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Piccolo grande schermo

Ecco la storia di copertina del nuovo numero di Studio in edicola: tutti pazzi per la tv, anche quelli che dicono di non guardarla più.

Da oggi, venerdì 19 luglio, è in edicola il nuovo numero di Studio, la cui storia di copertina è dedicata alla televisione.

Gran parte dei lettori di Studio sa quanto da queste parti ci siamo appassionati – e continuiamo a farlo – alla grande cavalcata di questi anni delle serie tv (ne parla mirabilmente Mariarosa Mancuso a pagina 39), in gran parte americane ma con alcune fantastiche eccezioni europee, capaci di ridisegnare i paradigmi della qualità in ambito culturale, smentire le teorie di più di un arguto intellettuale, ribaltare le posizioni di forza nei confronti del politicamente corretto fratello cinema e della polverosamente pomposa sorella letteratura. Il grido di viva la tv ci ha preso fino al punto di trarre il motto di questo giornale – il lettore medio non esiste – da una riflessione di David Simon, il bravissimo inventore di The Wire. Va da sé quindi che nelle nostre riunioni di redazione e pause pranzo sia spesso questo l’argomento di conversazione. Se ci aggiungiamo il calcio – e lo sport in generale – e la politica, ecco che magicamente ci siamo resi conto che alla fine era di televisione che stavamo parlando per la maggior parte del nostro tempo. Tutti: quelli che qui fra noi – i più giovani, cool e arguti – fieramente si vantano di non avere la tv in casa, e quelli – come me, che guido il gruppo e sono il più vecchio – dipendenti da alcune serie tv, ma contemporaneamente ancora affezionati a cose apparentemente desuete come il tg delle 20, la partita alle 15, il festival di Sanremo e i talk show di prima serata. E lo stesso ci pare stia capitando in giro, lo sguardo ai social media in questo è esemplare: è di tv che si parla, e spesso di quella tv generalista che genericamente sosteniamo che non ci piaccia più e abbia fatto il suo tempo.

Le cose di cui proviamo a parlare nelle pagine di questo numero sono un po’ queste. Abbiamo cercato di farlo rispondendo ad alcune domande (perché la tv di qualità non trova spazio nella nostra generalista? È possibile creare valore e mercato attorno alle cose bellissime che guardiamo illegalmente quotidianamente sui nostri laptop? E la tv dei nostri nonni e genitori, siamo sicuri che sia morta e sepolta? I numeri sembrano dimostrare l’inverso) e disegnando le traiettorie della nuova tv, lo streaming, i modelli attuali e futuri, lo sguardo globale, cosa cambierà da qui ai prossimi anni.

Di nuovo e come sempre: non un saggio esaustivo ma una passeggiata dentro le gioie e i dolori della tv, troppo presto data per finita (riflettiamo ad esempio su quanto continui a contare in politica il passaggio televisivo), ma che ancora riempie la nostra vita professionale e il nostro tempo libero. Anche di quelli che fra noi sostengono di non guardarla più o che forse, più semplicemente, hanno iniziato a chiamarla in modo differente.

Vi aspettiamo in edicola.

 

 

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