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Radio days

Alla faccia degli old media, in Italia il vecchio apparecchio sta attraversando un ottimo momento, nonostante i 90 anni d'età, l'avvento di internet e la crisi economica.

La scorsa settimana, come molti di voi, sono andato a recuperare per un’ennesima visione i film di Philips Seymour Hoffman, l’attore migliore della sua generazione prematuramente scomparso all’età di 46 anni.

Tra i vari film ho rivisto I Love Radio Rock (The boat that rocked) in originale e senza la voce debordante di Pannofino, dove il nostro interpretava Il Conte, l’ariete di sfondamento di una ciurma di pazzi dj rivoluzionari su una nave dal Mar del Nord che trasmetteva sulle onde medie rock’n’roll 24 ore su 24 facendo 20 milioni di ascolti nel solo Regno Unito. Mi sono così ritrovato a fare riflessioni molto banali sulla forza evocativa che questo medium continua ancora ad esercitare in tutti noi (tra me e me sono anche arrivato a dire “finché esisteranno le canzoni, esisterà la radio”, tanto per farvi capire la piattezza dei miei pensieri). Nel frattempo mi è arrivata davanti agli occhi una ricerca chiamata “Radiocompass 2014,” realizzata da Mindshare, il centro media del gruppo Wpp, in cui si certifica con numeri e previsioni lo stato di salute che, nonostante i novant’anni di vita e una crisi generalizzata di tutto il comparto media, sta vivendo la radiofonia italiana.

Alla fine il medium radiofonico è riuscito in tutti questi anni a superare tre gravi crisi: il consolidamento della tv (compresa la sua recente radicale evoluzione tecnologica nel passaggio da analogico a digitale), l’avvento di internet e dei new media e, ovviamente, il default economico mondiale. Ovviamente non è passata del tutto indenne da questo, ma rispetto alla stampa in caduta libera e alla ricerca di nuovi modelli di business sostenibili e la tv, che nel passaggio al digitale ha perso per strada gran parte dell’universo variegato delle tv locali, la radio ha saputo reagire, rimettendosi in discussione e, sopratutto, non adottando la formula del muro-contro-muro nei confronti del web. La radio si è infatti adattata alle nuove piattaforme in modo molto efficiente, facendo in modo che gli ascoltatori potessero ascoltare la radio e i programmi preferiti non solo alla radio ma anche sul pc e sui propri dispositivi mobili via podcast e streaming.

9 italiani su 10 continuano ad ascoltare la radio in macchina, un po’ più della metà in casa e il 28% l’ascolta anche sul posto di lavoro. È proprio questa tipologia di ascolti diversificata che sta interessando molto gli inserzionisti pubblicitari.

Questa apertura tuttavia non ha snaturato il consumo classico della radio e i dati presentati dalla ricerca sono una chiara testimonianza di questo: nove italiani su dieci continuano ad ascoltare principalmente la radio in macchina, un po’ più della metà in casa e il 28% l’ascolta anche sul posto di lavoro. È proprio questa tipologia di ascolti diversificata che sta interessando molto gli inserzionisti pubblicitari: la radio, tra iPod, autoradio e lo streaming audio su tablet e smartphone, è il medium più mobile di tutti, e quindi assolutamente in linea con l’evoluzione del mercato.

I dati evidenziano peraltro che la modalità d’ascolto preferita è lo streaming, non il podcast, scongiurando quindi scenari secondo cui ogni utente avrebbe costruito un proprio palinsesto personale pescando diverse trasmissioni da altrettanto differenti canali, facendo perdere l’identità dei singoli network radiofonici; a dimostrazione che la radio tradizionale, fatta di diretta e interazione con l’ascoltatore, continua ad avere la sua rilevanza.

Tutto questo ha un importante riflesso anche sulla pubblicità. Mentre la tv raccoglie soprattutto un pubblico più anziano e sedentario, la radio trova utenti tra chi è fuori casa e chi svolge contemporaneamente un’attività. «Di fatto», continuano le note della ricerca, «gli alto-consumanti di radio sono basso-consumanti di tv e questo rende i due media complementari piuttosto che alternativi»; quindi la radio si sta dimostrando come un potenziale integratore di campagne tv. È anche per questo che i dati di calo della pubblicità registrati nel 2013 sono percentualmente più bassi rispetto a quelli della tv e degli altri old media. Per il 2014 è prevista da tutti una ripresa degli investimenti pubblicitari, in rialzo di circa l’1,5%, e la radio seguirà questa media. Tutto ciò nonostante i grossi problemi di rilevazione che ha subito il mezzo, dopo il totale fallimento (e chiusura nel 2011) di Audiradio. Oggi la rilevazione dell’ascolto della radio è a cura di Gfk Eurisko con la sua ricerca sull’audience RadioMonitor.

«Di fatto», continuano le note della ricerca, «gli alto-consumanti di radio sono basso-consumanti di tv e questo rende i due media complementari piuttosto che alternativi».

E per quanto riguarda i contenuti? Personalmente ritengo che la programmazione musicale di Radiodue Rai sia tornata ai livelli qualitativi del passato, con una serie di programmi realizzati piuttosto bene (Moby Dick, Musical Box, MU, Babylon ecc…); e poi ci sono una serie di emittenti sia pubbliche (Radiotre) sia private (Radio24, Capital, Deejay, etc…) ben posizionate e che riescono fondamentalmente a dare ciò che promettono. C’è poi tutto l’universo variegato e disordinato delle web radio il cui fenomeno, dopo un’iniziale euforia, si è piuttosto assestato, ma dove tuttavia si possono ancora trovare cose pregevoli.

Infine c’è da rilevare che la radio, pur essendosi integrata molto bene con il web, è rimasta più indietro rispetto alla tv nel progetto digitalizzazione. Il progetto Digital Radio in Italia è partito da poco e deve quindi ancora iniziare a mostrare tutti i suoi effetti. Digital Radio è il nome scelto per promuovere la diffusione delle trasmissione realizzate con lo standard Dab+. Il Digital Audio Broadcasting+ è lo standard che da almeno sei/sette anni vige in vari paesi europei. Questo permetterà una migliore qualità sia di audio sia di sintonia (attraverso l’isofrequenza), contenuti aggiuntivi (testo ma anche immagini) e potenzialmente anche nuovi canali. Buona parte del nord Italia, nelle città e nelle autostrade, è già coperta dal segnale, mentre nel centro-sud è coperta Roma insieme a molti tratti autostradali. Oggi si possono ascoltare in Digital Radio gli otto canali Rai e praticamente tutti i grandi network privati italiani.

Pure è uno dei marchi che sta investendo di più nella Digital Radio e sono già in vendita una serie completa di dispositivi per l’ascolto (invero piuttosto cari), inoltre quasi tutti le auto di nuova fabbricazione hanno come optional la possibilità di installare la Digital Radio. Rispetto alla tv digitale che ha sostituito completamente l’analogica (con risultati non proprio brillanti), la Digital Radio affiancherà la classica Fm e ciò permetterà ancora una piena libertà di ascolto di questo medium novantenne ma sempre giovane e flessibile.

 

Immagine: un uomo ascolta la radio, 1955 (Hulton Archive / Getty Images)

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