just another nigga on the hit list / Tryna fix your inner issues with a bad bitch / Didn’t they tell you that I was a savage? / Fuck ya white horse and ya carriage / Bet you never could imagine / Never told you you could have it». Poco più di un mese prima, Beyoncé aveva pubblicato “Formation”, probabilmente il suo singolo più “politico”. “Needed Me”, penso mentre leggo alcune reazioni su Twitter, è una sorta di risposta di Rihanna.

10.
La fine del concerto non è condotta da Rihanna secondo uno stile epico, ma emozionale. C’è il sorriso dell’inizio, ci sono le mani che coprono il volto per esternare l’emozione, lei dice più volte: «Non vedevo l’ora di tornare qui», corre da una parte all’altra del palco per salutare il pubblico sotto di lei agitando le mani in un modo quasi infantile, anche questo forse studiato per accentuare la sua emotività, mi ricorda un arrivederci di una nave che parte da un porto, un treno che lascia la stazione, i fazzoletti che sventolano. Ripete ancora che era passato troppo tempo dall’ultima volta, che aspettava così tanto questa tappa. Sembra avere gli occhi lucidi. Poi si sistema sulla piattaforma che la fa scomparire sotto il palco, e su uno schermo nero iniziano a colare i titoli di coda del tour. Mi chiedo come è andata, come mi sento. Mi rispondo: «Flattered».

Nell’immagine in testata, Rihanna alla presentazione di Anti (Christopher Polk/Getty Images); nel testo, sul palco in occasione del Cbs Radio Third Annual “We Can Survive” 2015 (Christopher Polk/Getty Images) e il Met Gala del 2015 (Neilson Barnard/Getty Images)
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