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Amburgo

Navi giganti e ambiziosi progetti urbanistici, viaggio in una città finanziaria e cosmopolita che da secoli sa anticipare il cambiamento.

Marsiglia, Rotterdam e Amburgo, tre dei quattro più grandi porti d’Europa. Le porte del continente, sul mondo e sul nostro futuro. Pubblichiamo tre reportage dalle tre città, dal numero 13 di Studio. Qui Marsiglia, qui Rotterdam.


Cinque e mezzo di mattina, sono in piedi già da due ore e quello che mi fluisce davanti è un piccolo compendio di quasi tutti i tratti somatici terrestri: ivoriani, tedeschi, ucraini, tajiki, coreani, filippini e molti altri tra cui quelli polacchi di Jerzy, la cui storia da sola meriterebbe un articolo a parte. Tutto ciò che posso dire di lui in così poche righe è che è un colosso, ha gli zigomi pronunciati, l’incarnato esangue e una colata di capelli corti e nerissimi netta abbastanza da sembrare disegnata; che mi ha fatto gentilmente strada fino a questo bar scarno e umido, un ritrovo di scaricatori e marinai nei pressi dei dock mercantili del porto di Amburgo; e che, sebbene abbia passato i trent’anni, ne abbia viste a sufficienza per un paio di vite e la pinta di birra che bagna la nostra prima colazione – pane in cassetta, pescetti, cetriolini e uova strapazzate – nel suo pugno si riduca alle proporzioni di una tazzina, possiede ancora il viso di un adolescente. A metterci in contatto, poche settimane prima del mio arrivo in città, è stata una comune conoscenza del luogo quando ha saputo che lavoravo a un articolo sul porto. Un tempo Jerzy si imbarcava insieme ad alcuni di questi marinai ma ora non più. Aveva diciannove anni la prima volta che è salito su un mercantile («una nave norvegese»), l’ultima ventisei. Un giorno è sceso ad Amburgo e non è più ripartito trovandosi in seguito una compagna, il bilocale a Wandsbek – periferia nord-est – dove mi ospita e un impiego nel campo dei traslochi. Quando gli domando come persone prive di un’idioma condiviso riescano a vivere e lavorare insieme su una nave, mi scruta sbalordito, quasi che la risposta fosse ovvia e appuntata tra le voci del menù sulla lavagna di ardesia alle sue spalle. Poi aggiunge con calma: «A un marinaio semplice non servono molte parole, perlopiù si tratta di seguire una routine» e io provo qualcosa che mi dice che non riuscirò mai più a scorrere una riga di Conrad o Melville con gli stessi occhi.

Con un totale di 950 rotte attive verso 178 paesi nel mondo, il porto di Amburgo attualmente impiega nel suo indotto 156 mila degli 1,8 milioni di abitanti della città, copre un’area di 72 chilometri quadrati (tra un terzo e la metà dell’intera Milano).

Costeggiare le estremità del porto di Amburgo a piedi in un’alba di inizio febbraio significa sbattere contro un muro di gelo e vento scandinavo. Non è quel che si dice un’esperienza gradevole, anche se la prospettiva ripaga l’incombente ipotermia con lo spettacolo di decine di mastodontiche gru, simili a mantidi smisurate, che sollevano, spostano e posano container in controluce rispetto alla foschia dei primi raggi del giorno e al bagliore degli ultimi riflettori artificiali, il cui completo spegnimento segna l’inizio del turno per molti dei portuali con cui ho condiviso la colazione. Al netto dei progressi tecnologici, sto assistendo a una “funzione” che va in scena ogni mattina da oltre ottocento anni ed esattamente dal 7 maggio 1189 (una ricorrenza celebrata ogni primavera con la festa dell’Hafengeburtstag), data in cui l’Imperatore Federico Barbarossa concesse agli amburghesi il permesso di navigazione mercantile sull’ampio estuario dell’Elba, alla volta del Baltico e del Mare del Nord che si dispiegano cento chilometri più in su sopra la cartina. Da quel giorno la città e il suo porto hanno costruito un rapporto simbiotico segnato da eventi di portata storica, come l’allenza commerciale con Lubecca che nel 1241 pose le basi per la nascita della Lega Anseatica, di cui Amburgo ha rappresentato uno dei perni almeno fino alla Guerra dei trent’anni. Un’esperienza secolare, quella dell’Hanse, che ha connotato e continua a connotare fortemente il carattere cosmopolita della metropoli e l’etica operosa e autarchica dei suoi abitanti che ancora si fregiano del titolo di Freie und Hansestadt Hamburg (Libera Città Anseatica di Amburgo) e godono dei benefici di avere un ordinamento di Città-Stato. Dal commercio di grano e pesce salato in acque infestate di pirati scandinavi durante il Basso Medioevo, alle 130 milioni di tonnellate di merci movimentate su queste rive nel corso del 2012, passando per i cinque milioni di tedeschi emigrati da qui verso il Nuovo Mondo tra il 1850 e il 1930, negli ultimi ottocento anni Amburgo non ha mai abdicato al suo ruolo di “Porta della Germania sul mondo”. «Tor zu Welt! Tor zu Welt!», come esclama più volte e con urgenza crescente un amico di Jerzy, un portuale leggermente paonazzo con la barba fulva spruzzata da minuscoli lampi di brina. «Tor zu Welt?» ribatto mimando una porta che si apre su qualcosa di molto grande. «Ja, das Tor zu Welt!» ripete lui con molta più calma. Voleva solo essere certo che avessi capito bene.

Grazie alla generosa capienza dell’Elba, che permette il transito anche ai mercantili più giganteschi, nonostante disti più di cento chilometri dal mare aperto quello di Amburgo è classificato come porto marittimo a tutti gli effetti, e, con un totale di 950 rotte attive verso 178 paesi nel mondo, attualmente impiega nel suo indotto 156 mila degli 1,8 milioni di abitanti della città, copre un’area di 72 chilometri quadrati (tra un terzo e la metà dell’intera Milano nonché un decimo dell’estensione di Amburgo) e lambisce quattordici tra sobborghi e quartieri. Al suo interno o nelle sue vicinanze, il panorama varia dal “miglio del peccato” di Reeperbahn, il red light district nel cuore del vecchio Kiez marinaio di St. Pauli dove i Beatles mossero i primi passi della loro carriera, alle eleganti vie dello shopping di Neustadt raccolte di fronte al lago artificiale di Binnenalster; dalle delizie residenziali in stile guglielmino di Altona, fino ai project anni ‘70 di Wilhelmsburg in cui si concentra la maggioranza dell’immigrazione a basso reddito, proprio al confine con il distretto di Harburg dove, sul finire degli anni ‘90, Mohammed Atta si dava appuntamento con gli altri qaedisti della “cellula di Amburgo” per pianificare gli attacchi dell’11 settembre. Per dimensioni parliamo del secondo porto d’Europa (il quindicesimo nel mondo) dopo quello di Rotterdam, mentre sui carichi movimentati ogni anno si contende la stessa posizione, sempre alle spalle dell’irraggiungibile Rotterdam, con Anversa. Tuttavia il primato di cui gli amburghesi vanno più fieri è un altro: quello di avere «più ponti di qualunque altra città al mondo. Più ponti di Amsterdam, Londra e Venezia… messe insieme!». Ho verificato ed è vero. Sono più di duemila e trecento e potevo scegliere tra sei nello spazio di cinquecento metri solo per raggiungere HafenCity.

HafenCity è il volto da copertina della nuova Amburgo post-portuale. La fine dei lavori è prevista per il 2016 e ospiterà 6 mila unità abitative ma anche uffici da cui ci aspetta la creazione di 40 mila nuovi posti di lavoro.

Osservata su una mappa, la punta nord dell’ex complesso portuale di HafenCity ricorda un po’ una forchetta. È un tozzo isolotto nel pieno centro della città da cui si diramano tre lunghi dock artificiali disposti a pettine, proprio come i rebbi di una posata. Dalla fine del XIX secolo e fino a pochi anni fa, la funzione delle due darsene (Grasbrookhafen e Strandhafen) formate da queste propaggini di cemento era di accogliere i carichi diretti alla Zona Franca del porto di Amburgo e per entrare e uscire dall’isola era necessario mostrare il proprio passaporto alla dogana. In seguito alla relativa “caduta in disgrazia” dei Porti Franchi con l’avvento del mercato comune e all’aumento delle dimensioni delle navi da container, le attività che si svolgevano in queste aree sono state dirottate verso bacini più capienti sulla riva opposta e così, nel 1997, il comune di Amburgo si è trovato a poter ridefinire l’identità di 157 ettari di terreno nuovamente edificabile a soli pochi minuti di distanza dal Municipio. È cominciata in questo modo la storia del più ambizioso ed esteso progetto di riconversione urbanistica attualmente in corso d’opera sul territorio europeo. Reso possibile dalla sinergia tra capitali pubblici (2,4 miliardi) e privati (8 miliardi) e attraverso la creazione di apposite municipalizzate specificatamente istituite per supervisionare il progetto, in accordo con un masterplan approvato dal Senato cittadino nel 2000, HafenCity è il volto da copertina della nuova Amburgo post-portuale. La fine dei lavori è prevista per il 2016 e, una volta a pieno regime, ospiterà 6 mila unità abitative ma anche uffici da cui ci aspetta la creazione di 40 mila nuovi posti di lavoro principalmente nel terziario avanzato, il tutto ovviamente fornito di servizi, svaghi, ventotto ettari di verde e parchi pubblici che prima non esistevano e un’Università – la prima nel suo genere in Europa – che, nel cuore di un grande progetto di ri-design dello spazio urbano, offrirà soltanto curriculum di specializzazione improntati all’architettura e all’urbanistica. E poi uno dice che i tedeschi non hanno il senso dell’umorismo.

Oggi Amburgo è allo stesso tempo una sofisticata capitale culturale sede di pubblicazioni di prestigio come Der SpiegelDie Zeit, uno dei più vitali cluster industriali tedeschi, un polo bancario e dirigenziale di riferimento per tutta la Germania.

Anche se non tutti gli edifici sono terminati, peregrinando per HafenCity si ha l’impressione di attraversare un museo a cielo aperto dell’architettura contemporanea, tante e tali sono le archistar che Amburgo ha voluto per dare lustro e richiamo al nuovo quartiere: da Rem Koolhas a Zaha Hadid, da David Chipperfield a Richard Meier, per finire con Herzog & de Meuron. Lo studio del duo di Basilea firma la ciliegina sulla torta del progetto e al contempo l’intervento più discusso, l’Elbphilarmonie, la nuova sala concerti progettata come estensione verticale in acciaio e cristallo, di un ex magazzino per lo stoccaggio di cacao e caffè risalente ai tempi del porto. Una volta terminata, la filarmonica sarà l’edificio più alto di Amburgo e, dato che spiove a picco sul mare proprio sull’ultima estremità della “forchetta” di HafenCity, quando lo si avvista navigando sull’Elba, il cantiere dell’Elbphilarmonie ricorda quasi minacciosamente la prua di un transatlantico o un gigantesco faraglione triangolare che come un diamante taglia in due il paesaggio – di qui l’elegante centro della città, di là la sua anima industriale. Girandoci intorno si scoprono però angoli più smussati del previsto e una piantina rettangolare decisamente più ariosa di quanto si potesse immaginare osservandola a distanza. Questo gioco di volumi che si aprono allo sguardo solo tramite un esame più completo, mi sembra peraltro una buona metafora per Amburgo nella sua totalità. Da un lato, per la sua stessa conformazione naturale, la città non può fare a meno di buttare come prima cosa in faccia al forestiero il proprio quintessenziale rapporto con le acque, dall’altro risulta evidente già dopo poche ore passate qui che è da molto tempo che non è possibile ridurre Amburgo solo al suo porto e che la personalità contemporanea della città non è definibile altrimenti che “ipersfaccettata”. Oggi infatti Amburgo è allo stesso tempo una sofisticata capitale culturale tra le più ricche del nord Europa, sede di pubblicazioni di prestigio come Der Spiegel e Die Zeit, uno dei più vitali cluster industriali tedeschi specialmente per l’ingegneria del trasporto aereo, un polo bancario e dirigenziale di riferimento per tutta la Germania settentrionale e l’area urbana europea che sta seguendo nel modo più brillante una rigorosa road map per raggiungere il pareggio energetico entro il 2050, soddisfando con energia pulita prodotta in loco l’intero fabbisogno energetico di alcuni dei suoi maggiori quartieri. Una strategia che è valsa ad Amburgo il titolo di European Green Capital 2011, prima città sopra il milione di abitante a ottenere questo riconoscimento, a testimonianza della secolare capacità degli amburghesi di leggere e anticipare il cambiamento.

Piuttosto ironicamente però, proprio il progetto che meglio di ogni altro riassume in un unico landmark tutte queste anime, la Elbphilarmonie appunto, è anche uno dei più messi in discussione dalla cittadinanza. Non solo perché, dall’inizio dei lavori nel 2007 a oggi, i costi inizialmente preventivati (200 milioni di euo) si sono impennati all’inverosimile (ormai si parla “tranquillamente” di 500 milioni) e la data di apertura in origine prevista per il 2010 viene posticipata di mese in mese (ora pare sia slittata addirittura al 2015) al punto che, a metà febbraio di quest’anno, il Senato cittadino ha chiesto 40 milioni di danni all’azienda a capo dei lavori (la quale ha scaricato a sua volta le responsabilità sulla Herzog & de Meuron, insomma quasi un pasticcio all’italiana) ma soprattutto perché molti in città avrebbero preferito vedere tutto questo denaro investito per riqualificare alcune delle periferie più problematiche della città. Quartieri come Wilhelmsburg o Harburg, dove l’immigrazione rappresenta più del 50% della popolazione (principalmente turchi e afghani) e il Pil pro-capite è meno di un quinto di quello che si registra in centro.

Ovviamente, a meno di non essere vegetariani, sarebbe sciocco lasciare Amburgo senza aver assaggiato nemmeno un hamburger nella città dove forse è nato e da cui probabilmente prende il nome (la prudenza è d’obbligo visto che sulla paternità del sandwich va avanti da anni una lunga diatriba tra Germania e Stati Uniti). Così, quando l’ultima sera via mail faccio presente questo desiderio al mio amico Johannes, lui mi dà appuntamento a St. Pauli per portarmi in un bar a mangiare quello che a suo dire è il migliore hamburger della città. Johannes è fresco di laurea in ingegneria civile e vive tra Amburgo e Berlino, dove l’ho conosciuto qualche mese fa (è lui la persona che mi ha presentato Jerzy). Sta ad Amburgo perché ci è nato e a Berlino perché ci si è affezionato durante gli studi. Quando finiamo di mangiare – ignorando o forse solo facendo finta di ignorare la decennale diatriba in corso – mi offre un piccolo saggio dell’orgoglio un po’ sciovinista e della mentalità esportatrice amburghese. «Allora? Com’era?», mi chiede. «Molto buono» gli rispondo lasciando trapelare una punta di delusione, «però…però ecco… era… beh era solo un hamburger». «Of course! E non è incredibile che lo abbiamo inventato qui?».

 

Dal numero 13 di Studio

Nella foto, un’immagine del porto di Rotterdam, di Freek van Arkel

 

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