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Il populismo e l’abrogazione della realtà

Non solo Brexit: cosa ci dicono alcuni referendum di noi e di quelle forze politiche che giocano con le nostre paure.

La stagione politica 2016 procede a colpi di referendum, che come dei terremoti ribaltano paesaggi conosciuti. La Brexit, con la vittoria improvvisa del Leave contro il Remain, il sorprendente “no” dei colombiani all’intesa di pace con le Farc – qualcosa che apparentemente sembrava scontato – e il voto degli ungheresi contro le quote dei migranti, fallito per mancanza di quorum, sono solo gli ultimi e più clamorosi esempi di questa attività sismica. Le notti in cui si resta con il fiato sospeso diventano sempre più frequenti: la secessione della Scozia, quella della Catalunya, il “no” dei greci all’austerità, il quasi ignorato in Occidente “sì” dei tailandesi a una Costituzione che concede più poteri alla giunta militare e il “referendum” della Crimea per farsi annettere dalla Russia, fino alle più locali trivelle italiane e l’appuntamento del 4 dicembre per la riforma del Senato, il referendum sta diventando una febbre globale.

Ogni voto produce una valanga di imitatori, e quasi tutte le forze  politiche che stanno emergendo da quella terra incognita che per convenzione continuiamo a chiamare “populismo” promettono di chiamare i cittadini alle urne appena prenderanno il potere. Marine Le Pen pianifica un bis della Brexit, Alternative für Deutschland, il partito prodigio delle ultime elezioni nei Land tedeschi, non vuole mettere in discussione l’Ue ma l’euro sì, il Movimento 5 stelle tiene referendum in Rete e promette di estendere la prassi una volta al governo, interrogando i cittadini sulla moneta unica (ma intanto la promessa di Virginia Raggi di interpellare i romani sulle Olimpiadi è stata accantonata).

Referendum Ungheria

Lo shock del voto britannico, il suo esito a sorpresa, ha fatto diventare i referendum il tormentone dell’anno, con governi e politici di tutto il mondo che stanno cercando di addomesticare questa nuova bestia, che ha già disarcionato chi, come David Cameron, ha cercato di cavalcarla. I referendum degli ultimi anni hanno solo un tratto in comune: sono imprevedibili. L’esito della consultazione sulla secessione della Scozia appariva quasi deciso a favore dell’addio a Londra, mentre la Brexit sembrava altrettanto scontata per quanto riguarda il Remain. In alcuni voti sembra che gli elettori avessero deciso di darsi la zappa sui piedi, come nel caso dell’accordo con le Farc o l’auto-limitazione dei diritti votata dai tailandesi. La volontà popolare divampa e la moda contagia perfino Paesi che non avevano mai sperimentato questa forma di consultazione, come gli anglosassoni.

Nella ingegneria delle democrazie, dove il popolo sovrano esercita il diritto di voto delegando ai parlamentari eletti le decisioni da prendere, il referendum è l’ultimo strumento da tirare fuori, l’extrema ratio per argomenti cruciali, o talmente polarizzanti per ragioni culturali e morali, che la legittimità del governo rischia di uscirne a pezzi senza l’avallo del popolo, che si presume abbia sempre ragione. In qualche modo è un tentativo di far digerire ai perdenti la sconfitta perché subita non all’interno dei palazzi di potere, ma in una competizione alla luce del sole.

L’ordinaria amministrazione della politica non è più in grado di maneggiare la situazione

Il proliferare dei referendum fa sospettare che sia in corso qualcosa di geologico, con l’ordinaria amministrazione della politica non più in grado di maneggiare la situazione, e le consultazioni mettono in discussione certezze inamovibili, come monete e confini, in una sorta di rivolta contro l’ordine costituito. La spinta per il voto viene spesso dalle forze populiste, dal non detto politico, da quello scontento che sembrava relegato al mugugno nei bar e sui social, la famosa “pancia”, che oggi si sente ancora meno rappresentata da governi e parlamenti; non è il caso del voto italiano di dicembre, del resto non tutti i referendum nascono da questo genere di pulsioni (in Svizzera si vota spesso, a volte con microquesiti come la raccolta dei rifiuti o la costruzione di un parcheggio, e la cosa ha un suo senso: in fondo, un cittadino si sente molto più alienato e abusato da una piazza pedonalizzata senza chiederglielo che da un oscuro trattato internazionale).

La crisi economica e la globalizzazione arrivata in casa con i migranti hanno aumentato la quota di scontenti. Quasi tutti i referendum clamorosi d’Europa (sia già avvenuti che in progetto) vengono chiesti non da chi preme per un progresso – come poteva essere stato per l’aborto e il divorzio in Italia – ma da chi sogna il ritorno al passato: senza migranti, senza euro, senza lavoratori frontalieri come nel voto svizzero. Sono referendum abrogativi della realtà.

Boris Johnson Leads 48Hour Brexit Blitz Of Campaigning

Resta da capire però se il numero degli scontenti è veramente aumentato a un livello critico, o se semplicemente hanno più possibilità di esprimersi. Perché oltre al contenuto è cambiato il mezzo, con i social network diventati un referendum perenne su qualunque argomento. I politologi della University of California Arthur Lupia e Mathew D. McCubbins hanno usato per i referendum una definizione dal gergo dei computer, “shortcut”. Il referendum, in fondo, è quanto di più vicino ci sia a un “mi piace”. È binario, si sceglie tra il “sì” e il “no”, e una terza risposta non è prevista, a differenza delle elezioni. Poi, i quesiti sono troppo complessi e si tende a sostituire lo studio dell’argomento con una narrazione emotiva e a una personalizzazione da tifoseria. Quando poi a indire i referendum è un governo, il voto diventa lo sfogatoio di tutto lo scontento diffuso: «Se chiedete al popolo se vuole darvi un pugno in faccia state certi che ve lo darà», è il riassunto della Brexit fatto da Michael Binyon, storico editorialista del Times.

Era già successo quando i francesi bocciarono la Costituzione europea, senza averla nemmeno letta, convinti dai manifesti contro gli “idraulici polacchi”. Undici anni dopo, i governi sono affetti da una crisi di legittimità che li spinge a sorpassare i populisti. Cameron ha indetto il referendum sul Brexit per far sfogare il malumore e disinnescare l’argomento una volta per tutte. In Scozia aveva funzionato, in Gran Bretagna no, con un risultato a sorpresa che però Cameron non ha avuto il coraggio di ignorare, a differenza di Alexis Tsipras che ha fatto tutto il contrario di quello che gli imponeva il “no” dei greci nel voto che lui stesso aveva indetto per rispedire a Merkel l’austerità europea. Viktor Orban è stato molto più abile, e qualunque esito del referendum sui migranti gli sarebbe andato bene: se avesse vinto, avrebbe spiegato a Bruxelles che non poteva andare contro la volontà popolare; perdendo può ora imporre i migranti ai suoi elettori, che non avevano che presentarsi alle urne.

Al fenomeno ha dedicato una preoccupata inchiesta il New York Times:«I referendum sono uno strumento pericoloso», ha detto al quotidiano Alexandra Cirrone, ricercatrice della London School of Economics. «Ma i politici continuano a usarlo perché sperano di vincere».

 

Nelle immagini: la campagna sull’uscita dalla Ue in Gran Bretagna e quella sui migranti in Ungheria (Getty)
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