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Renzi e il derby sulla giustizia

È tornato il derby dei tribunali e dei processi. Non se ne sentiva la mancanza. Il buon senso da applausi del Sindaco di Firenze.

Nelle ultime settimane, ve ne sarete accorti, è tornato in auge negli speciali di prima serata, davanti ai tribunali, nelle piazze, negli appelli degli intellettuali, sulle pagine dei principali quotidiani, l’infinito derby ventennale della giustizia incentrato sulla figura di Silvio Berlusconi. Una roba sfiancante, logora, inutile, che immobilizza il paese e di cui speravamo di esserci liberati. E invece nulla. Sono pochi i leader politici che si sono espressi sul tema cercando di andare oltre lo schieramento con l’una o con l’altra curva.
Uno di questi è Matteo Renzi nel suo libro che esce oggi martedì 21 maggio – stesso giorno in cui a pg 4 di Repubblica l’ex giudice Casson ci rispiega che Berlusconi, dopo aver vinto svariate elezioni, è ineleggibile since 1957, e Il Giornale a pagina 7 ci rivela il gran patto per far fuori il Cav.
Renzi dice poche cose sulla questione: semplici, pure banali nella loro forza se volete, ma di assoluto buon senso (dove tra l’altro dimostra quanto lui sarebbe di sinistra eccome, se soltanto la sinistra non si fosse trasformata definitivamente in un circolo di Libertà e Giustizia). È la situazione surreale in cui ci siamo cacciati che le fa sembrare, oltre che ovviamente condivisibili, gigantesche. Rifletterci please.
Eccole:

Gli italiani non ne possono più. Non sopportano che ogni questione giudiziaria diventi un derby. Non sopportano l’uso della legislazione personale per affrontare i guai processuali di qualcuno e non sopportano gli atteggiamenti barricaderi di una minoranza della magistratura, che finisce con il gettare discredito sulla stragrande maggioranza dei giudici che fa bene il proprio dovere, ma viene in qualche misura coinvolta dall’accusa di una magistratura politicizzata. Il recente e clamoroso flop di Antonio Ingroia alle politiche del 2013 dovrebbe far riflettere.
In un paese normale la giustizia non è il terreno dello scontro, ma il luogo dell’unità. Penso semplicemente alla mia generazione. Diventiamo adulti, all’improvviso, quando sull’autostrada che collega Palermo al suo aeroporto il tritolo spezza la vita di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca, dei ragazzi della loro scorta. Viviamo questi mesi col groppo in gola: riusciranno le istituzioni a vincere la sfida lanciata dalla mafia? Sono giorni, settimane, mesi in cui si combatte una guerra che si può annusare ma non vedere. Ci siamo sentiti accompagnati dal sorriso di Paolo Borsellino: lo ricordo nel mese di giugno 1992 partecipare a una fiaccolata in memoria di Falcone. E ricordo il senso di spaesamento terribile quando arriva la notizia della strage di Via D’Amelio. Il giudice ucciso, i ragazzi della scorta che saltano in aria con lui, le giovani vedove, i piccoli orfani. Ricordo, fiorentino appena diciottenne, all’ultimo anno di liceo, la strage di Via Georgofili: la mafia che colpisce Firenze, che uccide tra l’altro le sorelle Nencioni, otto anni in due.
E ricordo i martiri per la giustizia che anche successivamente pagano con il sangue il loro coraggio e il loro attaccamento alla verità [….]
Se noi pronunciamo la parola giustizia, pensiamo subito a divisioni politiche, di corrente, di sensibilità. Ma in un Paese che funziona la giustizia è la casa di tutti. È il terreno di una sensibilità comune, di un idem sentire che non dovrebbe diventare mai elemento di frizione.
Forse sono un inguaribile ottimista, ma penso che per l’Italia è l’ora di finirla con una guerra civile permanente e iniziare ad affermare alcune piccole ovvietà. Nella patria dei diritti e delle guarentigie è inaccettabile l’utilizzo che talvolta viene fatto della carcerazione preventiva. Non c’è un magistrato serio che non ti dica che ti questo strumento si è anche abusato. Vorrei essere chiaro: si tratta di uno strumento fondamentale e insostituibile. Pensate a reati come l’omicidio, o lo stupro o molti altri. Ma in generale, un Paese civile fa le indagini, fa i processi, condanna. E se condanna, mette in carcere. Non è possibile che alcuni magistrati – fortunatamente pochi – abbiano rovesciato il ragionamento, mettendo in carcere per ottenere le confessioni finalizzate a sostituire le indagini e fare i processi. Gli ultimi vent’anni sono sfortunatamente ricchi di esempi di questo genere. Siamo o non siamo il Paese di Cesare Beccaria? E allora ritorniamo a noi.
E impossibile e inaccettabile che mentre la politica parla del processo breve per evitare o consentire la prescrizione in un processo eccellente, il sistema del processo civile – in molti casi ancora troppo basato sui timbri e i formalismi – presenti una tempistica da suonare allucinante. Ci si potrebbe ridere sopra se non pensassimo che questa assurdità produce un danno economico al sistema paese in termini di mancata attrazione degli investimenti stranieri, che è difficilmente calcolabile.
La politica non l’ha fatto, non l’ha capito. Ha usato i singoli processi, le singole indagini, i singoli eventi. Lo si è fatto dall’una e dall’altra parte: sarebbe vile non riconoscerlo, sarebbe ideologico negarlo.

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