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Re di cuori

Chi era davvero Riccardo Schicchi? Un uomo ossessionato dalle sue muse, dalla bellezza, dall'esibizionismo. Fino alla cecità, anticamera estetica della morte.

È passata una settimana dalla morte di Riccardo Schicchi, il re del porno italiano. Sono cessate le battute di Spinoza.it, che non hanno risparmiato la fine ingloriosa di Schicchi, malato da anni di diabete, «praticamente cieco e con le gambe che si sbriciolavano». Scemati anche gli amarcord cafonal di Marco Giusti su Dagospia sul “grande e vero rivoluzionario” che portò Cicciolina in Parlamento. Rimangono ancora negli occhi le foto del funerale voluto dalla madre nella basilica di San Pietro e Paolo all’Eur, il quartiere dove Schicchi da ragazzino si divertiva a proiettare filmini in Super8 sui marmi bianchi dei palazzi. In un ultimo involontario colpo di teatro il rito cattolico è stato celebrato insieme all’omaggio dei protagonisti dell’hardcore nazionale.

Rocco Siffredi, eccezionalmente in Italia, è salito sul pulpito: «È stato un padre per me, è stato lui a sdoganare tutto il mondo del porno. Io sono venuto dopo: a me dicevano che ero un figo, lui si prendeva gli insulti dei benpensanti». Presente anche Eva Henger, l’ex moglie e madre dei due figli di Schicchi. La sessantunenne Ilona Staller ha preso persino l’eucarestia, poi alla fine della cerimonia ha tenuto un discorso: «Abbiamo fatto tanta poesia, si può dire, perché anche se era erotismo e pornografia, per noi era poesia». Infine il parroco, che ha messo il suggello nell’omelia: «Perché ciò che è stato nella vita sia un premio per il Cielo» («Non si poteva evitare?», si è chiesto il vaticanista della Stampa Tornielli).

 

Non ci sarà più la scheda di Schicchi nella prossima edizione dell’ambito Catalogo dei viventi (7247 italiani notevoli) di Giorgio dell’Arti e Massimo Parrini, dove viene immortalato come «il Patron della più grande impresa italiana a luci rosse, Diva Futura». Il marchio di Schicchi non è mai diventato un logo universale come Playboy per Hugh Hefner. Diva Futura non esiste più da dieci anni. Con le poche energie rimaste, Schicchi organizzava saltuariamente delle serate in discoteca con qualche ragazza. «È morto quando per lui non c’era più nulla da inventare», ha scritto Gianluca Nicoletti, ed è vero. Curiosamente se n’è andato nel giorno in cui è stato arrestato Fabian Thylmann, il fondatore di YouPorn, un impero global da 50 milioni di euro l’anno, il trionfo dell’amatoriale, un altro pianeta.

Il suo regno, il residence in fondo a via Cassia 1818 dove hanno abitato tutte le sue pornostar in una specie di colonia erotica, il «piccolo ma vivacissimo avamposto di Babilonia», è in disuso, anch’esso finito senza gloria, ingiallite le targhette sul citofono rotto, all’interno la gigantografia stinta di una ragazza di Manara osserva impotente gli scatoloni dello studio di 500 metri quadrati in smantellamento. Un labirinto di palazzine e sotterranei all’epoca quasi in campagna, vicino a una sorgente d’acqua calda dove con Cicciolina Schicchi faceva il bagno e scattava foto, come un guru anni Sessanta.

È qui che si custodiva il tesoro, l’archivio segreto, dietro pareti di cartongesso: «Un pulsante segreto apriva una porta che dava in una sorta di cellario, dove erano custoditi i girati grezzi, cioè non montati, dei suoi film». Un archivio che è stato saccheggiato più volte dalle tante perquisizioni, a volte anche a seguito delle denunce di qualche starlette che si era ammutinata, e che è finito bruciato nel 1998 nell’incredibile rogo acceso da un russo ossessionato da Eva Henger. Nell’incendio andarono in fumo trent’anni di lavoro e milioni di foto: gli esordi di Cicciolina, gli ultimi scatti di Moana. Prima che per il manager, fu un dramma per il fotografo e voyeur.

Nel 1975 Larry Flynt in America pubblicava già il suo Hustler in guerra con Playboy, accusato di essere troppo patinato. Schicchi aveva 22 anni e faceva il fotografo, piazzava serissimi reportage per EpocaPanorama da Cambogia, Tibet, Vietnam e Australia. Era nato ad Augusta (Siracusa) nel 1953, compaesano di Fiorello. Il padre era un generale d’aviazione che gli aveva vietato di entrare in Accademia. Schicchi allora si era iscritto al liceo artistico per iniziare a disegnare nudi. Un giornalista del Manifesto, Mario B., gli fece pubblicare foto osè sul primo scandalosissimo numero di Superlesbo; il direttore di Men, Attilio Battistini, lo fece esordire come fotografo.

Poi la svolta: «Un giorno a Oggi mi dissero che non potevano pubblicare un mio servizio fotografico. Dopodiché, faccio tre foto a Cicciolina in radio, con le cuffie in testa, ed ecco che Guglielmo Pepe su Repubblica mi mette addirittura in prima pagina! Il giorno dopo mi chiama l’art-director di Oggi e, senza sapere che ero lo stesso fotografo che avevano rifiutato pochi giorni prima, mi offre la copertina per altre foto con Ilona. Così ho imparato la lezione. “Se è così che funziona il sistema, allora m’invento un mondo…”. Accantonai i reportage e mollai Architettura dopo essere arrivato alla tesi. Lasciai tutto e me ne andai con Cicciolina a fare la rivoluzione!»

Lombroso non sarebbe stato d’accordo, ma è stato proprio il folletto magro dal sorriso ebete, il nerd dall’aria svagata, il fisico gracile da riformato al militare, a creare lo star system del porno italiano. L’unica diva dei pionieri, quando si copiavano spudoratamente i film americani e scandinavi, era in disarmo, si chiamava Marina Lothar (era stata sposata con il volto del Tg1 Paolo Frajese), altre attrici come la mitica Lilli Carati e Paola Senatore si erano date al porno obbligate dal bisogno di soldi, l’hardcore come ripiego e desolazione. Invece sotto il vestito delle pellicole di Schicchi, sciatte e kitsch, artigianali e ingenue, barocche e trash c’era lo sguardo estasiato del guardone: «Quello del porno è come il mercato dei fiori, non puoi vendere fiori appassiti o di carta». Schicchi amava le sue Muse: le aveva disegnate e fotografate, non vedeva l’ora di vederle in scena. Alcune, per coerenza, finì anche per sposarle. Debora Attanasio, giornalista di Marie Claire e per molti anni segretaria di Schicchi racconta così lo stupore di Schicchi: «Anche all’apice della sua carriera, gli editori e i produttori si lamentavano perché non gli riusciva proprio di riprodurre in foto e in video le fantasie degradanti che andavano per la maggiore. Ma lo perdonavano perché scovava e creava personaggi fantasiosi, perché era celebre. A Schicchi piaceva stupire, non mortificare. “Siamo degli amorali” ripeteva sempre “non immorali”».

Ancora prima del porno c’era infatti il mondo dell’esibizionismo. Schicchi era un persuasore appassionato: lanciava in radio Cicciolina creandola dal nulla, gli bastava una coroncina di fiori rosa, bianchi e viola e il nome: «Eravamo giovani e coraggiosi, inventammo il porno italiano. Lui mi fotografava nuda ai bordi delle strade, io mi spogliavo in auto, in corsa sulle tangenziali. Nel ’76 il mio fu il primo seno mostrato in Rai». Tanto per fare anni Settanta, Ilona Staller era anche una spia al servizio dei servizi segreti: «Dovevo portarmi a letto i politici o i businessmen che venivano dagli altri paesi e cercare di carpire loro informazioni preziose. Niente di strano, allora eravamo in piena guerra fredda e penso che lavorai bene». È proprio in Oltraggio al pudore che Schicchi fa accenno a un viaggio di Silvio Berlusconi e Silvano Larini in Grecia per raggiungere Cicciolina e altre ragazze. «Ci dovrebbe essere anche un Vhs di quella vacanza, da qualche parte», concludeva vago e allusivo Schicchi nel 1995. A portargliela via arrivò invece Jeff Koons, senza drammi: la cosa non dispiaceva al guardone Schicchi a cui intrigava l’idea di vedere la Staller come oggetto d’arte a New York. A Koons venne chiesto di finanziare Frigidaire dell’amico Vincenzo Sparagna sul cui appoggio Schicchi contava, da decennale collaboratore della rivista, per le adesioni al Partito dell’Amore.

Moana Pozzi era già finita sulla copertina di Playmen, faceva l’attrice hard ma in incognito per via di un programma per ragazzi in Rai, recitava al cinema in piccole parti “deprimenti” con Banfi e Anna Maria Rizzoli, era già stata “amante di Craxi”, ma non ne aveva approfittato e aveva preferito “amanti scapestrati”. Insoddisfatta, volle credere in Schicchi che la adorava e diventò la diva del porno italiano e pop star (ma mai la sua amante). La terza stella a imporsi nel suo firmamento doveva essere la “pornovergine” Mercedes Ambrus, ungherese irrequieta e pudica che rifiutò la cover a Playboy Usa e un ruolo per Tinto Brass perchè troppo osè. Mercedes con le sue paranoie fece perdere la testa a Schicchi semplicemente negandosi, salvo poi confessare di essersi sposata in segreto con un ragazzo delle sue parti.

La giovanissima Eva Henger, più intelligente e lucida delle altre, tenne testa al ritorno fallimentare della Staller e ai capricci di Mercedes, e infatti s’impose sposando Schicchi che a metà degli anni Novanta provò a fare della moglie una nuova Moana: gli è riuscito sicuramente il colpo di trasformare la pornostar inaccessibile ai minori in presentatrice di programmi per famiglie comePaperissima Sprint, ma non è mai diventata un’icona. Dei restanti nomi del pantheon di Schicchi si trova ancora traccia su blog e siti amatoriali di antica data e mai approdati al web 2.0: Petra, Barbarella, Ramba, Baby Pozzi, Malù, Vampirella e tante altre. Petra era «schizzata», più brava nel privato «con Sgarbi e Mughini» che nelle esibizioni, Baby Pozzi andava «con tutti gli uomini della produzione», Malù che osò tradire Diva Futura «fu condannata in eterno a non esistere», Barbarella era «indecisa e ondivaga», Milly D’Abbraccio «incostante e depressa». Stelle a metà di un business da strapaese che ancora le tiene a galla, nel ricordo, in qualche revival.

Alla fine anche il matrimonio di Schicchi con la Henger è fallito, e il re del porno è rimasto davvero solo, il diabete gli ha tolto lo sguardo per cercare una nuova Musa. E così nessuna donna ha folgorato più il voyeur Schicchi, incarnandone le ossessioni. Neanche quelle passate: nonostante il discorso funebre, sul sito internazionale di Ilona Staller non c’è nessuna parola del suo lungo rapporto professionale e privato con Schicchi. Ma pure l’unico suo stallone tra tante donne, Rocco Siffredi, nella sua autobiografia (Io, Rocco, Mondadori) ha parlato poco del suo mentore. Forse la morte cambierà le cose, forse no.

L’ultima eco del regno che fu risuona nelle edicole del centro di Roma, aperte anche di notte, quelle con la tendina del “solo per adulti”. Qui venivano esposte gloriosamente le cassette di Diva Futura, ne vendevano a pacchi, come Cicciolina e Moana Mondiali, bestseller del 1990 con la Staller ancora deputata. Ma non era per questo che le ragazze della scuderia venivano continuamente messe all’indice da prelati, marescialli, sindaci. Schicchi le voleva vedere ovunque, esibite, guardate alla luce del sole.

Oggi chi ha mai sentito parlare di Sofia Gucci, Greta Martini, Rebecca Tomei, Lola Ferri o Roberta Gemma? Un turn over di esordienti e starlette che si arena quasi subito e non arriva alla celebrità fuori dal settore, neanche sulla copertina dell’edizione italiana di Playboy, approdo minimo. Forse anche perché, tra i tanti cambiamenti epocali nel mondo del porno, non c’è più uno Schicchi a cui interessi farle arrivare lì, portandole in palmo di mano, un mentore stupito, un re del porno che credeva nelle sue regine.

 

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