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Porno, femminismo e Playboy

Oggi parliamo di porno e di donne.

No, non ho detto porno per donne. Il porno vero. Quello con la gente che scopa.

Il rapporto tra femminismo e pornografia viene spesso visto alla luce di cose che succedevano trenta, quaranta anni fa: i saggi di Andrea Dworkin, la stessa che poi arrivò a dire «la penetrazione è sempre aggressione», i boicottaggi davanti ai cinema che proiettavano Snuff. Oggi la situazione si è ribaltata, nei fatti e nelle parole. Se mai, la difficoltà sta nel definire un po’ meglio quel rapporto. E allora, a volte, cerchi le parole di un’altra.

Hai Caitlin Moran, sì, quella che ha intervistato Lady GaGa a Berlino, una che dice «viva il porno, ma la sua industria è triste e misogina, ci vogliono più donne ai posti di comando». Belle parole, ma di girl porn non è che non ne esista: anche lasciando stare quello girato da e con donne gay, hai diverse attrici/registe/produttrici famose come Joanna Angel, decisa a non farsi influenzare dall’idea di sesso che possono avere gli altri, e per questo sul suo blog pubblica foto dove si infila uno spazzolino da denti nella vagina. (Aggiunta: la scena alt porn è talmente antagonista da essere già stata cooptata o scopiazzata dall’industria tradizionale, come dimostra il caso Vivid.) Hai Susannah Breslin, che su quell’industria ha fatto ottimi reportage, ma che poi prende e scrive cose come «le vittime di abuso sono delle frignone», col tono di chi aspetta solo un passante che le batta il cinque. Hai Susie Bright, e di solito quando arrivi lì sei talmente provata che urli SUSIE BRIGHT!, e non ti sposti più. Se l’ha detto lei, va bene pure per te. Deve andare bene.

Dopo anni di Boogie Nights e Larry Flynt e servizi delle Iene e Sasha Grey OVUNQUE e specialoni su Santa Moana, mi piace pensare che sappiamo tutte quanto poco personale e molto bionico possa essere realizzare un film o un servizio fotografico hard. Per quello che vedo, però, gode ancora ottima salute il mito dell’attrice porno come donna caduta, sempre più bella, più fragile, più celebre, e quindi destinata a prendersi la pallottola al posto nostro: so share my glory, so share my coffin. Per quanto poi alcune star vere, ad esempio Aurora Snow, ci tengano a sottolineare che il loro è un lavoro divertente, e che sanno gestirlo. Forse non tenendo conto che parte del fascino, per una parte del pubblico, sta nell’immaginarsi l’ottovolante di miseria e alienazione dietro le quinte.

E’ qui che in altri può scattare il momento-nostalgia. Il revisionismo sessuale, per cui si iper-valuta un presunto passato tutto musica ovattata e abat-jour. Un passato esclusivo, raffinato e di classe. Dove noi non eravamo rifatte e drogate, e magari venivamo di più.

La chiave della nostalgia, per molti, è Playboy.

Più che un certo tipo di bellezza, ha reso popolare il modo di metterla in scena – guardo Marilyn sul velluto, Carrie Leigh, Marilyn Chambers: la pin-up nuda ma rigorosamente a gambe chiuse che ha indicato la strada ai calendari appesi nel garage di mio nonno e zio. (La stessa strada ci ha portato a Fergie che spiega la bisessualità su The Advocate. La stessa, giuro.) Una playmate dev’essere formosa ma con la vita piccola, è nata per stare girata di tre quarti, è sempre molto pulita. E non importa se poi il giornale è diventato più spiccio, e il suo ampio uso di Photoshop è stato documentato. La playmate è la nostra compagna di giochi, appunto.Un’amica immaginaria e un arto fantasma.

L’industria vendeva lei come final level, ma intanto vendeva la Playboy bunny, la coniglietta, come esempio raggiungibile: bastava entrare in un Playboy Club per essere salutati da una cameriera col costume d’ordinanza, giovane e carina, solo un po’ meno lucida di quelle sulla carta. Per inciso, parecchie donne che lavorarono da bunnies – l’ultima è Lili Bee – hanno raccontato quei bar come posti regolati da un codice di comportamento severo, dove venivi licenziata in tronco se scambiavi numeri di telefono con i clienti. Non è su questo che punterà la serie tv The Playboy Club, che dai primi teaser sembra il fratello minorato di Mad Men, concentrato com’è sul binomio storia segreta / si stava meglio quando portavi il reggicalze.Fantasie da prima serata, adatte alle classi medie, ai grandi numeri.

Dall’altro lato hai la concretissima vita sessuale del fondatore Hugh Hefner, l’ottuagenario col pigiama e la porta girevole di fidanzate/modelle, l’uomo che vendeva e vende se stesso come prova fisica che la sua filosofia commerciale funziona. Un ruolino di marcia raccontato nei suoi aspetti più presentabili dal reality show The Girls Next Door, e negli altri da un numero assurdo di libri-scandalo scritti da quelle ex fidanzate, grazie a cui, per dire, dovremmo sapere tutti quale è l’unico modo in cui da anni Hefner consuma rapporti intimi, e quale livello di ritualità governi il procedimento – volete leggerlo, eccolo qui: ve lo riassumo?, lui inzuppato di Viagra e immobile sul lettone, le ragazze intorno a fingere di ammucchiarsi tra loro, porno gay sulla TV a tutta parete, niente preservativo, la prescelta del mese che gli si mette sopra, si auto-sodomizza per due-tre minuti e strilla «oh Daddy, oh Daddy», e cosa vi ricorda di più, una scena tagliata di Nekromantik o il pezzo di Bella di giorno in cui il vecchio sussurra …e questo odore di fiori marci?

Chiudo qui perché mi è venuta voglia di rivedere Centurion tifando per i Pitti, ma abbiamo solo cominciato. La notte è lunga e io non lavoro a maglia.

 

 

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