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Un’ora con Renzo Piano

Abbiamo visitato la sede di G124, il gruppo di lavoro sulle periferie del senatore a vita, che le vuole rilanciare costruendo «edifici capaci di volare».

Tutto suggerisce rigore. Sin dalle austere linee geometriche che stagliano il profilo architettonico di Palazzo Giustiniani. Lì c’è il famoso G124: G sta per Giustiniani, primo piano, stanza 24. Acronimi da architetti! Soprattutto, vi dimora lo studio di Renzo Piano, architetto per antonomasia, ma qui anche senatore a vita. Palazzo Giustiniani è difatti la sede di rappresentanza del Senato: c’è l’appartamento del presidente, varie sale affrescate e bellissime, gli uffici dei presidenti emeriti e le stanze dei senatori a vita. Più che un palazzo, uno stato d’animo. Sigillato dal tocco del Borromini, che a metà del Seicento decise di apporvi uno sberleffo irriverente con quel portone d’ingresso decentrato, sfregio all’ottusa aspirazione della perfezione. Per salire nella stanza del senatore il protocollo è severo. Senatoriale, appunto. Solerti commessi (una mitragliata) verificano che sotto l’impermeabile vi siano giacca e cravatta. Sono le vesti dell’istituzione. Poi i controlli di routine: documenti, verifica del nome nella lista, scanner a raggi x per borse e vari metal detector che, forse, nemmeno funzionano. Alla fine, dentro, è una meraviglia. Si respira il genius loci che tanto piace agli architetti.

Salendo le ampie scale mi viene da pensare appunto allo “spirito” di questo luogo e mi scappa un sorriso pensando a un vecchio e dimenticato racconto dello scrittore Paolo Volponi. Che con Piano, penso (ma anche con altri intellettuali che si sono seduti, per caso o meno, sugli scranni di Palazzo Madama, come Leonardo Sciascia), ha in comune una domanda che si poneva spesso: «Ma che ci faccio io qui?». Ecco, Volponi diceva che l’esperienza in Senato gli era servita per allenare l’immaginazione e comporre qualche racconto come “Il senatore segreto”: qui immaginava un’entità immortale che, dalla monarchia a oggi, aveva regolato i meccanismi istituzionali; e descriveva fastose stanze che celavano però umidi fetori, animaleschi, sottoscala repellenti dove stagnava l’aria col cattivo spirito di ogni sopraffattore che aveva messo piede lì. «Chissà quanti malvagi senatori hanno condotto giù per questi scalini i loro cattivi pensieri e le loro scorregge infettive». Ma al di là del sorriso che mi strappa il ricordo del racconto di Volponi, di fetore non v’è traccia. E arrivato al primo piano mi trovo davanti alla porta del G124.

Incontro G124 presso Palazzo Giustiniani, Senato della Repubblica

Non so bene cosa aspettarmi. Appena entro vengo travolto da una miriade di colori: un grande tavolo circolare, pieno zeppo di fogli, progetti, disegni, rendering. Pure le pareti, alte, altissime: un caleidoscopio di foto e fogli appesi, grandi e piccoli, coloratissimi. Lo studio è pieno di persone. Scopro che i più giovani sono gli architetti del G124. Se Volponi rispondeva che faceva il senatore per scrivere – anche se non era vero – Renzo Piano ha trovato risposta alla domanda «che ci faccio qui?» con qualcosa di pratico, concreto, come ben gli si addice. Devolve tutti gli emolumenti da senatore a questi giovani architetti che si occupano di periferie. I quali, neanche a dirlo, sono entusiasti di lavorare con l’architetto. Lo studio non rispecchia in nulla il contesto che lo contiene. Assomiglia più a un laboratorio. Dove non si incontrano soltanto giovani: ci sono alcuni fra i migliori architetti italiani a far da tutor per i progetti; giornalisti da tutto il mondo (oggi ce ne sono due, un americano del New York Times e uno spagnolo della Vanguardia) che si aggirano incuriositi con lo sguardo stupefatto (come credo sia anche il mio); amici di Piano venuti a vedere cosa si sta combinando qui dentro. E capita così di incontrare miti viventi come sir Richard Rogers, che con Piano ha realizzato il Centre Pompidou di Parigi (ma anche il Millennium Dome di Londra, l’Aeroporto Barajas di Madrid e molti altri edifici divenuti ormai icone).

Renzo Piano sembra sbrigativo, pure un po’ burbero. Parla, spiega, si alza e mostra disegni e progetti. Poi iniziano a parlare i giovani architetti del G124 e capisci che in realtà Piano è molto più generoso di quel che sembra. Ascolta in religioso silenzio, gli occhi non si staccano mai dai “suoi” giovani e, quando questi hanno finito, discute con loro con una gentilezza e una disposizione che non ti aspetti. E allora pensi che, in fondo, è genovese: e capisci tutto.

 Siete impegnati nella riqualificazione urbana delle periferie iniziata con il quartiere Giambellino di Milano, e a cui seguiranno Roma, Catania e Torino… che tipo di lavoro fate?

Il G124 non fa progetti, piuttosto pensiamo a piantare semi, idee che possano germogliare nelle periferie e indicare la via per rivitalizzarle. Creare luoghi pubblici, una piazza dove c’erano le auto, un parco verde, trasformare i cortili in luoghi dove incontrarsi e conoscersi. Oppure abbattere muri che dividono, che non permettono l’integrazione. Sono soddisfatto di tutto quello che abbiamo fatto, soprattutto quello che hanno fatto i giovani architetti, per le periferie. Ora è un tema di cui le amministrazioni pubbliche si occupano. Direi che il nostro compito è quello di risvegliare le coscienze».

 

 Ascoltandola parlare con i ragazzi si rimane affascinati dal linguaggio: al posto di tecnicismi riecheggiano parole come “rammendo”, “scintille”, “fabbriche dei desideri”…

Sono termini che tutti possono capire. Il rammendo delle periferie nasce dalle persone che ci abitano, dai loro desideri, sono loro le scintille che possono innescare un ciclo virtuoso. Si può fare. Basta mettersi in testa di valorizzare quello che già c’è di buono, sia dal punto di vista architettonico che umano. C’è una sorta d’orgoglio di chi vive in periferia, un orgoglio che può fare grandi cose».

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 Lo spazio viene sempre pensato in relazione al suo contesto, per usare una nozione cara a Giancarlo de Carlo. Come se le interessassero molto di più le persone, i loro desideri e i loro bisogni, la loro “relazione” con gli spazi che progettate. È questa la chiave per una riqualificazione delle periferie, ovvero indirizzarsi alla comunità umana che le abita?

Quella di de Carlo è una grande lezione e un grande tema urbano. Le comunità hanno bisogno di luoghi pubblici che fecondino i quartieri più distanti dal centro. In giro per il mondo ho lavorato e lavoro tuttora in luoghi che sono sempre stati percepiti come periferie prima che trovassero nuova vitalità. Cosa può favorirla? Il fatto di intervenire attraverso edifici pubblici. I luoghi pubblici portano urbanità. E possono essere ospedali, tribunali, università, scuole, parchi, auditorium.

 

 Lei usa spesso un’altra nozione, quella di bellezza, che però sembra esser distante dal canone tradizionale, e in qualche modo sembrerebbe indicarci che vi può esser bellezza anche là dove piani regolatori sbagliati e urbanizzazione indistinta hanno generato margini e spazi periferici, talvolta a rischio ghettizzazione.

Le periferie sono ricchissime di una bellezza umana, lo abbiamo detto, e spesso anche di una bellezza fisica, che è nascosta, che emerge qua e là. Certo non è una bellezza da cartolina come quella dei centri storici, ma c’è. Come scrive Italo Calvino nelle Città invisibili, anche le più drammatiche e le più infelici tra le città hanno sempre qualcosa di buono. Questo approccio alla periferia è come andare a caccia di perle, di scintille da alimentare.

Milano, Giambellino 2015. Da sx: Marco Ermentini, Maurizio Milan, Renzo Piano

 Il metodo del G124 è quello che prende le mosse da una progettazione partecipata: qual è la risposta dei cittadini chiamati a esprimersi?

La gente bisogna soprattutto ascoltarla, perché ogni abitante della periferia ha qualcosa da dire. Per questo ripeto sempre che bisogna essere architetto condotto. Come accade per il medico condotto, ti insegna una cosa importantissima: l’arte di ascoltare la gente e di trovare l’ispirazione. Già nel 1978 a Otranto con l’Unesco avevo sperimentato il laboratorio di quartiere. Insieme agli abitanti si decideva l’intervento, si sceglievano e mettevano a punto gli strumenti e si apriva il cantiere senza bisogno d’allontanare la gente dalle case. Gianni Vattimo definì quest’esperienza «cantiere debole», cioè un cantiere dal tocco leggero e non invasivo.

 

 Lei ha detto una volta che affinché si possano recuperare e rammendare le periferie è necessario «edifici capaci di volare». Cosa intendeva?

Significa che un edificio secondo me non deve occupare lo spazio su cui sorge, ma restituirlo alla città che glielo ha dato. Voglio dire che gli edifici devono fondersi con la città. Hanno una funzione da svolgere, naturalmente, ma devono anche essere permeabili aperti alla comunità in cui sorgono.

È difficile restituire la luce che Renzo Piano ha negli occhi mentre parla. Ascoltandolo capisci che quest’uomo alto, elegante nel portamento e nei modi, ha per quello che dice la stessa entusiasta passione di un bambino. E a sentirlo parlare di rammendo, di scintille, di fabbriche dei desideri, pensi che ti stia raccontando un’utopia. Poi si volta, stacca dalla parete alcuni progetti e alcune foto e ti mostra cosa hanno fatto negli ultimi anni in alcune periferie italiane. E allora capisci che quell’entusiasmo di bimbo che ha negli occhi è ciò che permette all’utopia di concretizzarsi. Ecco, vado via da Palazzo Giustiniani con un’idea precisa in testa, ovvero che se dovessi definire Renzo Piano, proprio a volergli fare il torto di racchiuderlo in una definizione, allora sceglierei quella di “utopista concreto”.

Articolo tratto dal numero 29 di Studio
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