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Renzi e quel rapporto fra sinistra e magistrati che ha cambiato verso

Analisi del rapporto fra magistratura e governo Leopolda: cosa pensa il premier dei giudici e del loro ruolo. Il ritorno del primato della politica e il bisogno di liberarsi dall'abbraccio forzato coi custodi della morale.

Domenica sera a “Che Tempo Che Fa”, da Fabio Fazio, Matteo Renzi è stato molto diplomatico quando il conduttore gli ha chiesto un parere rispetto all’avviso di garanzia arrivato a Tiziano Renzi, padre del presidente del Consiglio. Renzi ha detto che il suo babbo gli ha insegnato il rispetto per le istituzioni, che chi pensa che il presidente del Consiglio nomini l’espressione “giustizia ad orologeria” ha sbagliato persona, che è sicuro che i suoi figli (i figli di Matteo Renzi) hanno un nonno per bene (Tiziano), e così via. Più che il giudizio sull’indagine scattata sul papà del presidente del Consiglio, sulla cui tempistica è lecito farsi comunque alcune domande, bisogna dire che il capitolo sui rapporti con la magistratura presenta diversi passaggi in cui si capisce in modo piuttosto chiaro quale sia il giudizio che ha il Rottamatore sull’attivismo di alcuni pm.

Il ragionamento è delicato e riguarda una casistica che va dall’articolo 18 fino al nuovo Csm. Sull’articolo 18 – dettaglio importante – Renzi crede sia importante abolirlo o quantomeno riformarlo in modo definitivo in quanto sostiene sia una follia dare ai giudici il potere di mettere bocca su una scelta, anche dura come quella del licenziamento, fatta da un imprenditore. «Un imprenditore» – ha detto Renzi da Fazio – «deve essere libero di poter licenziare». Togliere potere ai giudici, o quantomeno ridimensionare la tendenza che ha una parte della magistratura nell’andare a giocare un ruolo da eterno supplente della politica e anche dell’imprenditoria, è una traccia continua nel percorso del renzismo. Si potrebbe citare il caso di Giovanni Legnini, attuale sottosegretario all’economia del governo Renzi, avvocato, che il segretario del Pd ha fatto eleggere nel nuovo Csm e sul quale ha scommesso come prossimo vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura (primo caso di un membro del governo candidato a essere il capo dell’organo di autogoverno dei magistrati, e il messaggio è piuttosto chiaro).

Si potrebbe citare la battaglia contro i magistrati sul capitolo delle ferie (anche se sul tema sarebbe bene non esagerare, perché i problemi della giustizia non sono certo, solo, le ferie dei magistrati). O ancora, si potrebbe dar conto della storia dei consiglieri di stato fatti fuori da molti vertici delle burocrazie ministeriali (e sostituiti in gran parte con funzionari di partito o funzionari delle camere, più pronti a eseguire gli input dei ministri e di Palazzo Chigi e meno portati a trasformarsi in un contro potere della politica). Si potrebbe anche ricordare la promessa (vedremo se diventerà realtà) di inserire nella prossima riforma della giustizia una forma più severa di responsabilità civile del magistrato (il magistrato che sbaglia è come il medico che sbaglia, è la tesi di Renzi). Si potrebbe anche ricordare la difesa a oltranza di alcuni indagati di lusso come il capo dell’Eni, Claudio Descalzi, l’ex governatore dell’Emilia Romagna, Vasco Errani, l’attuale candidato alla presidenza dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini (anche se la sua indagine ora è stata archiviata), e la presenza di numerosi indagati nella compagine governativa (Barracciu, Del Basso, de Caro, Bubbico e De Filippo). Si potrebbe ricordare anche che è Renzi il segretario del Pd che ha scelto di candidare in Abruzzo Luciano D’Alfonso nonostante alcuni processi a carico dell’attuale governatore non si siano ancora conclusi (altri invece sì, con assoluzioni dell’ex sindaco di Pescara).  E si potrebbe ricordare, caso più recente e meno noto, che quando Renzi ha ridisegnato la sua segreteria ha scelto di affidare il ruolo di responsabile giustizia del partito non a un ex magistrato ma a un avvocato (David Ermini).

Il messaggio grosso modo è sempre lo stesso. C’è stata un’epoca in cui la politica accettava la supplenza della magistratura e utilizzava la stessa magistratura per strizzare l’occhiolino agli elettori e rifarsi una sua verginità – vedete, noi siamo amici dei magistrati, siamo dalla parte della legalità, dalla parte della morale, e chi non sta dalla parte dei magistrati, sempre e comunque, non può che stare dalla parte di ciò che è immorale, dalla parte dell’Italia ingiusta. E c’è un’epoca – quella di oggi – in cui i magistrati, o almeno una parte della magistratura, devono essere considerati per quello che sono, ovvero delle figure che si devono occupare unicamente dei reati e non devono essere utilizzati come se fossero dei custodi della morale. In tutto questo ragionamento bisogna notare che anche Renzi ha utilizzato alcune figure legate al mondo della magistratura per dare alla politica la possibilità di darsi facilmente un tocco di cipria (il caso Cantone su tutti, anche se l’attuale capo dell’anti corruzione non è certo un Ingroia o un Di Pietro, e non sembra sia intenzionato un domani a scendere in politica). E bisogna anche dire che, oltre al lato simbolico dei gesti, sarà importante capire se la rottamazione arriverà anche nella pratica quotidiana (vedremo che riforma della giustizia uscirà fuori). Ma un dato è certo: il governo Renzi è il primo governo di centrosinistra, seppur con alcune contraddizioni e alcune furbate (ricordate il caso Orsoni?), ad aver messo in moto un meccanismo utile a rubare al centrodestra l’espressione “primato della politica”. Una tragedia per gli osservatori e i politici e gli elettori cresciuti a pane, mortadella e manette. Una goduria per chi ha sempre considerato una follia che il garantismo fosse un concetto regalato alla destra. E chissà se quella magistratura sfidata da Renzi riuscirà a resistere alla tentazione di sfidare a modo suo il governo Leopolda.

 

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