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Poveri single

E se i single fossero la «nuova maggioranza discriminata»? Ci sono libri, associazioni e portali che lo sostengono. Hanno dichiarato guerra alla cultura pop.

«Tu fingi di essere felice», dice Jack Donaghy a Liz Lemon in 30 Rock: «Reciti perché così non hai il tempo di pensare che sei single». Il problema è che come lui paiono pensarla anche molti single, membri di una categoria da cui desiderano uscire non foss’altro che per motivi concreti: non essere in due costa.

Perfino la sacrosanta battaglia per il riconoscimento dei matrimoni omosessuali per contrasto rafforza la marginalizzazione del singolo.

Secondo un’analisi di The Atlantic, nel corso di una vita, una single americana spende per mantenersi da 400 mila a un milione di dollari in più di chi non lo è. E per quanto in parecchi altri Paesi il numero dei “soli” superi quello degli sposati, sono questi ultimi a godere di vari vantaggi: rappresentanza politica, agevolazioni fiscali, permessi retribuiti, costi inferiori per vitto, alloggio, vacanze e cure sanitarie. Perfino la – sacrosanta – battaglia per il riconoscimento dei matrimoni omosessuali per contrasto rafforza la marginalizzazione del singolo: se il matrimonio vale come forma di legittimazione, nota Michael Cobb in Single: Arguments for the Uncoupled, chi non è interessato a questa ratifica di conseguenza è un escluso.

«Né gli individui né le società vedono il vivere soli come un punto d’arrivo», ha scritto Eric Klinenberg in Going Solo- The Extraordinary Rise and Surprising Appeal of Living Alone. «Il che spiega perché promuovere gli interessi dei “soli” sia così difficile». Eppure qualcosa si muove: in Germania, dove le famiglie unipersonali sono il 26 % del totale, il trentenne Lukas Brosseder ha fondato l’ associazione Single Initiative, per portare l’attenzione della politica su quanti, come Oscar Wilde, pensano che nella bigamia ci sia una persona di troppo e nel matrimonio pure.

Il problema principale, tuttavia, è culturale: questa “maggioranza discriminata” risente di un giudizio sociale che la pone fuori dalla norma, se non dalla normalità, cui tutti dovrebbero aspirare, se solo fossero capaci di crescere, di innamorarsi della persona giusta o di farla finita con un insano egoismo. Come se chi è in coppia fosse necessariamente riuscito anche in una sola di queste cose. Certo, la nostra società sconta il retaggio della cultura giudeo cristiana, che ritiene l’uomo incompleto finché non incontra la sua metà («Non è bene che l’uomo sia solo» recita, citando la Genesi, il sito di incontri per cattolici Cantico dei Cantici, e tanti saluti al celibato religioso).

Tuttavia, la secolarizzazione non ha modificato questa percezione al punto da far emergere come il single, assente dall’agenda sociale, in realtà sia uno dei pilastri della collettività. «Si crede che le coppie facciano funzionare la comunità, mentre si isolano perché ritengono la relazione con il compagno l’unica che conti», afferma la sociologa Naomi Gerstel. Al contrario, i singles fanno più volontariato, firmano più petizioni e aiutano più spesso i propri familiari. Andasse almeno a loro merito: macché, nel pensiero comune hanno un sacco di tempo libero, a differenza di quei padri che trascurano i parenti in nome di un “quality time familiare” che troppo spesso coincide con quello in cui guardano lo sport in tv.

Il monopolio della coppia è capillare, al punto da permeare il linguaggio, che connota dispregiativamente i soli di una certa età (a passare da «single» a «zitella» basta un attimo, più che un compleanno), e accorpare nella categoria statistica dei single anche i vedovi e i separati, a «confermare l’associazione con una certa idea di fallimento, tristezza e rimpianto», afferma Cobb. Ma soprattutto la sua egemonia si rintraccia nell’indisponibilità di un modello narrativo che non presenti come l’incontro con la persona giusta come il coronamento dell’esistenza umana.

Anche Sex and the city, apparente emblema di quanto sia glam essere “libere”, solleva la questione: «Se siamo così in gamba perché siamo single?»

La cultura pop, in particolare, perpetua l’idea che la singleness sia solo il periodo che intercorre tra la fine di un rapporto e l’inizio del successivo. Una sorta di mezza stagione sentimentale in attesa di tempi migliori. Basta pensare alla madre di tutte le sceneggiature, la formula “boy meets girl”, ma anche a Bridget Jones, a TwilightHunger Games o, ai format tv incentrati sul Bachelor o sull’incontro tra Uomini e donne. Perfino in Sex and the city, apparente emblema di quanto sia glam essere “libere”, Carrie solleva la questione: «Se siamo così in gamba perché siamo single?».

Data la domanda, verrebbe da sospettare che non lo sia poi tanto. Ma gli esempi non finiscono qui: anche il presunto inno della singletudine, All the single ladies di Beyoncé, lungi dall’essere una rivendicazione di indipendenza, lamenta che il partner non le abbia messo l’anello al dito. Insomma, nell’immaginario mediatico la realizzazione del singolo non è mai disgiunta dall’innamoramento e dalla coppia. Una riprova, per contrasto, emerge dai personaggi di donne in carriera, workaholics che confondono l’assertività con l’aridità emotiva. E perfino fuori dal contesto della finzione, nelle interviste alle manager e imprenditrici di successo (agli uomini non lo si rinfaccia, ma questo è un tema a parte), capita che si chieda se non si rimpiange il proprio status o se si escluderebbero le nozze qualora arrivasse l’uomo giusto. Mai che chiedano a una sposata se rimpiange le nozze o se escluderebbe di divorziare, qualora arrivasse l’avvocato giusto.

Il peggio, tuttavia, è che molti single, la cui vita è piena di amicizie e interessi, sono contagiati dall’idea che “du is mei che uan”. «La dissonanza cognitiva causata dalla differenza tra quello che abbiamo e quello che ci viene insegnato di volere genera alienazione e infelicità», scrive Samhita Mukhopadhyay in Outdated: Why Dating is Ruining Your Love Life. E la colonizzazione del nostro desiderio, sancita dalla produzione mainstream, nella visione dell’autrice ha un responsabile: “the romantic industrial complex”, l’industria della storia d’amore. Un mercato articolato in fiori, vestiti, regali, cene e aperitivi, profumi, viaggi, che ci racconta la favola dell’amore come condizione per l’autorealizzazione solo per manipolarci. Lo sfruttamento capitalistico del sentimento ha bisogno di escludere la pienezza di ogni alternativa esistenziale, senza escludere i colpi bassi: «La gente è bersagliata di inviti a trovare l’anima gemella per non invecchiare senza un legame al mondo e morire da soli», dice Cobb. Anche la persona più sicura di sé fatica a non interiorizzare un messaggio unanime: il mercato sa che la paura fa presa.

E poi c’è il sesso. Oggi non è più l’oggetto di divieti e tabu; in compenso, genera nevrosi e compulsioni. Il fatto è che la nostra Leistungsgesellschaft, la società della prestazione, come la chiama il filosofo Byung Chul han, è per natura una fabbrica di frustrati. Di fronte alle molteplici scelte di oggi, ragiona l’autore de La società della stanchezza, la possibilità si confonde con il dovere: se puoi fare, devi fare. Perciò, chi non ha legami e dunque è teoricamente libero di intrattenere infinite relazioni sessuali, si sente in dovere di averle.

«C’è chi vive un’astinenza legata alla ricerca di un altro tipo di rapporto, più profondo, ma patisce la sua scelta per la pressione sociale»

«Il sesso diventa la nuova guerra sociale», afferma Stephane Rose, autore del saggio La misere Sexuelle. com, appena uscito in Francia, in base alla sua frequentazione di siti di incontri. «L’iperattività sessuale dei single esiste: quando non c’è il vincolo della fedeltà si fanno più incontri. E un mercato potenzialmente infinito assimila le persone alla merce, inducendo a cercare sempre nuovi prodotti. Ma questo vale solo per una certa parte della popolazione», precisa Rose. «L’altra, invece, vive un’astinenza legata alla ricerca di un altro tipo di rapporto, più profondo, ma patisce la sua scelta per la pressione sociale» (e questo è particolarmente duro per i maschi, su cui tuttora aleggia il fantasma di una mascolinità da playboy, da rimorchiatore seriale).

Ad aumentare l’ansia nei single si aggiunge una bugia propalata dai siti di online dating: che tutti possano incontrare l’anima gemella. « Se non si seduce nella vita vera, non lo si fa neppure in quella virtuale. Né si esce dalla propria classe sociale e dal proprio ambiente culturale. È un po’ come il sistema capitalistico dove un pugno di privilegiati, quelli che hanno soldi, sono seducenti, hanno un bell’aspetto, si incontrano facilmente e rapidamente, mentre gli altri perdono tempo ed energie per qualche raro appuntamento». E dato che non possono ammettere di non riuscire a trovare qualcuno, ci restano fino a sviluppare una dipendenza che poco ha a che fare con l’apertura all’altro.

Trovare la via d’uscita a tutto questo non è facile. Chi scrive si augura che un giorno non ci sarà più differenza, in termini sociali e personali, se si è in coppia o no. La sottoscritta, nel suo piccolo, ci è già arrivata: è stata entrambe le cose, per un certo tempo, e in tutti e due i casi è riuscita a essere infelice.

 

Nella foto: un’immagine dal film “500 Days of Summer”

Leggi anche: Care Ragazze, «Cercate marito al primo anno di college». Il consiglio alle studentesse di Princeton.

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