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Cosa pensiamo del referendum

Gli aspetti di politica italiana e globale e quelli culturali che accompagneranno noi di Studio in cabina elettorale domenica 4 dicembre.

«Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario. Molto si potrebbe aggiungere, ma mi fermo qui, perché su quei temi specifici ho speso tutti i possibili sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità di forze politiche che pure mi hanno ora chiamato ad assumere un ulteriore carico di responsabilità per far uscire le istituzioni da uno stallo fatale. Ma ho il dovere di essere franco: se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al Paese. Non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere e progredire la democrazia e la società italiana».

Matteo Renzi, 2015? Maria Elena Boschi, 2016? No, Giorgio Napolitano, 2013, nel discorso al Parlamento del 21 aprile, quello della sua drammatica rielezione dopo lo stallo uscito dalle urne delle elezioni politiche di quell’anno. Per quel che ci riguarda, basterebbero queste parole a farci votare Sì, e in modo convinto, al referendum di domenica 4 dicembre.

Non è “la riforma di Renzi”, non l’ha scritta il governo nel segreto delle proprie stanze e imposta all’Italia. È la riforma che questo Paese aspetta da svariati decenni e che ha fatto capolino nei programmi di pressoché tutte le forze politiche dagli anni Ottanta a oggi, e che, nei due anni prima di arrivare a noi sotto forma di quesito referendario, è stata modificata centoventidue volte e votata sei volte dal Parlamento. È il motivo per cui noi pensiamo che questa sia la riforma di tutti, anche di chi la avversa e voterà per bocciarla.

Gli eventi hanno fatto sì che la logica condivisa da molti, e cioè che l’Italia avesse urgente bisogno di semplificare e migliorare il proprio sistema istituzionale, si perdesse dentro e dietro le preferenze, le idee e le simpatie politiche di ognuno (com’era probabilmente naturale che fosse, non siamo fra quelli che si stracciano le vesti per i toni del dibattito; i cambiamenti non sono mai facili, le resistenze ad essi sono dure e violente, e questo referendum, decisivo da questo punto di vista, non può essere avulso dal contesto politico). Resta il fatto che, secondo noi, quel che era ovvio in quell’aprile del 2013, e cioè che lo stallo del sistema politico a cui si era giunti non rendesse più rimandabile un cambio di assetto per superare perlomeno il bicameralismo paritario, è ovvio anche oggi.

Il nostro orientamento (ad oggi, siamo cinque per il Sì e un indeciso), è completato anche da un altro paio di aspetti: uno culturale e uno di contesto politico globale, che in qualche modo si tengono fra loro. Il Sì culturale è quello che, per restare a Giorgio Napolitano, il Presidente emerito della Repubblica in quel passaggio chiama «il dovere della proposta, la ricerca della soluzione praticabile», ed è l’esatto opposto dell’idea che, siccome il cambiamento porta sempre con sé delle incognite, allora è meglio restare dove si è e come si è. Nel nostro piccolo crediamo nelle novità, nelle cose che devono succedere, nella scommessa aperta che abbiamo fatto di muoverci in uno scenario in divenire. Non ci ha mai convinto chi, di fronte a una proposta di cambiare qualcosa che palesemente non funziona, risponde che “il problema è un altro”. Noi crediamo, invece, che il problema sia proprio che “il problema è un altro”, sempre. In politica, in ambito culturale, nella vita di tutti i giorni. Crediamo inoltre che, in quanto piccola realtà editoriale che cerca di tenere aperta una finestra sul resto del mondo, sia stato proprio questo atteggiamento benaltrista, impaurito e rinunciatario a contribuire in maniera decisiva a scavare quel gap culturale di comprensione del presente che esiste ancora oggi fra noi, le nostre ultime generazioni e quelle di altri Paesi.

E questo ci porta all’ultimo punto, quello del contesto internazionale. È l’anno della Brexit e di Trump, dei venti forti dei demagoghi di tutte le latitudini, e della loro voglia di tornare a quel piccolo mondo antico in cui si regredisce dal punto di vista della libera circolazione di persone, idee, merci, affetti. È un mondo che non ci piace, al di là delle idee politiche di ognuno (ne abbiamo di diverse qui a Studio, per fortuna), e che scommette sulla fine, una volta per tutte, del patto di fiducia fra i singoli cittadini, e fra gli stessi cittadini e le istituzioni. Dare un segnale di cambiamento, votare Sì il 4 dicembre, per noi serve anche a questo. A ribadire che, pur fra tutte le difficoltà e prendendosi ovviamente dei rischi, possiamo ancora procedere in avanti. E che tornare all’antico, o rimanere come si è, per paura o per vezzo, non è la soluzione. Non lo è mai stata, del resto.

Foto Getty Images.
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