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Quei terribili vecchietti

Da Joan Didion a Giorgio Napolitano, la rivincita degli ottuagenari nella vita pubblica, al cinema, in tv, sulla carta stampata. E In Italia, forse, più che di pensioni avremmo bisogno di sussidi ai giovani fino ai cinquant'anni.

Il 2014 è stato l’anno dei vecchietti indaffarati. Alcuni sono morti: sopra tutti Virna Lisi, la nostra Anne Bancroft, che progettava nuovi film e nuove fiction; altri di morire non ci pensano neanche; neanche di abdicare; solo chi non conosce bene Elisabetta II poteva pensare che nel discorso di capodanno facesse l’improbabile annuncio (dopo aver messo in chiaro più volte che lei, da Buckingham Palace, se ne andrà solo coi piedi davanti). In altre regge,  invece, l’abdicazione annunciata di Giorgio Napolitano, a soli ottantanove anni, per «crescenti limitazioni imposte dall’età», e come understatement non c’è male. Però sul Times di Londra, intanto, ecco Joan Collins, ottantuno anni, appena fatta «dame» dalla stessa regina, per il suo impegno in beneficenza, e in piena attività, comparsate e creme anticellulite di una propria linea cosmetica, per «mantenere il suo stile di vita» e presumibilmente il quinto marito. Adesso arriva anche Joan Didion, la scrittrice di L’anno del pensiero magico, che si fa fotografare con tutte le sue rughe per una campagna di Céline.

Insomma, per gli anzianissimi lavoratori è un gran momento. Con storie anche sconosciute. Il 5 gennaio l’ambasciatore inglese a Roma ha consegnato tre medaglie al valor militare a Rosanna Banti, una splendida ottantanovenne che adesso potrebbe fare la testimonial per qualche griffe romana; l’ambasciatore ha consegnato la Italy Star, la Victory Medal, e la 1939-45 Medal per conto della Regina alla signora, che durante la seconda guerra mondiale ha operato sotto copertura nel controspionaggio inglese. «Nel giugno ’44 la guerra continuava e c’era tutto il nord Italia ancora occupato» ha detto Banti a Rai News. «Un mio vicino di casa faceva il misterioso e un giorno mi disse che c’erano degli ufficiali inglesi che avevano rapporti con i partigiani al nord: questo mi interessava molto. Andai ad un appuntamento con uno di loro in una villa sopra piazza Euclide e mi fecero un colloquio. Parlavo bene inglese e mi presero».

In un Imitation Game tutto romano, tra Montesacro, i Parioli e la Nomentana, la Banti, addestrata in un centro segreto forse simile alla Bletchley Park di Touring e i suoi derivati, teneva i contatti con la Resistenza italiana; poi sposerà un altro partigiano e spia, Giuliano Mattioli, figlio di Raffaele, ras della finanza italiana del Dopoguerra, agente del Soe (special operations service) e poi capitano dell’esercito britannico. Come nel film di Morten Tyldum, finita la guerra il segreto viene sotterrato e comincia una nuova vita da civile (producer alla Rai), salvo che qualche mese fa, parlando per caso con un ex militare inglese, Banti si è fatta sfuggire qualcosa; il militare poi tornato a Londra ha fatto dei controlli, ha scoperto che la storia era vera, e le autorità, come si dice, si sono mosse. È una storia già pronta per una fiction Mediaset (peccato per la dipartita di Virna Lisi, ma Margherita Buy forse sarà stata già contattata per la parte dell’istitutrice britannica).

«Ci sembrava l’unica cosa possibile da fare, eravamo giovani, non ha idea di come eravamo giovani» ha detto Banti ai giornalisti sulla sua attività dell’epoca.

«Ci sembrava l’unica cosa possibile da fare, eravamo giovani, non ha idea di come eravamo giovani» ha detto Banti ai giornalisti sulla sua attività dell’epoca. E però che scontro di civiltà, anche col cinema e nelle “serie”: mentre sta per cominciare la quarta stagione di Girls, con focus su scopatine e starnuti e pigioni e «are you a grown-up?» e «you’re a sociopath!» e disturbi ossessivi-compulsivi della vita poraccia da freelance e da startup, pare difficile immaginare post-adolescenze così deprimenti in tempi di conflitti a fuoco (ma se ci fossero stati Whatsapp e Facebook probabilmente la guerra sarebbe ancora in corso, con Touring utente premium di Grindr molto più svagato).

E una società polarizzata, oggi, anche: o la ruga autorevole o il male di vivere smandrappato adolescente; sarà un caso se le generazioni di mezzo, sia in politica che in economia che nelle arti, paiono irrilevanti o bollite. E lì, ancora Virna Lisi, in Sapore di mare: «ho letto che quarant’anni è un’età bellissima»; «l’ho letto anch’io: son tutte fregnacce». E il principe Carlo sul trono? Per carità. Ma poi un’altra anziana, Dacia Maraini, ecco che stronca invece con energia da teenager Gone Girl in quanto film maschilista (mentre a Milano con tempismo perfetto delitti natalizi offrono ventenni bocconiane eviratrici di ex già accusati di stupro).

Dunque l’Anziano collettivo non si batte, e si sapeva, e anche nella lotteria che appassiona tanto, quella per il Quirinale, alla fine l’unico pensiero virale sui candidati è: “ma sarà abbastanza vecchio?”. In una Repubblica fondata ironicamente sul lavoro ci terrorizza un presidente di mezza età: vogliamo un pensionato, lo pretendiamo. Così, se il progetto iniziale della Costituente prevedeva per il Quirinale un’età minima di 40 anni, il deputato democristiano Giuseppe Fuschini sostenne che era necessario elevarla «per assicurarsi una maggiore esperienza di vita in colui che è chiamato a coprire una così alta carica».

Oggi è chiaro che la soglia andrebbe elevata almeno a 75-80 anni (oggi i cinquantenni giocano alla Playstation, se va bene). È una riforma costituzionale che sarebbe a costo zero. Toccherebbe sentire invece i tecnici del ministero dell’Economia per l’unica riforma previdenziale possibile: abolizione delle pensioni immediata, e introduzione di una legge Bacchelli per giovani fino a cinquant’anni, che ci assista nel delicato trapasso nel mondo del lavoro, dei mutui e dal distacco da casa. Poi, da quella soglia in poi, non vorremo naturalmente più un euro di denaro pubblico: lavoreremo tutti, fino all’ultimo giorno, con le nostre rughe e i nostri Alzheimer e Parkinson, fino all’agognata quarta età produttiva (bisognerà trovare le coperture, speriamo nell’appoggio del prossimo presidente anzianissimo).
 

Nell’immagine in evidenza: Joan Didion nella campagna Céline.

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