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Reality Show

Il Reality è finito, viva il Reality: ovvero del Reality Show più potente che non vedrete più in televisione

Di cosa si tratta: Con l’espressione Reality Show si indica un format televisivo basato sulla (presunta) assenza di scrittura (vedi Mark Burnett, creatore di Survivor: “It really is not reality TV, It really is unscripted drama”) e sulla (presunta) presa diretta di momenti di vita reale e di emozioni veri (cit.) di persone comuni (o anche, talora, celebri, ma in ogni caso non “recitanti”) in un contesto spaziale e temporale definito e delimitato (una casa, un’isola, una fattoria; un mese, tre mesi, un anno) e spesso competitivo. Programmi prototipo di questo formato nascono già nell’infanzia della televisione ma più precisamente il genere matura, si afferma e raggiunge l’apice della popolarità sui canali di tutto il mondo occidentale durante i primi anni dei 2000, si confronta con il proprio plateau intorno al saturo biennio 2005/2007 e inizia una lenta fase declinante negli anni successivi quando lascia  spazio ad alcune sue varianti e/o mutazioni (per es. il Talent Show, per es. la RealityShowizzazione dell’informazione). Oggi, settembre 2011, il genere nonostante i buoni ascolti che continua a fare in paesi del secondo mondo culturale come l’Italia, sembra aver esaurito il suo potenziale. In poche parole è vecchio e per questo se ne parla qui.

Cos’era Ieri: Come si diceva poche righe sopra, gli autori televisivi iniziano a sperimentare con le prime forme di reality quando la televisione è un mezzo ancora molto giovane. Si tratta però di esperimenti estemporanei, più che altro di sketch, come nel caso delle prime Candid Camera e, per assistere all’esplosione del genere, bisogna attendere molto più a lungo, fino alla fine degli anni ’90, quando il cinema, non si sa quanto inconsapevolmente, fornisce una grande idea alla TV. Il 1998 è l’anno di The Truman Show, fortunatissima pellicola diretta da Peter Weir in cui si racconta la storia di un uomo nato e cresciuto all’interno di un mondo fittizio (genitori, zii, moglie e amici sono tutti attori), costantemente ripreso 24/24 da telecamere e trasformato  in una Soap Opera vivente, che a un certo punto si accorge che c’è qualcosa di strano e… insomma la storia immagino la conosciate. TTS non era il primo film “distopico” sulla TV, ma sicuramente era il primo a raggiungere un pubblico così ampio fino agli strati bassi della cultura pop, a differenza di precedenti come – per esempio – Videodrome. La pellicola, evidentemente, giocava con una particolare variazione sull’irriducibile tema della paranoia solipsistica classica, per cui tutta la nostra vita, il mondo sensibile e le persone che lo abitano, sono semplicemente il frutto del nostro Io, privi di altra esistenza oggettiva fuori da esso (detto molto grezzamente). La variazione consisteva in questo: non è il mondo a essere una finzione, solo una sua porzione e solo per Truman; non è la nostra coscienza a creare il mondo, è un autore televisivo. Il film centrava pienamente il cuore del meccanismo di ribaltamento del reale nel televisivo, o per dirla con un titolo di Baudrillard, l’assassinio della realtà a opera della televisione (Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?). Come spesso accade a Hollywood, TTS era un film che si reggeva su una doppia pulsione, da una parte portava lo spettatore a empatizzare con il crudele destino del protagonista condannato a vivere una vita inautentica all’interno di un mondo perfettino, murato e predeterminato con l’unico scopo di far arricchire un Network, dall’altra titillava l’istinto voyeuristico dello stesso spettatore con il più classico dei What If? dei “Come sarebbe avere un programma del genere in onda, per davvero?” Per avere una risposta a questa domanda si dovette aspettare ben poco. Come una profezia che si autoavvera (o come una specie di gigantesco episodio pilota per idee che bollivano già in pentola, pensano i più maligni) The Truman Show inaugurò infatti con appena un anno d’anticipo l’era del Reality, che si aprì ufficialmente nel 1999 grazie all’ardire di una casa di produzione olandese di format televisivi, la Endemol che propose un programma dal nome impegnativo, pescato di peso dal classico della letteratura distopica per eccellenza (1984 di George Orwell), parlo ovviamente di The Big Brother.

Partito un po’ in sordina nei Paesi Bassi, al crocevia tra l’esperimento sociale e il prodotto televisivo,  nel giro di appena qualche mese Il Grande Fratello conquistò un numero enorme di paesi – tra i primi, nel 2000, l’Italia – con la sua ricetta a base di sconosciuti rinchiusi per tot mesi in una casa sotto l’occhio costante delle telecamere. Nacquero così in tutto il mondo le prime Z-list celebrities e con esse le oziose discussioni da talk show sulla loro assoluta normalità, sulla loro assenza di un qualunque talento che ne giustificasse la presenza in TV. Disquisizioni che sarebbero riuscite probabilmente un pelo più credibili se non si fossero svolte – come invece spesso accadeva – tra le Antonella Elia e le Elisabetta Gregoraci degli stati in cui il programma andava in onda. Dal 2000 in poi la fame di Reality crebbe inestinguibile nel pubblico, alimentando una fauna di talent scout alla costante ricerca di nuovi volti da votare a effimeri spiragli di fama. Se prima del reality, la TV sembrava accogliere solo cuccioli con il pedigree, con l’avvento del reality (e delle sue palestre collaterali, come i Reality-Talk o i Talent) fu un po’ come se avesse iniziato a togliere bastardini dalle strade, con risultati a lungo andare nefasti per il concetto stesso di auctoritas televisiva. In pratica, senza quasi rendersene conto, la Televisione dei Reality stava sputtanando dall’interno la Televisione/Televisione, svelando ai più l’inconsistenza del piedistallo sui cui finora si erano eretti molti dei “volti” televisivi formatisi attraverso un più consueto cursus honorum nel mondo dello spettacolo. Se dentro la scatola ci poteva entrare anche la casalinga di Voghera allora forse qualche casalinga di Voghera, dentro, ci era già entrata anche prima. Forse non era così eccezionale essere eccezionali. Forse non era tutta televisione, la televisione. Livella.

Un side-effect virtuoso tra le tante storture psico-sociali addebitabili sul conto del reality.

Cos’è Oggi: Può darsi che la mia sia la prospettiva falsata di chi ha smesso da qualche anno di frequentare l’intrattenimento televisivo italiano, ma, ecco, mi sembra che oggi più che mai il reality – aldilà degli ultimi buoni ascolti che riesce a racimolare – sia più che mai un genere messo alla corda da una serie di circostanze, prima tra tutte l’esplosione di Internet e di fenomeni a esso correlati come Youtube e Facebook. Se in un mondo dominato da un medium verticale come la Televisione, per alcuni l’unico modo per esistere era entrare dentro alla televisione o meglio vedere se stessi dentro la televisione o ancora meglio vedere attraverso la televisione (The Truman Show alla fine non era che il patentino cinematografico di una malattia psichiatrica che già esisteva  – che in seguito è stata battezzata The Truman Show Delusion, di cui Violetta Bellocchio ha tralaltro scritto ottimamente sul numero 2 di Studio - che consisteva appunto nella paranoia di vivere una vita artificiale spiata dalle telecamere, una paranoia con ogni evidenza nata ex post la diffusione della televisione come regime scopico) in un mondo in cui cresce la rilevanza di un “meta-medium” orizzontale come Internet, la televisione perde gran parte del suo potere di suggestione e di strutturazione sensoriale. Esperendo Facebook, per esempio, siamo nell’immanenza del reality. Non siamo più o agenti protagonisti o semplici spettatori di un reality: i due momenti si fondono in uno solo, siamo nell’iperrealtà di una produzione di spettacolo che non si ferma mai (in cui i profili fungono da personaggi), uno spettacolo prodotto/fruito da noi in cooperazione con i componenti del nostro network tanto quanto è prodotto e fruito dai componenti del nostro network in cooperazione con noi.

Non è solo networking, link, informazione; è intrattenimento voyeuristico (un nuovo tipo di vedere, in cui l’assimilazione attivo/passiva di dati si sostituisce all’assorbimento soltanto passivo d’immagini in movimento) dotato di una potenza di fuoco che nessun reality ha mai messo in campo. Per questo il Reality è obsoleto. Anche per questo ne stiamo uscendo, ne siamo usciti. O forse ci siamo finiti dentro irrimediabilmente.

 

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