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Quelli che Silicon Valley

Discorsi da bar nella Mecca dell'hi-tech: chi insegue i soldi, chi il futuro, chi ha perso

Ha sempre il suo faccino di Bambi. Però è teso quando va al punto: “basta, mollo (I give up)”. Non mi guarda negli occhi, preferisce fissare la tazza di brodo che ha appena ordinato. È imbarazzato, e anche un po’ dimesso. Un misto di rassegnazione e di rabbia, ma trattenuto. Si ferma lì, non aggiunge altro. Conosco Mike da quasi sei mesi. Era appena arrivato dalla Corea con moglie, figlio e bagagli. Mike non è coreano. E’ americano, dell’Ohio. Proprio mentre i media mi rappresentano un’immagine dell’americano medio dell’Ohio un po’ vetero, preoccupato dalla globalizzazione che gli minaccia il posto di lavoro, e da Obama che non lo rappresenta, e dal vecchio ordine costituito che rischia sempre di collassare per colpa di questi ‘intellettuali’ di Chicago’ (o di New York, o San Francisco), ecco che mi si materializza davanti l’espressione ultima e definitiva della decenza, della passione, e dell’imprenditorialità. Mike è capace di chiedere una birra al bar, poi fermarsi di colpo, mettere insieme una coppia di pensieri divergenti, e poi volgersi verso di te e – con tono inspirato – rammentarti che è venerdì sera, ed è brutto darsi all’alcol durante il weekend. Mike è anche capace di andare avanti e indietro da San José a San Francisco un paio di volte in un giorno soltanto per mantenere fede ad impegni presi un po’ superficialmente e senza tener abbastanza d’occhio l’agenda. È un uomo all’antica, di quelli che mantengono la parola. Infine, Mike ha una bellissima idea su come usare la tecnologia per mandare la gente nei negozi dove di solito non va.

E’ arrivato in Silicon Valley per trasformare la sua idea in una tecnologia vera, e poi in un’azienda, e poi chissà. “Voglio fare l’imprenditore”, aveva detto. “Tecnologico”, aveva aggiunto. Ovviamente. Cos’altro vuoi diventare, nella patria di Google? Ha raccolto intorno a sé qualche ingegnere e si è messo a sviluppare la tecnologia. Prima la demo, cioè una versione che non funziona ma “dà l’idea”. Poi una seconda versione, la versione alfa. Questa, oltre che dare l’idea, dà anche l’impressione di funzionare. Poi, infine, la versione beta. Quella deve funzionare. E’ il passepartout per l’accesso al Sacro Graal, cioè al finanziamento da parte di un angel (un “angel” è un investitore indipendente, che investe del suo e a titolo personale). Mike ha fatto tutto bene, ma la versione beta della sua tecnologia non funziona. Inutile girarci tanto intorno. Non funziona, punto. E, intanto, i 45 mila dollari che aveva raccolto dalla famiglia sono finiti. Spariti, risucchiati come un buco nero, persi nel sogno di emulare Mark Zuckerberg.

Quando stai qui e lavori qui e incontri gente qui, impari a riconoscere le persone. Ci sono quelli che vengono in Silicon Valley perché vogliono fare i soldi. E – malgrado parecchi credano il contrario – non sono i migliori. Non capiscono niente di cos’è Silicon Valley. Silicon Valley è la Seconda Fondazione, e se hai letto i libri di Isaac Asimov sai cosa intendo. E’ il posto dove si costruisce il futuro. Ecco, Mike non è uno di quelli che vengono qui per i soldi. Lui vuole davvero costruire il futuro e fare l’imprenditore. Ma probabilmente non è la sua vocazione; o almeno così mi dice, mentre sorseggia il brodo. Difficile rispondere, commentare. Non sono io quello che ha perso i 45 mila dollari. La sua voce è come impastata, l’umiliazione del fallimento, la vergogna nei confronti dei familiari, la preoccupazione per la famiglia. La moglie, senza lavoro, se n’è tornata in Corea, al vecchio lavoro, quello che aveva prima di trasferirsi qui. Si è portata via il figlio, e così Mike adesso è solo a San José, diviso tra voglia di rivincita e delusione per la sconfitta.

E’ vero che in America il fallimento non è come il fallimento in Italia. E’ vero che il fallimento non ti trasforma in un paria. E davvero Silicon Valley accetta i fallimenti. E’ vero tutto. Ma questi sono tempi difficili, e intorno a chi sbaglia si forma come il vuoto. Non è come i pellerossa che circondano il fortino, e scalano la cinta, e cercano di levarti lo scalpo. No. E’ più come se ti tagliassero le linee di rifornimento, e ti condannassero alla morte per fame. Mike lo sa. Lo sa che non troverà più nessuno qui che gli darà dei soldi. Ha fallito, e per lui la carriera di imprenditore di Silicon Valley è finita. Pensa di tornare in Corea, ma me lo dice come distrattamente, come a testare la mia reazione. Ma non vuole tornare in Ohio. Per lui, l’Ohio è un capitolo chiuso. Lo vedo allontanarsi, il sorriso mite sempre stampato in volto, la borsa tracolla, le spalle curve, troppo curve per un uomo così giovane.

 

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