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Quirinale: ulteriori ipotesi attorno al metodo Renzi

Al di là delle concessioni (vere o presunte) che il segretario del Pd dovrà fare a Forza Italia e alle altre forze politiche, alla fine quel che conterà sarà la strategia scelta dal premier per il dopo Napolitano. Variazioni sul tema.

Tic-tac-tic-tac. Ormai ci siamo: tra una decina di giorni il presidente della Repubblica, come anticipato nel suo discorso di fine anno, presenterà le sue dimissioni e aprirà la corsa alla successione al Quirinale. In questi giorni di veline, di finte soffiate, di spin incrociato, i nomi che spesso vengono fatti circolare finiscono nel tritacarne mediatico sia per essere bruciati sia per provare a capire l’effetto che fa buttare nella mischia questo o quell’altro candidato.

Non c’è mossa che venga studiata e fatta trapelare in queste ore che non sia legata alla partita della presidenza – e anche la storia del decreto fiscale che, con una piccola norma, avrebbe permesso a Silvio Berlusconi di godere di alcuni benefici che avrebbero alleviato la sua condanna per frode fiscale è una mossa che ovviamente c’entra eccome con questa partita: chiedere per credere alla dottoressa Antonella Manzione, capo del Dagl (Dipartimento affari giuridici e legislativi, ndr), che non diede certo casualmente l’ok all’approvazione della norma nella fase di valutazione del decreto – e non esiste nulla che in questa fase non venga fatto per condizionare il percorso che porterà entro la fine del mese il Parlamento a esprimersi sul nuovo capo dello Stato: voto sulla riforma elettorale, voto sulle riforme istituzionali, clausole di salvaguardia, e così via.

Ma in queste ore in cui tutti si chiedono quali saranno le concessioni che Renzi dovrà fare ora a Berlusconi, ora a Fitto, ora al centro, ora alla minoranza del Pd, ora alla minoranza di Ncd, ora alla Lega, ora, chissà, magari anche a Beppe Grillo, in pochi si chiedono che cosa vuole, e cosa vorrebbe, veramente Matteo Renzi (che fino a prova contraria è presidente del Consiglio e segretario di un partito che conta 460 grandi elettori) per la presidenza della Repubblica. Per capire quali sono le caratteristiche che dovrebbe avere il candidato renziano bisogna partire da quella che oggi è la premessa della partita per il Quirinale, una premessa direttamente correlata anche alla natura stessa della legge elettorale.

Il ragionamento di Renzi è elementare: con una legge ultra maggioritaria che toglie al presidente della Repubblica la facoltà sostanziale di decidere il nome del presidente del Consiglio, il prossimo capo dello Stato avrà un ruolo meno da protagonista rispetto a quello che ha oggi e per questo, anche per questo, è necessario trovare qualcuno che possa svolgere al Quirinale un ruolo a metà tra l’ambasciatore dell’Italia nel mondo e il notaio supremo del paese. Renzi, in altre parole, sia perché crede che con un sistema maggioritario sia logico che molto del potere che oggi è in mano al presidente della Repubblica venga di fatto trasferito al presidente del Consiglio, sia perché sogna di non avere al Quirinale un presidente troppo forte che possa diventare a lungo andare un suo rivale politico, in queste ore sta cercando a una soluzione che possa suonare più o meno così: un presidente della Repubblica molto forte dal punto di vista mediatico e insieme molto debole dal punto di vista politico.

Un non renziano contemporaneamente renziano, un politico della vecchia guardia ma contemporaneamente anche della nuova era dell’Italia dei sindaci.

Un direttore d’orchestra come Riccardo Muti, in questo senso, non è una boutade giornalistica o una provocazione natalizia ma è un profilo che risponde a molti dei requisiti ricercati dal presidente del Consiglio: impossibile non riconoscere che con un volto del genere ci sia un cambio di verso alla guida istituzionale del paese, impossibile pensare che un volto del genere possa creare problemi a chi il paese verosimilmente lo guiderà ancora per molti anni.

Il problema di Renzi è che per la prima volta nella sua esperienza da capo del governo il metodo Renzi non dipende solo da Renzi medesimo ma da una complicata macchina da guerra che si chiama voto segreto. E in questo senso il premier oggi è costretto a declinare il renzismo in un modo diverso rispetto al passato: puntando cioè non su ciò che sarebbe bene avere ma piuttosto su ciò che realisticamente si potrebbe avere. Dal modello Riccardo Muti passiamo dunque al modello Piero Fassino (che in queste ore è non a caso molto affaccendato con gli ambasciatori di Forza Italia). Un modello cioè che in sé avrebbe tutte le caratteristiche del perfetto candidato renziano: un non renziano contemporaneamente renziano, un politico della vecchia guardia ma contemporaneamente anche della nuova era dell’Italia dei sindaci; un politico legato al vecchio apparato ma potenzialmente non pericoloso per il presidente del Consiglio; un politico storicamente non ostile al mondo del centrodestra; un politico che nel suo dna potrebbe avere le caratteristiche del giovanilismo renziano (essere under 70, o meglio ancora under 60, è una caratteristica fondamentale del metodo Renzi per la presidenza della Repubblica).

I nomi che Renzi andrà a proporre per essere votati al Quirinale ricadranno dunque all’interno di questo delta ma l’impressione che si ha osservando con attenzione la vita del palazzo è che in circolazione non ci sia nessun nome di nessun politico papabile per il Quirinale che possa esprimere in modo compiuto il senso del cambiamento renziano.

Per questo il presidente del Consiglio, per dimostrare di non essere intenzionato a utilizzare un vecchio metodo per il Quirinale, potrebbe tentare una mossa così concepita: far votare il suo vero candidato dalla quarta votazione in poi (modello Fassino) e scegliere per le prime tre votazioni un candidato che possa avere i requisiti primari del renzismo (modello Muti). Nel migliore dei casi, il Parlamento potrebbe farlo passare. Nel peggiore, Renzi avrebbe comunque la possibilità di dire che è stato il Parlamento a bocciare il cambiamento. La mossa è sul piatto. Il tempo ci dirà se sarà una mossa che potrà fare più bene che male al presidente del Consiglio.

 

Foto Getty Images

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