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Quirinale, istruzioni per l’uso

Partito per partito, ecco i numeri, le strategie, i veti incrociati e i sogni dei leader politici e delle relative forze politiche per il dopo Napolitano.

Sulla tempistica non ci sono ancora certezze e l’unico punto fermo è che Giorgio Napolitano annuncerà le sue dimissioni la sera del 31 dicembre, si dimetterà dopo il 13 gennaio, ovvero il giorno dopo la fine dell’importantissimo e strategico semestre europeo (siamo ironici); lo farà senz’altro prima del 27 gennaio (giorno in cui il Quirinale ha già comunicato che non sarà Napolitano il Capo dello Stato che parteciperà alla giornata della memoria organizzata alla Camera), e comincerà a osservare la sessione dei voti per eleggere il suo successore quindici giorni dopo l’annuncio, e dunque presumibilmente entro la fine di gennaio.

All’interno di questo scenario è evidente che ognuno giocherà la sua partita e ognuno proverà a bruciare i candidati degli avversari e a promuovere i propri. Ma per orientarci nella marea di spin e di veline può essere utile spiegare ogni partito e ogni leader che avranno un peso specifico nella scelta del dopo Napolitano, cosa chiedono e perché lo chiedono.

Forza Italia, intanto (140 parlamentari). L’idea di Berlusconi è quella di avere un Presidente della Repubblica non apertamente ostile all’ex Presidente del Consiglio, con un profilo potenzialmente disponibile a ragionare eventualmente un giorno anche sulla possibilità di poter offrire la grazia all’ex Cavaliere. Dal punto di vista politico, Berlusconi continua a dire di non avere preclusioni su nessun nome in particolare (tranne Romano Prodi) e di essere disposto a votare persino un ex comunista (cosa che il partito di Berlusconi ha fatto solo l’anno scorso con Napolitano, mentre alla prima elezione di Napolitano i berlusconiani non votarono a favore) ma il dato politico che emerge da tutti i colloqui avuti dagli ambasciatori del Pd con quelli di Forza Italia è che alla fine, potendo scegliere, Berlusconi vuole un politico: una soluzione simile a quella tentata in partenza nel 2013 da Pier Luigi Bersani, con Franco Marini, potrebbe essere l’ideale (il profilo perfetto, sulla carta, è quello di Pierluigi Castagnetti).

In questo quadro, poi, si aggiunge anche il peso che avrà nella scelta un partito numericamente pesante come Ncd (63 parlamentari). Alfano dice oggi in un’intervista a Repubblica di sognare un presidente cattolico, “è molto che non ce ne è uno in Italia”, il gruppo di Ncd vorrebbe fare di tutto per lanciare la candidatura (non stiamo scherzando) di Gaetano Quagliariello, ma più realisticamente il ruolo di Alfano, Casini (26 parlamentari) e compagnia sarà quello di evitare che il profilo del nuovo Capo dello Stato possa essere troppo spostato a sinistra, anche se Ncd, a differenza di Forza Italia, sarebbe disposto anche a ragionare su una figura tecnica (modello Piercarlo Padoan).

Considerando che alla fine Renzi e Berlusconi il presidente lo eleggeranno insieme, il nome di Prodi potrebbe saltare fuori solo qualora il patto dovesse rompersi a giochi fatti

La partita di Vendola, e di Sel (34 parlamentari), è invece più lineare e, esattamente come quella del Movimento 5 stelle (139 parlamentari, erano 142 ma oggi altri tre sono usciti dal gruppo), punta a far saltare il patto del Nazareno spostando verso sinistra il baricentro degli elettori del nuovo Capo dello Stato. La Lega (39 parlamentari) chiede un politico e sarebbe disposta a votare anche un cattolico alla Dario Franceschini, in cambio di garanzie su alcune riforme (e modifiche a quella del Senato). Sel ha un suo candidato, che è lo stesso di Civati, è quel candidato è l’unico che potrebbe avere i numeri per far saltare il patto del Nazareno, ovvero Romano Prodi, ma considerando che alla fine Renzi e Berlusconi il presidente lo eleggeranno insieme, il nome dell’ex Prof è un nome che potrebbe saltare fuori solo qualora il patto dovesse rompersi a giochi fatti.

Scelta Civica (33 parlamentari) ha una linea invece più chiara e, semplicemente, farà tutto quello che le chiederà di fare Renzi (anche se un tentativo per buttare in campo l’ex ministro Paola Severino verrà fatto). E ovviamente, al netto del Movimento 5 stelle – che ha già detto che potrebbe pensare di ragionare su un accordo con gli altri partiti solo a condizione che il nome in campo non sia quello di un politico ma sia quello di un tecnico che gravita fuori dal perimetro della politica (un magistrato alla Raffaele Cantone, già votato dal 5 stelle in Parlamento come presidente dell’autorità anti corruzione, avrebbe i numeri per farcela) – tutta la partita ruota attorno al mondo del Partito democratico.

Prima di arrivare a Renzi, è utile capire cosa chiedono gli azionisti del partito di Renzi. Di Civati (una decina di parlamentari) abbiamo già detto. Degli altri ciò che conta sapere è che i giovani turchi (51 parlamentari) chiedono, come Berlusconi, un politico puro che possa essere espressione dell’era del ricambio generazionale. L’area vicina a Roberto Speranza (circa 100 parlamentari) spinge per portare all’attenzione del Presidente del Consiglio un volto che possa essere la sintesi di tutte le varie sensibilità del corpaccione rosso del Pd (stile Anna Finocchiaro). Il fronte cattolico vicino alla corrente Area Dem (circa 60 parlamentari) lavora per la candidatura di Piero Fassino (ex diessino che piace anche ai cattolici del Pd) ma gli avversari di Renzi lo considerano eccessivamente vicino al premier e l’unica candidatura forte di questo piccolo universo politico è quella di Dario Franceschini (che dalla sua ha la carta dell’età, e diventare capo dello stato a 58 anni potrebbe essere un elemento in sintonia con la narrativa della rottamazione, anche se da qui a dire che Franceschini è un rottamatore ce ne vuole, diciamo).

In questa geografia avranno un peso anche i 24 parlamentari fuoriusciti dal Movimento 5 stelle (che Renzi riuscirà a coinvolgere solo se sposterà verso sinistra la traiettoria della successione a Napolitano) e i 15 di Gal (legati sia all’area Fitto, 40 deputati, che all’area berlusconiana, tendenza Verdini).

Di Marini, per dire, Renzi disse che “è il candidato del secolo scorso. Era candidato nel 1999 a fare il Presidente della Repubblica”

Ma ciò che più conta è il criterio che sceglierà Renzi per lavorare alla successione di Napolitano. Il segretario democratico sa che non potrà mai presentare un candidato eccessivamente renziano (con il voto segreto, un notaio del renzismo non passerà mai). Sa che non potrà presentare un candidato eccessivamente di sinistra (Forza Italia e Ncd non glielo farebbero mai passare). Sa che per il tipo di presidente che ha in mente l’idea sarebbe un volto non politico che possa metterlo al riparo da ogni veto politico (modello Muti, non stiamo scherzando). Sa che l’attuale Presidente dello Repubblica gli consiglia da tempo di trovare un volto che possa essere interprete di una “continuità istituzionale con il passato”. Ma sa che per differenziarsi dal suo predecessore  (Bersani) non dovrà soltanto consultare prima, anche se formalmente, tutte le anime che andranno a comporre la platea dei grandi elettori ma dovrà anche inserire un qualche elemento di novità nei nomi da tirare in ballo per il Quirinale. Ci sarà una donna nella terna renziana (anche a costo di spenderla nelle prime votazioni, le prime tre, che saranno quelle in cui verranno scaldate i motori, perché questo parlamento non ha la forza per eleggere il Capo dello Stato con la maggioranza dei due terzi).

Il problema vero per Renzi è però essere coerente con quanto detto lo scorso anno quando segò di volta in volta tutte le candidature proposte dall’ex segretario del Pd. Di Marini, per dire, Renzi disse che “è il candidato del secolo scorso. Era candidato nel 1999 a fare il Presidente della Repubblica”. Il segretario del Pd (circa 200 parlamentari a lui fedeli, di cui 51 renziani della prima ora, su un totale di 446) sa che la partita oggi si gioca anche su questo punto. Un candidato non del secolo scorso. La sfida sul Quirinale, oggi, si gioca anche partendo da qui.

 

 

Foto di Giorgio Cosulich/Getty Images

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