Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Realtà parallele

Spring Breakers, The Bling Ring e This is the end: tre film in cui i divi si divertono a far scomparire il confine tra Realtà e Finzione.

A distanza relativamente breve sono usciti tre titoli diversi tra loro ma con alcuni interessanti punti in comune. I film in questione sono Spring Breakers di Harmony Korine, The Bling Ring di Sofia Coppola e per concludere This Is The End (Facciamola Finita in italiano) di Seth Rogen e Evan Goldberg. Il primo racconta di alcune “innocenti” ragazze che finiscono in torbidi giri legati alla droga. Il secondo racconta di un gruppo di adolescenti che svaligia case dicelebrities, mentre il terzo parla di una festa tra attori famosi mentre è in atto l’Apocalisse. Certo, si possono trovare delle affinità di trama tra il primo e il secondo film, ma non è quello che ci interessa maggiormente. L’elemento che unisce queste tre pellicole è il lavoro fatto sugli attori: sulla loro riconoscibilità e personalità dentro e fuori dal set. È un meccanismo che ha a che fare in primo luogo con una sfrenata autoreferenzialità, una delle caratteristiche portanti del attuale show business, e poi con quello che è il nuovo concetto di divismo. Prima di cominciare a parlare dei film però, chiariamoci su di un punto: cos’è un Divo e di cosa parliamo quando parliamo di divismo?

Recuperiamo mentalmente il libro Diario di un Genio di Salvador Dalì: «Il mio non è un raffreddore comune, ma quello di un Genio»

Un Divo è semplicemente un attore, un cantante, una personalità televisiva o un modello estremamente popolare. La gente normale, il fruitore dei “prodotti” del Divo, li venera come semidivinità e sanno tutto della loro vita. Come c’è già capitato di dire in questa rubrica, la vita reale dei Divi odierni è più tangibile, reale, vicina a noi, rispetto a quella dei Divi di un tempo. Banalmente: per sapere con che frequenza Kanye West fa l’amore con la sua compagna Kim Kardashian, basta seguirlo su Twitter. Per sapere invece se Lindsay Lohan ha sgarrato ancora una volta con l’alcool, basta aprire almeno una volta a settimana il sito di gossip Tmz (mentre scrivo queste righe, simpatica coincidenza, campeggia sul sito in questione la notizia dell’arresto della madre di Lindsay, Dina Lohan, proprio per guida in stato di ubriachezza). Basta scegliere a chi appassionarsi e poi, con poche semplici mosse, si può tranquillamente fare da spettatori della vita privata del nostro oggetto del desiderio. Questo avvicinamento tra Noi e Loro ha creato degli effetti piuttosto interessanti. Per spiegarci meglio utilizziamo un paragone azzardatissimo. Recuperiamo mentalmente il libro Diario di un Genio di Salvador Dalì: «Il mio non è un raffreddore comune, ma quello di un Genio». Il Genio, come il Divo, non è definito solo dalle mirabili imprese che compie, ma anche dagli eventi più comuni, dai suoi gesti più piccoli. Quelli che viviamo anche noi comuni mortali sulla nostra pelle giorno per giorno. A creare la differenza ci pensa lo status della persona in oggetto. Apriamo una piccola parentesi tornando all’esempio del raffreddore: non è un caso che in Antiviral, esordio cinematografico di Brandon Cronenberg, figlio di David, la gente paghi per iniettarsi nel proprio corpo le malattie dei propri idoli.

Il lato più umano, più debole, di queste persone è diventato elemento integrante nella loro definizione di Divi. Senza la sua evidente “superficialità”, Paris Hilton non sarebbe lei. Allo stesso modo Charlie Sheen perderebbe gran parte del proprio fascino se non avesse costanti problemi legati alle sue dipendenze. Ma la cosa più interessante è un’altra: queste inedite caratteristiche non si limitano ad essere quelle che definiscono il personaggio fuori dal set. Col tempo hanno penetrato quella linea di separazione che esiste tra Realtà e Finzione e sono oggi riscontrabili anche nei loro prodotti di fiction. Anche se inserito in un contesto di fantasia, quel dato attore manterrà alcune delle caratteristiche che lo rendono unico. Torniamo agli esempi: nel terribile La Maschera di Cera di Jaume Collet-Serra, ci sono continui riferimenti al famoso filmino della Hilton che è tra le protagoniste. Sheen, dopo aver sbroccato e distrutto una stanza d’albergo, s’è visto licenziare da Due Uomini e Mezzo ma ha cominciato a lavorare su Anger Managment, serie televisiva chiara sin dal titolo. Questo processo può funzionare anche in maniera inversa. In un prodotto di fiction si inserisce un attore chiamato a impersonificare qualcuno a lui totalmente antitetico. Anni fa fece scalpore la scelta di Roger Avery di chiamare James Van Der Beek per il suo bellissimo Le Regole dell’Attrazione. L’attore era da tutti identificato come il protagonista di Dawson’s Creek: un bravo ragazzo casa e chiesa, affidabile e serio. In mano a Roger Avery è diventato un drogato totalmente instabile, pronto ad andare a letto con qualsiasi cosa di semovibile. Il ribaltamento era di per sé interessante, ma si fermava al piano della Finzione. In quel caso di giocava con le aspettative del pubblico ma non con la Realtà. Anni dopo James Van Der Beek è stato scelto per fare se stesso – quindi un attore mezzo fallito, col l’immagine del bravo ragazzo cucita forzatamente addosso – nella serie Don’t Trust The Bitch In Apertment 23. Insomma, le cose si sono fatte con il tempo più interessanti.

Ma poi sono spuntati i difetti. Una volta raggiunta una certa età, dei loro autoscatti sexy sono finiti in rete. Hanno avuto storie d’amore con altri divetti che hanno testimoniato il loro passaggio all’età adulta

Spring Breakers (da noi uscito con l’aggiunta del sottotitolo Una Vacanza da Sballo) racconta di un gruppo di quattro ragazze adolescenti che, dopo aver rapinato un fast food, finiscono a godersi i loro soldi in Florida, durante lo Spring Break. Qui verranno arrestate e subito rilasciate grazie all’intervento di Alien (interpretato da un irriconoscibile James Franco, sui cui torneremo più tardi), un musicista e spacciatore che poi le prenderà sotto la propria ala protettiva. Le ragazze finiranno “grazie a lui” in una spirale inarrestabile e incontrollabile che avrà inevitabili conseguenze. Harmony Korine, regista e sceneggiatore statunitense profondamente legato al mondo del cinema indipendente, per il suo film ha puntato principalmente sul cast. In questo modo ha realizzato un prodotto che a un certo livello superficiale può essere considerato come il suo lavoro più accessibile, ma che in realtà nasconde letture ben più complesse. Per il suo gruppo di adolescenti in bikini, armate di mitragliette Uzi e con il volto coperto da un passamontagna rosa shocking con la toppa dei Miei Mini Pony, Korine ha scelto sua moglie Rachel, la bionda Ashley Benson ma soprattutto Selena Gomez e Vanessa Hudgens. La Benson, volto televisivo piuttosto rassicurante, è famosa per la sua partecipazione alla serie teen thriller/drama della Abc Pretty Little Liars. Vederla in un film del genere è piuttosto inusuale, ma nulla se paragonata alle sue due più famose colleghe. Selena Gomez e Vanessa Hudgens, classe 1992 la prima e 1988 la seconda, sono due delle più famose attrici legate alla factory di Disney Channell. Le due hanno interpretato una lunga serie di innocenti e mielosi film per ragazzini, diventando un vero e proprio modello di riferimento per le famiglie medio borghesi bianche e benestanti statunitensi. La Hudgens in modo specifico, grazie alla sua partecipazione alla serie High School Musical, è diventata una vera e propria Icona. Un traguardo a cui le ragazzine di tutto il globo aspirano. Ma poi sono spuntati i difetti. Una volta raggiunta una certa età, dei loro autoscatti sexy sono finiti in rete. Hanno avuto storie d’amore con altri divetti che hanno testimoniato il loro passaggio all’età adulta. Si sono smarcate dal loro personaggio di Principesse senza macchia proprio grazie al sesso, diventando agli occhi del pubblico benpensante dei proibiti oggetti del desiderio. Harmony Korine ha avuto l’intuizione giusta e le ha scelte proprio per questo motivo. Poi le ha inserite in un contesto che gridava “scandalo!” a gran voce, creando un corto circuito tra Realtà e Finzione che è alla base dell’interesse per il film stesso. Da una parte, ragazzine loro coetanee che si fiondano al cinema pensando di vedere High School Music goes to Florida e che si trovano invece davanti a un film totalmente fuori dalle loro aspettative. Dall’altra, i fan del regista che si scontrano con un immaginario che gioca con l’apparenza e la superficie per poi demolirla. Spring Breakers ha poi altri difetti ma rimane perfetto nella costruzione di questo suo mondo: in questo senso è interessante anche l’utilizzo della musica. Skrillex come colonna sonora per scatenate feste in spiaggia viste come rallentate da un montaggio eseguito sotto psicofarmaci. Una lentezza esteticamente opposta alla velocità impazzita con cui solitamente si realizzano video del genere e che diventa sinonimo di una folle spiritualità che le ragazze sembrano trovare in una vita fatta di sesso, stupefacenti e dub step. Selena Gomez si droga, balla in mezzo a ridde di maschioni allupati per poi parlare di eventi quasi mistici, in cui si entra in contatto con la parte migliore della propria anima. In un contesto del genere, le attrici si trasformano davanti ai nostri occhi e diventano qualcosa di diverso. Vederle in Spring Breakers forse ce le fa conoscere meglio ma al tempo stesso crea una frattura tra il loro personaggio Reale e quello appartenente alla Finzione. Come sono nella vita vera: brave ragazze in odore di santità o normali teenager instupidite dagli ormoni e dall’età. Nel dubbio Korine le ritrae mentre ubriache cantano Britney Spears fuori da uno squallido drugstore.

Vedere una nuova Diva come Emma Watson che penetra furtivamente a casa di Megan Fox e indossa le sue scarpe è ovviamente una mossa consapevole: una rimarcata similitudine tra tre differenti piani

Anche Sofia Coppola ha deciso di giocare nello stesso campionato, ma ha scelto di occuparsi dei Divi in maniera differente. The Bling Ring arriva dopo Somewhere, film che ha vinto il Leone d’Oro a Venezia nel 2010 e poi è stato odiato quasi unilateralmente dal suo pubblico. Lo spunto arriva da un reportage di Vanity Fair Usa firmato da Nancy Jo Sales e intitolato The Suspects Wore Louboutins (“I sospettati indossavano scarpe di Christian Louboutin”, tra i più famosi e cari stilisti di scarpe al mondo). La storia è quella (vera) di un gruppo di ragazzini ricchi e annoiati di Indian Hills, sobborgo fuori Los Angeles, che si sono intrufolati nella case dei più famosi Divi di Hollywood rubando loro oggetti, vestiti e soldi per un valore di quasi 3 milioni di dollari. Le vittime di questi furti sono state Paris Hilton, Lindsay Lohan, Orlando Bloom, la coppia Megan Fox e Brain Austin Green, Audrina Patridge e Rachel Bilson. I ragazzi sono stati poi arrestati ma il fatto che fossero dei ragazzi benestanti abituati a vivere fianco a fianco (o per lo meno imitando lo stile di vita) delle persone che sono poi diventate le loro vittime, ha fatto nascere l’interesse della Coppola che ha deciso di portare su grande schermo la storia. E per interpretare una delle ladre, forse la peggiore, ha chiamato Emma Watson. L’attrice come sappiamo è diventata celebre per la sua parte di Hermione in Harry Potter. Ma proprio da quando è terminata la serie di film è diventata una delle celebrities più interessanti per la stampa che adesso è libera di vederla come donna e non più come eterna bambina. Vedere una nuova Diva come Emma Watson che penetra furtivamente a casa di Megan Fox e indossa le sue scarpe è ovviamente una mossa consapevole: una rimarcata similitudine tra tre differenti piani: coloro che hanno subito realmente il furto, coloro che l’hanno realmente perpetrato e ancora tra coloro che nella pellicola inscenano questa storia. Senza contare i possibili e scontati rapporti tra spettatori e protagonisti. L’idea di giocare in questo modo con gli attori è per forza di cose stimolante, ma a mio avviso Sofia Coppola, ancora una volta, non riesce ad andare in profondità. Lo stile è il solito a cui ci ha ormai abituato: una superficie splendente carica di oggetti che riempiono il quadro ma che non significano nulla se non quello che effettivamente sono. Ma quella leggerezza, quell’impalpabilità che rendeva interessante Le Vergini Suicide, s’è fatta via via sempre più leggera ed oggi lascia spazio solo al vuoto cosmico. Ma forse la colpa è proprio del già citatoSomewhere: in quel film il discorso appena fatta era talmente evidente che riusciva a farci rileggere in negativo i precedenti film della regista. Forse dietro a Bill Murray che se ne sta seduto immobile su un letto in una vuota stanza d’albergo nell’alienante Giappone di Lost In Translation, non c’è la sofferenza di un uomo, la sua inadeguatezza, ma solo il nulla. Forse abbiamo voluto vedere di più di quello che c’era e siamo rimasti fregati. I protagonisti di The Bling Ring sono ritratti, non senza una buona dose di moralismo, come dei bei ragazzi che si muovono al rallentì, che passano la vita senza parlare tra di loro, ma facendosi gli autoscatti con i loro smart phone in discoteca. La loro massima soddisfazione è poi postare le loro fotografie su facebook per sembrare sempre più simili ai loro idoli. Il dubbio che non fosse necessario un film di 90 minuti per dire che i ragazzini di oggi sono frivoli è più che lecito. L’idea del furto come appropriazione di una parte intima del proprio idolo, l’entrare nelle loro case, buttarsi sui loro letti per controllare svogliatamente twitter è uno spunto che rimane o troppo in superficie o viene esposto in modo fin troppo didascalico. La sequenza chiave del film è un insistito rallentì sulla bella Katie Chang che, seduta davanti a uno specchio nella casa della sua icona preferita, Lindsay Lohan, si mette una goccia del suo profumo. Qui la Coppola sembra centrare il punto della questione ma ci arriva quasi a film terminato e nel più semplice dei modi possibili. The Bling Ring rischia di essere una prova sprecata o la conferma di un abbaglio momentaneo.

This Is The End non è solo una delle commedia più riuscite degli ultimi anni ma porta il rapporto tra Divo e Persona Normale ad un altro livello

Concludiamo con uno straordinario film: This Is The End di Seth Rogen e Evan Golberg. Il film nasce da un cortometraggio del 2007 sempre diretto dai due. In realtà la cosa è più complessa di così. Rogen e Goldberg realizzano il cortometraggio e poi postano on line il trailer. Il film viene subito opzionato per una serie di screening a dei festival di cinema indipendente ma quando la Mandate Picture contatta gli autori per proporre loro di far diventare il tutto un lungo, il corto viene bloccato e ad oggi nessuno l’ha ancora visto. Per cui le uniche immagini oggi visibili sono quelle del trailer. Lo spunto è comunque questo: poniamo che arrivi l’Apocalisse. Quella vera, con i disastri naturali, le bestie di Satana e i raggi blu che portano le anime belle in Paradiso. Come reagirebbe l’uomo comune. Anzi, rendiamo il tutto più interessante: come reagirebbe un Divo? In This Is The End tutti gli attori portano sullo schermo loro stessi. Jay Baruchel va a trovare il suo vecchio amico Seth Rogen a Los Angeles. I due finiscono poi a casa di James Franco per una festa che vede tra gli invitati (parte infinita lista di nomi): Craig Robinson, Jonah Hill, Paul Rudd, Michael Cera, Rihanna, Mandy Kaling, Aziz Ansari, Danny McBride, Emma Watson, Christopher Mintz-Plasse, Martin Starr, Kevin Hart, Jason Segel e molti altri. Ma ad un certo punto c’è una scossa di terremoto che crea un enorme buco proprio fuori casa di Franco in cui cadono quasi tutti. Si salveranno solo Rogen, Baruchel, Franco, Hill, Robinson e McBride (e ancora la Watson) che saranno costretti a vivere insieme – e a trovare un modo per salvarsi l’anima – in quello che è senza dubbio il miglior pigiama party della Storia del Cinema. This Is The End non è solo una delle commedia più riuscite degli ultimi anni ma porta il rapporto tra Divo e Persona Normale ad un altro livello. Rogen e Goldberg dimostrano di avere ben presenti le regole del gioco e riescono a realizzare un film che denota una certa profondità senza per questo rinunciare a una scrittura e una comicità triviale e anarchica: demoni con enormi falli, lunghi dialoghi che hanno a che fare lo sperma, l’erba, i videogiochi e i Backstreet Boys. Questa nuova generazione di comici che abbiamo cominciato a conoscere grazie a Freaks & Geeks del loro mentore Judd Apatow, ha sempre fatto del loro essere “alla mano” e “reali” uno dei propri punti di forza. Il Frat Pack, nome con cui spesso si è indicato parte dei nomi prima messi in fila, è composto da ragazzi che sembrano la fotocopia del nostro miglior amico: quello lievemente disadattato che passa le giornate buttato sul divano a giocare a FIFA 13 e a dire fesserie. Lo stesso amico a cui vogliamo ovviamente benissimo e con cui ci facciamo ancora oggi le più soddisfacenti e profonde chiacchierate. Immaginarsi quegli attori tutti insieme ad una festa, e magari sognare di bere un paio di birre parlando del più e del meno con loro, è ovviamente una fantasia irraggiungibile, soprattutto se si vive a Milano e non a Los Angeles. Il loro principale merito è stato proprio quello di averci fatto credere che invece è una cosa del tutto normale o quantomeno plausibile. Semidei molto “semi” che hanno costruito il loro personaggio proprio su questo. Consapevoli della loro tangibilità e del loro essere presenti nelle nostre vite, hanno spesso giocato mescolando le carte tra di loro. Prendiamo ad esempio Superbad, diretto da Apatow e scritto da Seth Rogen.

C’è chi si presta a un trattamento che gioca sull’opposto, come Michael Cera, che da simbolo del ragazzino indie pop tutto sentimenti e mixtape d’amore, qui è ritratto come un orribile cocainomane maniaco

Il film è a quanto pare in parte autobiografico e l’attore ha voluto che la sua parte la interpretasse Jonah Hill, creando quindi un primo livello di intertestualità. I due sono amici nella vita reale, si frequentano, si somigliano e lavorano insieme. E nella Finzione uno diventa l’alter ego dell’altro. Qui le cose si fanno ancora più complesse: tutti gli attori, gli stessi che siamo astati abituati a percepire come spontanei e veri nelle loro interpretazioni, recitano qui nella parte di loro stessi. Grazie a questo si possono permettere di essere esattamente come ce li immaginiamo, ma un po’ più stupidi e cattivi. Più fallibili. O se preferite, un po’ più stronzi. C’è chi si presta a un trattamento che gioca sull’opposto, come Michael Cera, che da simbolo del ragazzino indie pop tutto sentimenti e mixtape d’amore, qui è ritratto come un orribile cocainomane maniaco, ma solitamente si gioca sulle piccole differenze. Tutti si espongono nella loro versione peggiorativa mentre fuori ci sono le fiamme dell’Inferno pronte a distruggere tutto. Si prendono in giro gli insuccessi delle carriere altrui, si strizza l’occhio a storie private e si gioca su determinati stereotipi. Il risultato è un vero e proprio capolavoro da cui difficilmente potremmo tornare indietro. La differenza tra Realtà e Finzione è pronta a scomparire.

Interessante notare come i tre titoli abbiamo una serie di attori in comune che sembrano quasi attraversare i film. Emma Watson in The Bling Ring recita la parte di Nicki Moore, nome di fantasia dietro il quale si cela Alexis Neiers, una delle vere autrici dei furti. In This Is The End invece, come detto interpreta se stessa al fianco di James Franco. Quest’ultimo, come detto, compare anche in Spring Breakers nella parte di Alien. A quanto pare il personaggio è ispirato al rapper Dangeruss, che infatti compare proprio al fianco di Franco in una sequenza. A non pensarla così è il rapper RiFF RaFF che ha denunciato per plagio l’attore e il regista e ha chiesto un risarcimento di 10 milioni di dollari. Evidentemente s’era perso tra le varie realtà parallele.

 

Immagine: una scena di This is the end (2013)

 

 

54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg