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Bene comune e luoghi comuni

Negli ultimi tempi un'espressione si è fatta strada nel vocabolario della politica italiana: «Bene comune». Un pamphlet indaga i limiti della retorica che ne ha fatto una parola d'ordine.

Prima i fatti, come si dice. Il 18 marzo l’European Cultural Foundation di Amsterdam ha consegnato il Premio principessa Margriet – un riconoscimento annuale che l’organizzazione dà a un attore culturale europeo distintosi per innovazione – al Teatro Valle Occupato. Il Teatro Valle è il più antico di Roma ancora in attività, trovandosi nell’omonima via romana dal 1727. Dal 14 giugno del 2011 il suo spazio è formalmente occupato da un collettivo di lavoratori del mondo dello spettacolo, che oltre a gestirlo cura una programmazione di eventi e workshop e presto si riunirà sotto le insegne di una fondazione denominata “Teatro Valle Bene Comune”.

Valutare un’esperienza sfaccettata con approccio deterministico – senza peraltro inserirla nel contesto di una riflessione realista sul rapporto cultura-mercato e sui pregi e i difetti del modello che essa propone – sarebbe sbagliato a priori. Esiste però un trait d’union che fa della storia del Valle il tassello di un discorso più ampio, per chi lo vuole vedere. E risiede proprio in quelle due parole, «bene comune». Nell’istituire ciò che definiscono «uno spazio pubblico di parola», gli occupanti del Valle le hanno rese una monade che ricorre spesso nei loro interventi: in occasione della cerimonia di Bruxelles una di loro, l’attrice Laura Verga, ha parlato di «passaggio da un’occupazione al senso proprio di un bene comune». La stessa presenza della dicitura nel nome della fondazione è chiara in questo senso, come d’altronde lo è la presentazione del sito Internet del collettivo: «Beni comuni come azione di democrazia diretta e radicale».

Al di là di statuti e dichiarazioni, tuttavia, la dizione «bene comune» non è affatto limitata al palcoscenico del teatro più antico di Roma. Se un ipotetico extraterrestre decidesse di far atterrare la sua astronave in Italia, oggi, ci metterebbe poco tempo ad accorgersi che in questi anni il binomio si è sedimentato in un certo mainstream linguistico, diventando una delle espressioni più inflazionate del dibattito pubblico del nostro Paese. Una prima prova, ancorché grossolana, viene da una rapida ricerca dei titoli di libri usciti negli ultimi mesi. Si trovano, nell’ordine, La conoscenza come bene comune, Giustizia. Il nostro bene comune, Il bene comune della Terra, Clima bene comune, Istruzione bene comune, Acqua. Bene comune dell’umanità, L’informazione è un bene comune, La libertà bene comune e Il territorio bene comune.

Cosa sono, dunque – potrebbe lecitamente chiedersi il suddetto alieno – questi beni comuni? A che dimensione pertengono? E perché di punto in bianco sono diventati la prima preoccupazione di molti, politici e non? Questo articolo vorrebbe provare ad abbozzare una risposta a queste domande, laddove possibile, servendosi del parere informato di chi ha scavato sotto sofismi e proclami per cercare una definizione univoca, strutturata e coerente di questa corrente di pensiero.

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In principio fu l’acqua pubblica. A metà del 2011, l’anno dell’occupazione del Valle, gli italiani vennero chiamati alle urne per quattro quesiti referendari. Di essi, due erano il risultato della fervente attività di una rete civica diventata movimento promotore del referendum, il Forum italiano dei movimenti per l’acqua. Col suo slogan «acqua bene comune», il Forum proponeva di abrogare una norma contenuta in un decreto varato dal governo Berlusconi nel 2009 che entro la fine dell’anno avrebbe, in buona sostanza, prescritto agli enti locali di affidare il 40% delle municipalizzate ad aziende private. La legge che il movimento intendeva cancellare prevedeva inoltre che le gare per la concessione della gestione del servizio idrico venissero aperte a soggetti di tipo pubblico, privato e misto.

Il messaggio che trapelò dalla propaganda era che in gioco ci fosse la connotazione di “bene pubblico” dell’acqua

La battaglia per l’«acqua pubblica» prese gradualmente piede, ottenendo la benedizione trasversale di partiti come Pd, Sel e Italia dei Valori e giuristi come Ugo Mattei e Stefano Rodotà (peraltro in prima linea con la teoria benecomunista anche nell’epopea del Valle). Sotto la parola d’ordine di «acqua bene comune», il messaggio che trapelò dalla propaganda dei mesi precedenti il voto (lo ricordo bene, dato che il 12 giugno andai alle urne e votai sì, abroghiamo la legge ingiusta di Berlusconi) era che in gioco ci fosse la connotazione di “bene pubblico” dell’acqua, che da lì a pochi mesi sarebbe potuta diventare un oggetto su cui speculatori spietati avrebbero avuto mano libera di arricchirsi, concedendolo e negandolo a loro esclusivo piacimento.

Le cose non stavano propriamente così, come ho appreso in seguito, e la narrazione dell’«acqua bene comune» conteneva in sé diverse falle e contraddizioni. Come Francesco Costa ha ricordato su IL nell’aprile scorso, l’acqua sarebbe rimasta un bene pubblico a prescindere dall’esito del referendum; la legge contestata si limitava a parlare di privatizzazione parziale o totale del servizio locale che gestisce la rete e la distribuzione. Il secondo quesito, infine, promuoveva l’abrogazione di un comma che fissava un 7% di margine sul capitale investito appannaggio del gestore (una legge curiosamente introdotta da Antonio Di Pietro, allora ministro, nel 1996, più di un decennio prima di diventare uno dei maggiori sostenitori del referendum). I “sì” vinsero con percentuali bulgare, ma la situazione non migliorò né sul piano del calcolo delle tariffe – generando un imbarazzante impasse burocratico superato solo di recente – che, soprattutto, su quello della qualità del servizio. Secondo un report della Ong Cittadinanzattiva datato agosto scorso, la rete di distribuzione nazionale perde per strada un terzo dell’acqua che trasporta, con incredibili picchi del 70% nel sud Italia, dove i costi delle bollette hanno subito rincari anche del 200%. L’anno scorso, ricorda sempre Costa, il responsabile dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas ha dichiarato che ci vorrebbero 65 miliardi di euro nelle prossime tre decadi per rimettere in piedi il sistema, anche se è difficile immaginare un intervento così massiccio delle casse statali in un periodo di rigore di bilancio come l’attuale. L’acqua, forse per eterogenesi dei fini, oggi è un bene sempre meno comune. In compenso, però, il nome scelto dalla coalizione di centrosinistra per le elezioni politiche di febbraio 2013 aveva qualcosa di già sentito: «Italia. Bene comune».

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«Il bene comune, ammesso che esista, ciascuno lo vede a modo suo…». A scriverlo non è uno speculatore scontento per gli esiti del referendum del 2011 o un editorialista di un quotidiano conservatore, ma Ermanno Vitale – filosofo politico e ultimo allievo di Norberto Bobbio – nel suo pamphlet Contro i beni comuni, uscito per Laterza nell’aprile scorso. Nel suo scritto, Vitale critica da sinistra la vaghezza delle parole d’ordine dei teorici del benecomunismo, compendiate dall’opera di riferimento di Ugo Mattei, Beni comuni. Un manifesto (Laterza, 2011), e prova a squarciare, in un testo ricco di riferimenti filosofici, il velo di Maya della retorica che più di ogni altra ha colonizzato la dialettica politica degli ultimi anni.

«Sotto l’aspetto di una proposta rivoluzionaria si nasconde una visione del mondo premoderna, una regressione romantica al medioevo, visto letteralmente come luogo di una vita comunitaria felice. Per contro, l’Illuminismo, come negli autori reazionari dalla metà del Settecento, è visto come la matrice ideologica del mero individualismo possessivo», nota Vitale nella prefazione del suo libro. La stessa nozione giuridica di beni comuni, obietta, «è un vero e proprio caso paradigmatico di “notte in cui tutte le vacche sono nere”. Nella prospettiva olistica, vale a dire comunitaria (ma di quale comunità, verrebbe da chiedersi?), tutto è “bene comune”, perché ciò che lo definisce non è un ambito di enti, ma una prospettiva totalizzante».

«Sotto l’aspetto di una proposta rivoluzionaria si nasconde una visione del mondo premoderna». (Ermanno Vitale).

 

A lasciare perplesso Vitale «non è la radicalità della proposta, è la sua disorganicità, la sua contraddittorietà, la sua superficialità»; la letteratura d’area «non fa nemmeno il tentativo di rispondere alle domande scomode del realismo politico, preferendo lanciare strali contro il turbocapitalismo e rifugiarsi nella retorica latinoamericaneggiante che esalta il subcomandante Marcos o Evo Morales; o, qui da noi, preferendo illudersi che i modelli di gestione partecipativa di un teatro occupato possano senza troppi inconvenienti divenire modelli decisionali su più vasta scala».

Il pamphlet continua il suo lavoro di critica lucida e rigorosa chiarendo le incongruenze dei riferimenti teorici di Mattei e sodali: Elinor Ostrom, statunitense autrice di Governing the commons e premio Nobel per l’economia nel 2009, è una di questi. Ostrom viene presa a modello dal benecomunismo in una sorta di contrapposizione ricorrente con Garrett Hardin, biologo americano che nel ’68 firmò il saggio The tragedy of the commons. In realtà, analizza Vitale, al di là dei titoli entrambe le dissertazioni sono inquadrate dal filone dei beni comuni con un certo pressapochismo: se Ostrom (che nella sua opera citava Hobbes, Hume e Tocqueville come sue influenze) nell’ammettere la possibilità di forme di gestione partecipata ha cura di precisare che si riferisce a esempi su scala ridotta, il problema che pone Hardin, in realtà, ha a che vedere con la sovrappopolazione ed è più vicino di quanto sembri ai punti cari a coloro che l’hanno elevato ad antagonista.

Vitale dedica poi una sezione alla parola d’ordine delle enclosures, le recinzioni delle terre comuni iniziate in Inghilterra nel XIV secolo e rapidamente diffusesi in tutto il territorio europeo. Nel manifesto benecomunista il periodo precedente questo processo storico è raffigurato come una specie di età d’oro della vita comunitaria, dovuta soprattutto alla gestione congiunta dei terreni da parte dei contadini. Eppure, come scrive Cristiano Ristuccia in un saggio introduttivo all’opera della Olstrom, «il bene comune in molti casi non era poi tanto comune, in quanto i diritti consuetudinari di sfruttamento del bene (specialmente quelli più importanti dal punto di vista economico) costituivano appannaggio di una ristretta cerchia di privilegiati». Lo stesso Marx, tra le altre cose, nel Manifesto del Partito Comunista riconosce alla borghesia il merito di aver «distrutto le condizioni di vita feudali».
 

Soprattutto, non è chiaro cosa siano i «beni comuni», conclude senza mezzi termini l’autore del pamphlet. Perlomeno Mattei non lo esplicita, così come non entra nei meriti specifici dell’a chi debbano essere «comuni» (una collettività locale limitata, come sostiene Olstrom? Una nazione? Un organismo sovranazionale?) e in che modo vadano governati. Nel manifesto dei beni comuni del giurista torinese dominano invece artifici retorici che non prendono di petto le questioni del vagheggiato superamento della dicotomia pubblico/privato e dello Stato stesso; tra gli altri, c’è la metafora delle api: «L’alveare non si riduce alla somma algebrica delle api, ma comprende anche le relazioni fra le diverse componenti (operaie, guardiane, regina ecc.), quelle fra il gruppo e i suoi beni (nido) e prodotti (miele)». I rischi di questa visione olistica e gerarchica della comunità, però – oltre a stonare con gli stilemi dei portavoce del bene di tutti – ce li racconta Vincenzo Latronico in La mentalità dell’alveare (Bompiani, 2013). Com’è noto, il riferimento non esplicitato del suo libro – magari soltanto per una strana coincidenza – è un movimento di «cittadini» che si proclama campione di questa narrativa di comunità idilliache e avversari della logica del profitto.

Nell’immagine: una bandiera col simbolo del comitato promotore del referendum del 12 e 13 giugno 2011.
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