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Questa è una storia vera

James Frey, Saviano, Herman Rosenblat e altri: cosa succede quando un memoir, presentato come vero, è falso? Esempi e riflessioni su memorialistica, letteratura, e il significato di fiducia.

È una storia vera: nel 2009 Dave Cicirelli, un art director di New York, annunciò sul suo profilo Facebook di aver lasciato il  lavoro e di essere sul punto di partire per un lungo vagabondaggio per il continente americano. Nei sei mesi successivi gli amici seguirono il suo periplo attraverso una serie di testimonianze fotografiche pubblicate sul social network: aveva avuto una relazione con una donna amish, era entrato in un gruppo pseudo-religioso che predicava la fine del mondo, si era arenato in Messico, si era fatto un tatuaggio… Ognuna di quelle foto inverava l’esperienza di Cicirelli fornendole una continuità narrativa (e, immagino, generando inevitabili supposizioni sul suo stato di salute mentale). Peccato che fosse tutto falso. Cicirelli non si era mai spostato da New York. Aveva semplicemente voluto diventare un autore della sua vita e produrre un esperimento su identità e rappresentazione, verità e finzione nell’epoca dei social network, una riflessione artistica che Cicirelli avrebbe poi raccontato in un libro uscito di recente e intitolato Fakebook: a true story. Based on actual lies, che è la cronaca di quel viaggio mai realizzato.

Nessuno mise in dubbio la veridicità del  racconto fino a quando, nel 2006, la rivista investigativa The Smoking Gun scoprì una serie di consistenti incongruenze.

E questa è un’altra storia vera, ma decisamente più nota: nel 2003 Doubleday pubblicò negli Stati Uniti il libro di un autore esordiente intitolato In un milione di piccoli pezzi. Il libro era presentato come memoir sulla faticosa, drammatica, violenta disintossicazione da alcol e droghe  in un centro di riabilitazione del Minnesota dell’autore James Frey. Da subito un successo clamoroso, da milioni di copie, tradotto in trenta lingue, con tanto di invito in pompa magna nel salotto di Oprah Winfrey per la definitiva consacrazione. Nessuno mise in dubbio la veridicità del  racconto fino a quando, nel 2006, la rivista investigativa The Smoking Gun scoprì una serie di consistenti incongruenze. Si venne a sapere così che James Frey non era stato il tossico in punto di morte e il cinico criminale che diceva di essere, ma semplicemente un adolescente inquieto come tanti. Aveva consumato alcol e droghe, ma non al punto da poterci rimettere la pelle. Era stato in un centro di disintossicazione, ma per pochissimo.  Di sicuro aveva conosciuto la disperazione, ma fino a che gradino era scivolato nell’abisso? A differenza della storia di Cicirelli, non siamo esattamente in presenza di un esperimento su verità e finzione. Come romanzo In un milione di piccoli pezzi era stato rifiutato da diciassetti editori prima che Nan Talese, editor di Doubleday e moglie di Gay Talese, maestro del new journalism, decidesse di pubblicarlo come memoir.

Dopo le rivelazioni di The Smoking Gun e una specie di gogna pubblica organizzata come una diabolica trappola dalla stessa Oprah a spese di Frey e della sua editor, gogna che discendeva dal senso di colpa della nota conduttrice, influentissima opinion maker del mercato editoriale americano, Doubleday in una lettera di scuse, con cui si giustificava rimarcando quanto fosse sfocata la linea che separa la fiction dalla non fiction, aveva comunque offerto ai suoi lettori il risarcimento del prezzo del libro a chiunque lo avesse acquistato prima delle rivelazioni. I libri che tornarono indietro furono pochissimi, circa mille. E anche se questo non succede in America, ancora oggi in Italia In un milione di piccoli pezzi viene venduto come «una testimonianza dura e sconvolgente che riesce in un’impresa che pochissimi grandi libri finora hanno saputo realizzare: raccontare che cosa significa veramente smettere di bere o di drogarsi, affrontare e superare le debolezze e le paure più profonde per riprendere, infine, il controllo della propria vita».

Se leggo un libro che viene presentato come un memoir, sono naturalmente indotto a pensare che sia del tutto o quasi aderente alla realtà.

Frey  chiaramente è solo uno dei più celebri casi elencabili nella lista dei fake memoir, in cui vanno almeno citati JT Leroy, l’anonimo Alice, i giorni della droga, il recente Margaret B. Jones alias Margaret Seltzer (bianca e di buona famiglia che ha scritto di essere una mezza indiana cresciuta in una gang di Los Angeles), e tutto il filone di testimonianze aggiustate o inventate di sana pianta dai campi di concentramento, rappresentata per esempio dalle storie eclatanti di Misha Defonseca ed Herman Rosenblat (di nuovo con la complicità involontaria di Oprah).

Dave Cicirelli con il suo esperimento misura l’importanza del palinsesto. Su Facebook è automatico che qualunque cosa si scriva, se si adottano accorgimenti minimi, venga presa per vera. Allo stesso modo, se leggo un libro che viene presentato come un memoir, sono naturalmente indotto a pensare che sia del tutto o quasi aderente alla realtà. Il procedimento di sospensione dell’incredulità in entrambi i casi è molto molto più immediato rispetto a quello richiesto per un romanzo, o per meglio dire avviene già al di fuori e prima del testo. Per fare un esempio metagiornalistico, alcuni di quelli che stanno leggendo questo articolo, forse la maggioranza, lo hanno fatto perché si aspettavano di trovare veramente una storia vera.

È opinione di molti che lo scrittore di non fiction, dovendo rispettare con il lettore un patto di fiducia molto più forte e intimo, sia tenuto a una forma di etica della scrittura più stringente e rigorosa per non tradire quella fiducia. È la tesi che per esempio sostiene Antonio Pascale nel suo brillante saggio Il responsabile dello stile (pubblicato nel 2007 nell’antologia Il corpo e il sangue d’Italia per minimum fax), dove tra le altre cose analizza un pezzo di Roberto Saviano, scelto precedentemente dallo stesso Pascale per un’altra antologia minimum fax, il Best off 2005, in cui lo scrittore napoletano raccontava il funerale di Annalisa Durante, adolescente napoletana uccisa per sbaglio durante una sparatoria a Forcella. Si scopre, infatti, che nel pezzo, pubblicato inizialmente su Nazione Indiana, alcuni dettagli sono stati falsificati dall’autore. Uno su tutti il cellulare di Annalisa che nel racconto di Saviano viene fatto squillare nella bara della ragazza da alcune amiche che, chiamandola alla fine della funzione, intendono così tributarle un ultimo saluto.

La scrittura letteraria comporta sempre e inevitabilmente un processo di falsificazione e di corruzione dei dati reali e che la memorialistica, così come alcuni tipi di reportage, appartengono alla letteratura e non al giornalismo.

Pascale sostiene che bisognerebbe creare «una coscienza collettiva di questo genere di problemi, così che i narratori e i lettori possano prenderne le misure».  E fa quindi della falsificazione della realtà un problema astrattamente etico e pedagogico. Quella che a me sembra una falla nel suo ragionamento è che la scrittura letteraria comporta sempre e inevitabilmente un processo di falsificazione e di corruzione dei dati reali e che la memorialistica, così come alcuni tipi di reportage, appartengono alla letteratura e non al giornalismo. Quindi è estremamente scivoloso, e risulta nella pratica impossibile, stabilire un limite, superato il quale si arriva a quello che Pascale definisce «il troppo che stroppia».

Se la memorialistica è letteratura, bisogna allora giudicarla con gli stessi strumenti con cui giudichiamo la letteratura, uno su tutti: la verosimiglianza. Nel suo saggio Pascale non nota per esempio che il pezzo incriminato di Saviano inizia così: «Sono stato al funerale di Annalisa Durante. Quattordici anni. Quattordici anni. Quattordici anni. Ripeterselo è come passarsi una spugna d’acqua gelata lungo la schiena». Nota, invece, che finisce così: «Mentre il corpo di Annalisa nella bara bianca viene portato via a spalla, la compagna di banco fa trillare il suo cellulare. Squilla sul feretro: è il nuovo requiem, l’unico che queste ragazzine conoscono. Un trillo continuo, poi musicale, accenna una melodia dolce. Nessuno risponde. Dies irae, dies illa solvet sæclum in favilla». Inizia quindi – l’età ripetuta e la spugna d’acqua gelata sulla schiena – con una tecnica stilistica che dà al lettore la misura di un coinvolgimento fortissimo del personaggio-autore Saviano. Se il lettore però legge sapendo che la scena del cellulare è inventata di sana pianta, il coinvolgimento del personaggio-autore non regge più, e sembra molto più retorico che intenso, sembra falso e poco credibile (non dico che sia così, ma che sembra così). Un’informazione esterna quindi – e cioè il dato che quel cellulare non ha mai squillato – oltre che implicare un giudizio etico sull’autore, può condizionare il testo su un piano strettamente letterario.

Allo stesso modo, sapere che Herman Rosenblat non ha combattuto la fame grazie alle mele che quella che sarebbe diventata sua moglie gli lanciava dall’esterno di  Buchenwald, superando la recinzione elettrificata, così come racconta nel memoir Angel at the fence di cui fu bloccata una pubblicazione che già si annunciava trionfale, condiziona enormemente la verosimiglianza di quel testo, perché quel fatto fondamentale viene presentato come vero e sapere che non è successo fa suonare falso anche il resto.

Il caso di James Frey mi sembra diverso. Ho trovato su internet molti commenti di lettori che lo hanno apprezzato sapendo del libro tutto quello che c’era da sapere. Io stesso l’ho letto dopo le rivelazioni e l’ho trovato, magari non di mio gradimento sul piano formale, ma convincente sul piano sostanziale. Il che potrebbe significare che le falsificazioni di Frey tutto sommato non  hanno condizionato la verosimiglianza del suo libro e che un autore di non fiction che voglia rendere inattaccabile un suo testo dovrà esercitare un controllo rigoroso proprio sulle parti che a un eventuale controllo esterno rischiano di far vacillare l’incredulità del lettore, in un procedimento simile a quello che l’autore di un romanzo o di un racconto mette in pratica per tenere in piedi la coerenza complessiva di storia e personaggi. Dunque, lo scrittore di non fiction parte in vantaggio perché lavora su una materia in grado di convincere il lettore immediatamente, d’altra parte cammina su un campo che ha mine più pericolose rispetto al campo in cui si muove il romanziere.

La fiducia del lettore nello scrittore non è da confondere con la fiducia di una relazione umana, con la fiducia che, per esempio, si deve necessariamente avere in un amico per essergli amico. È più una fiducia nel testo, la speranza che quel determinato testo non ci tradisca. «Quello che il memorialista deve al lettore», ha scritto Vivian Gornick in un bellissimo pezzo su Salon, «è la capacità di convincerlo che il narratore sta provando, in tutta onestà, a mettere a nudo l’esperienza in questione».

Chiosa personale: nel 2010 ho pubblicato un romanzo il cui protagonista muore alla prima riga di un tumore, mentre, in questi mesi, sto scrivendo un libro, che non è un romanzo, il cui protagonista (io), si ammala a un certo punto di un tumore con altissime percentuali di guarigione. E infatti guarisce.

Sono due storie vere.

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